Domani Papa Giovanni XXIII - il “contadino”che ha rivoluzionato la storia della chiesa, l’uomo del Concilio ; il Papa che esortava gli uomini a “cogliere quello che ci unisce, lasciar da parte, se c’è, qualche cosa che ci può tenere un po’ in difficoltà…”; il papa che, con un volo di poesia, parlava alla luna mandando carezze ai bimbi ed a chi soffre - salirà agli onori degli altari (con un altro grande: Giovanni Paolo II).
E mi torna alla mente- gli anni sono volati brevi come giorni, quel 2 giugno del 1963.
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“Subito dal capitano!”
Il caporale di giornata, visibilmente affannato per la corsa e per l’importanza dell’ordine da trasmettere, mi stava scuotendo…
Quel pomeriggio di metà maggio, il caldo era esploso con la virulenza dell’estate; il cielo era d’un celeste slavato, quasi bianco; non tirava un alito di vento e le foglie degli ippocastani erano immobili; come nella canzone che Paolo Conte avrebbe lanciato sei o sette anni dopo,si sentiva sopra i tetti, il lento ronfare di un aeroplano che volteggiava basso a filo delle montagne e dai campi, oltre le alte mura della caserma e in mezzo ai pini sulla sponda della montagna, si alzava assordante il canto delle cicale: un inno alla vita ma nel quale già avvertivi la premonizione ineluttabile e disperata della fine.
Dall’inizio di maggio a metà settembre la sveglia in caserma era alle 5,30 ma dopo il rancio di mezzogiorno suonava il silenzio per un’ora.
Avevo steso il telo della branda creando una conca nella quale mi ero rannicchiato appisolandomi con il capo appoggiato al “cubo”.
La branda, a castello, consisteva in un telo di canapa che veniva agganciato a dei fori del telaio in ferro formando una specie di amaca sulla quale si stendevano materasso e lenzuola che poi il mattino venivano ripiegate e chiuse a libro per formare il cubo.
Il cubo era un autentico... incubo per i “bocia” ed io un giorno fui aspramente redarguito dal sergente maggiore Ciaglia, da me incautamente chiamato sergente anziché, tout court, “maggiore”.
”Cos’è”?!… ,urlò.
“Il cubo” risposi io balbettando.
“E’ una fetenza!.. ribatté, sempre con la voce sopra il rigo , il sergente maggiore Ciaglia brandendo il metro – E’ alto quanto è largo.…mentre il cubo è una figura geometrica che ha i lati delle basi uguali ma l’altezza è circa metà del lato della base…”
Chiese conferma ad un “nonno”, Devoto, fresco laureato in ingegneria edile.
“Ha ragione il maggiore !-disse Devoto mentre una voce- rigorosamente anonima- dal fondo della camerata sibilava “ruffiano!”
Il sergente maggiore Ciaglia volle essere magnanimo e trasformò i tre giorni di consegna che avrebbe dovuto affibbiarmi per “cubo mal eseguito”, in tre giorni di pulizia cessi (che non impediva però la libera uscita) togliendo questa incombenza proprio al “nonno” Devoto a cui era stata assegnata come normale servizio.
Volai dal capitano con il cuore in gola.
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“ Il signor Colonnello- mi disse il capitano che mi attendeva in piedi- mi ha fatto l’onore di scegliere un mio artigliere alpino per la sfilata del 2 giugno a Roma, ed io ho pensato, chissà perché, a te; fatti consegnare dal magazzino il corredo necessario e… non fare lo sfessato…Con te ci sarà anche un commilitone del Gruppo Susa…”
In magazzino mi rifornirono di scarponi vibram e uosa valdostane nuove di zecca e tuta bianca fresca di bucato; mi consegnarono anche il berretto da stupido, cioè il berretto norvegese con visiera e paraorecchi, che si usa in alta montagna, ”perché con quelli di Roma non si sa mai …sono capaci di farvi sfilare senza il cappello alpino...”.
“Gli sci ve li daranno a Roma…” ci disse il magazziniere facendoci controfirmare il buono di consegna.
Una campagnola mi traghettò, assieme al commilitone del Gruppo Susa, direttamente al posto militare della stazione di Porta Nuova a Torino dove erano già ammassati altri alpini.
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Roma la conoscemmo, dopo quindici giorni di prove continue ed interminabili nel cortile della caserma, una notte di fine maggio quando provammo la sfilata lungo i “fori imperiali”; erano le tre del mattino ma i “fori” brulicavano ancora di turisti che , stranamente, seguivano le prove con aria assente.
Su Roma gravava già da qualche giorno una cappa che angosciava i cuori di tutta la terra: Papa Giovanni, il papa del Concilio ma soprattutto il parroco del mondo che sapeva guardare alla luna e far portare ai bambini la “carezza del papa”ed ai diseredati ed agli esclusi il soffio della speranza, aveva imboccato il rettilineo d’arrivo.
Se ne parlava sottovoce con discrezione, anzi con pudore; ma nulla lasciava presagire, almeno pubblicamente, quello che il suo entourage probabilmente già conosceva: i giorni erano contati anche se nessuno poteva immaginare che tutto sarebbe precipitato così rapidamente.
Provammo ancora in caserma per tutto il 31 maggio e sui “fori” nella notte a cavallo del 1° giugno.
Quella notte, vista dal camion che ci riportava in caserma, Roma sembrava surreale; crocchi di persone che parlavano in silenzio, le automobili che non strombazzavano con il clacson…la luna era immobile, alta nel cielo ed io, fissandola e stringendo gli occhi per attirarne i raggi, pensavo che era la stessa luna che “lei” scrutava lassù… a casa… e fra poche ore mi avrebbero visto, o - meglio- indovinato, alla televisione nella grande sfilata…
“Preparare gli zaini che si rientra subito ai propri reparti- ci ordinarono appena giunti in caserma-la sfilata è stata annullata.”
Qualcuno, ma tutti condividevano, smoccolò:
“Porca naja -disse- mai una che vada a buon fine…dopo tanto scarpinare…Ed i miei si sono sorbiti dieci ore di treno per venirmi a vedere…”
Il Camion che ci doveva portare alla stazione già era pronto sul viale esterno alla caserma; posai lo zaino sul cassone.
“Guarda –mi disse sottovoce un commilitone dandomi di gomito.
Seguii l’indicazione del suo indice e vidi, dietro alla siepe del controviale, una donna, piuttosto succinta di abiti, inginocchiata con il viso chiuso fra le mani giunte.
”Sta pregando” mi disse l’amico.
E un altro, ridendo. “ E’ una di quelle…”
La donna alzò il capo; i suoi occhi bistrattati dal trucco, erano arrossati, gonfi di lacrime; nella bocca, schiusa, si intravedevano i denti macchiati di rossetto.
Ci fissò intensamente, con disprezzo e poi quasi con compassione.
”... Ma inginocchiatevi e pregate anche voi!...-disse con la voce che le tremava- ma non vedete, cazzoni che non siete altro,...ma non vedete che il Papa Buono sta morendo…”.
***
(.- Giovanni XXIII, morì il 3 giugno; sembra ieri…; sono passati quasi cinquantun ‘anni ma la Sua carezza e il soffio della Sua speranza sono più che mai fra di noi; e quella sfilata che non feci è uno dei più bei ricordi della mia vita.


