Le parole di don Severino e la fisarmonica... per don Piccio

Il commento di Gianni Turino sui funerali del noto sacerdote scomparso in settimana

CASALE MONFERRATO - 

Il giornalista e scrittore Gianni Turino ha partecipato mercoledì scorso ai funerali di Don Gino Piccio in Duomo e ci ha inviato questo contributo.

LE PAROLE DI DON SEVERINO E LA FISARMONICA… PER DON PICCIO

La stupenda omelia di don Severino, e il suono della fisarmonica: il ciao di Casale a don Gino. La fisarmonica apriva e chiudeva il suo mantice nella vecchia cattedrale impregnata di storia e d gregoriano ed accompagnava il più grande e maestoso e misterioso momento della vita, che è la morte… Le sue note salivano verso l’altare in perfetta simbiosi con le parole da poco pronunciate da don Severino; ed erano ricordi come fiori secchi fra le pagine di un libro…e la musica li rinverdiva.

“Se tu sei con me,/ogni cosa più bella m’appar. /Se tu sei con me, chiudo gli occhi e mi par di sognar./Non voglio di più…/…senza te non potrò mai restar…”.

Era l’aia inondata del pulviscolo del grano in piena trebbiature: uomini e donne con grossi fazzoletti, sullo stile dei bandidi del Far West, a proteggere bocca e naso; e i bambini che corrono fra pozzo e cantina per garantire rifornimento di acqua- per le donne- e di vino. Don Gino , nel suo letto di legno di fronte all’altare, sorrideva; si rivedeva gagnotto quando i “vecchi” sull’aia lo mandavano qua e là con gli incarichi più strani”.

“I vecchi dicevano- raccontava ridendo don Gino- : ‘Tanto che ha qualcosa da fare non rompe i chitarrini…”. Il mistero del pozzo:”…Tanto che il secchiello era immerso nell’acqua, lo tiravi su a ruota libera, con una sola mano…; appena usciva dall’acqua , dovevi ricorrere alle due mani, puntare i piedi e morderti la lingua tanto era diventato pesante…un bel mistero…”.

Gli uomini, a torso nudo, soffocavano la nebbia e il sudore della trebbiatura “ bagnandosi il becco con la pusca fresca …” Era l’ultima torchiatura degli acini annaffiata con acqua: un vinello da niente, da bere quando si lavorava, ma sempre meglio che la sola acqua…”.

“Ma perché pusca?...Nessuno sapeva dare una risposta. Un giorno un il figlio della Bigina, che frequentava le scuole alte, seconda media, spiegò che ‘posca’ era la bevanda che Giulio Cesare dava ai suoi ‘commilitones’: acqua corretta con aceto per evitare pericolose dissenterie…”

“Come si chiamava quel tizio?”- chiese il nonno Bigin: “ Giulio Cesare...”. “… Era uno che sapeva quel che faceva…”.

Già, don Gino che sorrideva sornione nella bara mentre le note della fisarmonica …(don Severino non ha mai avuto musica così dolce ad accompagnare le sue parole) fiorivano scarpe della madonna e biancospini… E il duomo applaudiva...Ciao…

Gianni Turino
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