Fiocca la neve fiocca…In questi giorni è caduta; più che altro una “sparlà…” ma sufficiente a far scrivere ad una vezzosa Maestra (la quale, con la complicità del marito, mi ha regalato due nipotini, maschietto e femminuccia) :..."Bei tempi quando, se nevicava, chiudevano le scuole!..." Capisco l'ansia, (“dolci tiempi e ‘na vota” direbbero a Napoli),... ma io...
...Ma io m’an ricord nen che chiudessero le scuole quando nevicava; parlo dei miei tempi, quando i topi portavano ancora il mantello e noi bambini i suclon; i suclon non sono da tradursi con zoccoloni o peggio, con ciabot, come amano dire coloro che i ciabod li hanno solo visti nelle vetrine vip e fanno tanto demodé sulla mensola dello studio o del salotto…
I suclon erano scarponcini con la suola di legno e la tomaia di pelle di coniglio (o di gatto; i gatti avevano allora funzioni importantissime: cacciare i topi ed essere serviti al sivè in carenza di conigli o lepri) convenientemente impregnata, per renderla impermeabile, di grasso di foca. Sotto alla suola di legno venivano inchiodati due ciapin di ferro; i ciapin erano ferri di cavallo in miniatura e avevano l’essenziale funzione di proteggere la suola dal consumo e di farti prendere una serie imprecisata di lembi per via che ti facevano scivolare come pattini sul ghiaccio.
Quando nevicava era una festa perché potevi fare lo sguion utilizzando la cartella come slitta; e perché potevi tirare le palle di neve alle bambine; soprattutto a “quella”, che sorrideva felice e, scuotendo il vestito con la mano, ti diceva con un sorriso dolce e felice…” smettila…mi fai male mascaron…” frase che, tradotta in lingua corrente, significava: “ Tiramene ancora…tiramene tante…mi piace tanto quando tu mi tiri le palle di neve…”. Poi si prendeva la rincorsa e, grazie ai suclon che, con i ciapin sotto, erano pattini formidabili, si scivolava velocemente sulla neve fino a ruzzolare, si diceva “a fare il metro”, nei paraggi dell’amichetta che ruzzolava con te in terra …
“a che fai baloss …mi hai fatto male…” - diceva l’amichetta con voce dolce; ma se tu facevi tanto di prenderla alla lettera e cercavi di alzarla non riuscivi a schiodarla nemmeno con la gru e finiva per trascinarti ancora nella neve…
A scuola, d’inverno, ognuno portava un pezzo di legna per via che mancava il carbone per far funzionare i termosifoni e nelle aule c’era un tamburnin di ghisa con un pentolino colmo d’acqua che, scaldandosi, ballava sulla piastra incandescente.
Il pomeriggio si andava a pattinare, sempre con i suclon carrozzati ciapin, sul Po ghiacciato; sul quale passavano anche i carri colmi di ghiaia e di cemento che così evitavano il giro più lungo del ponte. Sui carri c’era scritto: “Ippotrasporti”; quando un giorno io chiesi al carrettiere cosa significava “ippotrasporti”, mi guardò con viso severo ed accigliato rispondendomi, scuotendo le dita della mano racchiuse a pigna, “ ma non imparate niente a scuola!...”:
Era bella la neve!...specialmente di sera…illuminava i campi che sembrava di giorno; e sul cielo la luna compiva il resto…Tu la guardavi, stringevi gli occhi per attirarne i raggi, e pensavi a come si sarebbe comportata quella bimba su tu fossi morto o fossi diventato l’imperatore del Perù… e sognavi…
Poi un giorno mi sono imbattuto in due occhi azzurri grandi come il mare e non ho più avuto bisogno, per sognare, di guardare la neve e la luna….


