La scomparsa di Don Gino Piccio: 'Non gli diciamo addio, ma semplicemente ciao'

Nel giorno dei funerali del sacerdote pubblichiamo un ricordo di Gianni Turino

CASALE MONFERRATO - 

Nel giorno del funerale di don Gino Piccio pubblichiamo un ricordo del sacerdote scomparso da parte del giornalista e scrittore Gianni Turino.

A DON PICCIO, DON GINO PICCIO

Dicono che non c’ più che è morto. Ma la morte non è la scomparsa fisica, ma l’oblio; tanto che qualcuno è ricordato, tanto che è nel nostro cuore, quello è… E’ per questo che non gli diciamo “addio” ma semplicemente “ciao”.

Passarono anni brevi come giorni, e sembra ieri quella sera d’inizio giugno del 1956. Era una sera tiepida, ancora chiara; il temporale del pomeriggio aveva lasciato nell'aria il profumo acre del grano che cominciava ad imbiondirsi e le cicale stavano poco a poco spegnendo la loro straziante litania alla vita iniziata con il trionfo del mezzogiorno. Sulle soglie dei cancelli e sulle muntricche di ghiaia sparse qua e là non c’erano i soliti crocchi di uomini e donne a prender fresco e chiacchierare e nessun bambino giocava ai quattro cantoni o ad alto e basso.

Dai sentieri e dai sapelli della collina, scendevano interminabili processioni; persone che andavano ad aggiungersi alle persone che in quei momenti sbucavano dai cortili e si dirigevano, lungo il canale, verso l’Oratorio; dove, quella sera alle otto e mezza, iniziavano le Missioni. C’era in pratica tutto il Ronzone; anche il vecchio Brucletta, repubblicano storico e mangiapreti: “Sono venuto per sentire le balle e le baggianate che tirano fuori i preti per far lucca e contenta la povera gente…” disse togliendosi il cappello al passaggio del Crocifisso in processione verso la chiesa. “…E’ per rispetto al fondatore del partito socialista…” spiegò .

La piccola chiesa, creata dalla fede del parroco don Cesare Grossetti, in un capannone di una vecchia cementeria, straboccava ed anche il cortile dell’oratorio in un amen si riempì di gente stranamente silenziosa. Poi prese a gracchiare l’altoparlante sistemato nella finestrella del campanile (un vecchio silos di cemento, convenientemente appuntito) e, stirandosi sulla punta dei piedi, si scorgevano due piccoli sacerdoti che dal piedistallo montato davanti all'altare, cominciavano a parlare.

Quello a sinistra, per chi guardava, parlava in un italiano forbito e l’altro rispondeva in dialetto…

Due ore di botta e risposta volate in un amen.

Intanto si era fatto buio e dai campi scendeva il cricchio assordante dei grilli ; sul grano si accendevano e si spegnavano le lucciole. I forni delle cementerie ed i ventilatori dell’eternit , ronfavano cupi ; aggrappati al cielo, scorrevano i vagoncini della teleferica carichi della marna strappata alle cave della collina e destinata ai forni ed ai frantoi delle fabbriche. Quante volte, da bambino, sdraiato fra la medica della Giordana, ho sognato di salire su quei vagoncini ed andarmene fra le nuvole e le stelle…
“Parlano veramente bene…quello a sinistra ( era don Rossi) si sente che è una persona istruita che ha fatto le scuole alte….Ma l’altro , quello che parlava in dialetto, è drolu..ma è uno che la sa lunga , uno che sa quello che dice…meno male che siamo venuti e meno male che ci sono ancora tre sere…..”

Anche il vecchio Brucletta convenne “ Stranò - mugolò sputando da una parte e infilandosi subito in un angolo della bocca un muciot di toscano spento- – strano… benché preti, hanno detto cose giuste…verrò ancora nei prossimi giorni…qui gatta ci cova…”

Quelle quattro sere delle Missioni con l’italiano forbito di don Rossi ed il dialetto dell'Altro, furono un qualcosa di cui al Ronzone si parlò per anni; e che diede una svolta anche al vecchio Brucletta.

L’altro, quello drolu ma che la sapeva lunga ma soprattutto sapeva quello che diceva, era don Piccio; don Gino Piccio.

Lo conobbi allora e l’ultima sera lui ed io facemmo le ore piccole sorbendosi, nel chiosco di piazza Castello, granatine su granatine per le quali la vecchia Ernestina non presentò il conto: “Tanto non cambiava nulla…” commentò sottovoce.

Mi raccontò della sua fanciullezza ed adolescenza come contadino; poi “ …A iera già in giuunot….”, la vocazione al sacerdozio; io avevo poco più di quindici anni, lui poco più di trentacinque ed era parroco a Santo Stefano; allora era perfettamente rasato.

In seguito , già con barba fluente, fondò a Casale un cenacolo in una fatiscente cascina fra via Rosselli e la futura piazza dell’Aeronautica. Poi ad Ottiglio, e questa è storia degli ultimi decenni.

Restammo amici anche senza frequenza; i nostri incontri, casuali, sempre calorosi e sempre nello spirito di quella notte seduti al baracchino della vecchia Ernestina; una notte che mi riempì il cuore…e quando qualcosa scende nel cuore , non lo sradica più nulla e nessuno…

….Dicono che non c’ più che è morto. Ma la morte non è la scomparsa fisica, ma l’oblio; tanto che qualcuno è ricordato, tanto che è nel nostro cuore, quello è… E’ per questo che non gli abbiamo detto “addio” ma semplicemente “ciao”…

Gianni Turino
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