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Le colonie 'lombarde' si insediano in Sicilia

Prosegue il viaggio di Patria Montisferrati alla scoperta dell'immigrazione dal Nord al Sud nel Medioevo

CASALE

L’arrivo massiccio di questi «lombardi», principalmente liguri e piemontesi, si è certamente verificato durante gli anni ruggenti della seconda fase del conflitto normanno-arabo ed è proseguito in margine e a seguito di questa serie di matrimoni.

Fatto sta che nel XII secolo l’isola ridivenuta «latina» e cristiana risulta attraversata da una larga banda di insediamenti «lombardi» che si estende dalla costa tirrenica tra Milazzo e S. Agata di Militello a quella del Mar di Sicilia. Gli approdi di folti gruppi continuano a verificarsi nel XIII secolo, non senza relazione con il fenomeno dell’affermarsi, nel Nord, delle signorie comunali a scapito di quelle dell’aristocrazia tradizionale. Le strutture della società si sgretolano per ricomporsi secondo nuovi schemi, e ciò induce alcuni tra i più penalizzati dal nuovo corso a cercar fortuna nelle terre d’oltremare divenute accessibili e ricettive.

Ovviamente i nobili non partono alla spicciolata da soli, ma con seguiti più o meno numerosi di sudditi e partigiani.

Si calcola che i gallo-italici immigrati in Sicilia allo scadere del medioevo siano stati complessivamente attorno ai 200.000. Un numero decisamente ragguardevole.
Centri o, come più comunemente si dice, «colonie lombarde» principali e più tipiche costituitesi in virtù di queste immigrazioni sono state Piazza Armerina, Nicosia, Maniace, Aidone, Paternò, San Fratello, Mazzarino, Butera, cui vanno aggiunte, a diverso titolo, Sperlinga, Buccheri, Vicari, Capizzi, Santa Lucia, Militello, Novara, Enna (Castrogiovanni),Caltagirone, Randazzo, Polizzi, Corleone. Presenze rilevanti di «lombardi» hanno connotato altresì Palermo, Patti, Messina e Agrigento.

Cosa spiega la particolare disposizione a banda dell’insieme soprattutto dei primi centri dell’immigrazione tra nord e sud dell’Isola? Anzitutto probabilmente il fatto che, giungendo per mare dalla Liguria, i «lombardi» prendevano prevalentemente piede nel settore costiero a occidente di Milazzo. In secondo luogo, a parte la decisa tendenza dei nuovi arrivati a rimanere relativamente uniti come a conservare i loro usi e i loro idiomi, quindi a non fondersi tra le altre popolazioni indigene disperdendosi, forse un preciso disegno dei normanni: quello di inserire un cuneo tra l’ampia area a dominante araba e la fascia costiera orientale a dominante greca, in certo senso separandole onde evitare contrasti e disordini. Una densa, fedele, schiera di valorosi in grado di prendere le armi in qualunque frangente critico avrebbe costituito una spina dorsale solida e affidabile, una garanzia di pace nel paese.

Segnalo in aggiunta che a lungo nelle colonie «lombarde», nonostante fossero situate quasi tutte nel pieno entroterra, è stato in vigore l’obbligo del servizio militare in marina per quote determinate di giovani. È un dato che si ricollega alla penuria di forze marittime di cui avevano sofferto i conquistatori nei primi anni della loro crociata antisaracena. Teniamo a mente, oltretutto, che i nostri «lombardi» erano per una parte liguri.

La compattezza della dorsale «lombarda», tuttavia, si è rivelata uno scoglio al tempo di Guglielmo I il Malo (1154-1166). Questo re era succeduto a Ruggero II, figlio di Adelaide di Savona e nipote di Enrico di Paternò, ma subito si era dimostrato di un temperamento ben diverso da quello del padre. Demandava a funzionari di estrazione borghese la gestione del governo e tendeva a favorire la componente araba della popolazione rispetto a quella «latina» e «lombarda». Aveva pertanto suscitato un malcontento che si era rapidamente tramutato in ribellione strisciante, poi aperta.

In particolare gli si erano opposte nel 1160 le colonie «lombarde», guidate da Ruggero Sclavo, un nipotino di Enrico di Paternò. La repressione era stata durissima: Piazza, Butera e altre città erano state saccheggiate e distrutte da schiere del re nel 1161.

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Manfredi Lanza
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