Era una sera calda e piena di lucciole; una di quelle chiare, meravigliose sere fra San Giovanni e San Pietro che sembrano non spegnersi mai e la luce tenue del crepuscolo finisce per sposarsi con la tenue luce dell'aurora. Dai campi si alzava il “cricchio” dei grilli, dai fossi il gracidare delle rane ed era un concerto armonioso ed assordante ma pressoché - tanto era parte dell'atmosfera - inavvertito; sarebbe stato molto più rumoroso un improvviso silenzio.
Sulle punte delle canne e sui fil di ferro appuntiti delle staccionate, si posavano con un alternarsi incessante, le libellule; a mezz'aria guizzavano rondini e rondoni. Sulle aie “battevano” il primo grano e nuvole di pulviscolo dorato si alzavano pungenti; la luna spandeva sul cielo bianco e livido un alone gravido di afa. Si preannunciava - anche se qualcuno, riferendosi alla saggezza dei proverbi, presagiva pioggia o vento {«Luna con al röo vent o brö...») - una giornata umida e soffocante... Ma ora la notte era fresca; e dolce era abbandonarsi ai ricordi che, raccolti dai bambini che ascoltavano avidi, diventavano fantasticherie, poi sogni, e poi, con il trascorrere del tempo, la testimonianza di una cultura irrimediabilmente perduta. Le gole, per la gran polvere, erano secche e - per rimediarvi - correva a fiumi la pusca messa in fresco nella bottiglia calata nel pozzo.
La pusca era un vinello chiaro e trasparente che veniva prodotto con l'estrema torchiatura degli acini ormai spremuti e rispremuti sui quali veniva versata acqua; un vinello leggero da bere, fresco; un'autentica manna nei torridi pomeriggi d'estate per lenire l'arsura della mietitura e nelle notti della trebbiatura quando non si poteva ricorrere al vino, che avrebbe tagliato gambe e voglia, e nemmeno all'acqua che, come è noto, «... fa venire le rane nella pancia».
Perché “pusca”?
I vecchi si guardavano cercando negli occhi degli altri una risposta; poi scuotevano le spalle: «L'han sempre chiamata così...»; ma qualcuno più giovane, che aveva fatto le scuole alte, spiegava che posca era una parola latina; indicava una bevanda a base di acqua e aceto che Giulio Cesare faceva bere ai suoi legionari per dissetarli ed attenuare al massimo il rischio delle falde inquinate e delle malattie, come la dissenteria e il tifo conseguenti; eccetera, eccetera.
Mio nonno Centin scuoteva il capo in segno di ammirazione.
«Gran bella cosa studiare - mormorava - sai spiegarti un sacco di cose che fai solo perché le hanno sempre fatte... e poi puoi tenere la testa alta di fronte a tutti e non dire sempre: “Sì, sur prevost" perché, pur avendo ragione, non sai come rispondere; già, a ben pensarci, è proprio così: la “pusca” ricorda nel colore e nel gusto l'acqua mischiata con l'aceto... come si chiamava?».
«Giulio Cesare.»
«Doveva essere uno che la sapeva lunga...».
La Firmina intanto tagliava l'anguria appena “tirata” dal pozzo; in fondo al secchiello di acqua fresca se ne scorgeva un'altra. Le fette erano belle, rosse, invitanti.
«Dolci e fresche al punto giusto» disse il Giuspin addentandola al centro; il Giuspin affondava la bocca nella polpa rossa ed il viso pareva sparire mentre i lati della mezza luna finivano per toccargli le orecchie.
«L'anguria per gustarla - disse il Jìn - bisogna mangiarla così». Anche il Jìn affondava il viso nella polpa, poi ogni tanto, senza perdere il ritmo, da un lato della bocca sputava qualche seme.
«Vai a tirare su l'altro secchiello dal pozzo» mi disse la Firmina.
Io tiravo la corda con facilità; sentivo, dal profondo dell'acqua, che il secchiello saliva ma io non facevo quasi sforzo; era una cosa facilissima e non capivo come mai i “grandi” dovessero stringere i denti per tirare su il secchiello.
«Tutta scena..» pensai.
Poi di colpo rimasi bloccato; il secchiello prese a pesare come pietra; puntai i piedi contro il bordo del pozzo e strinsi anch'io i denti, ma la corda non si muoveva più.
«Abbassa la mano!»: era il Carlin che si era mosso e pose le sue mani sopra le mie, diede uno strattone e il secchiello riprese a salire. Il Carlin lo sganciò dalla corda e lo posò vicino al tavolo della Firmina che continuava a tagliare fette d'anguria.
«Quando è dentro all'acqua - dissi al Giuspin - il secchiello non pesa; ma quando è fuori dall'acqua è un macigno...».
«La dici proprio bella - commentò il Giuspin - è una questione di pagnotte... dovete farvi i muscoli... La dici proprio bella: il secchiello pieno d'acqua con l'anguria dentro è sempre quello, sia che sia dentro che fuori dall'acqua...».
Si aprì un dibattito. Il Pentu dovette ammettere che fuori dall'acqua sembrava pesare di più, ma evidentemente, mancando gli argomenti per dare una spiegazione, si preferì lasciar perdere ed attribuire la mia defaillance alle - molte - pagnotte che dovevo ancora mangiare per essere all'altezza della situazione.
L'aria dell'aia era quasi irrespirabile e qualcuno, battendo il grano, si legava un fazzoletto sulla bocca come i banditi dei giornalini. La luna splendeva alta; i grilli e le rane cantavano; sul cielo dondolavano i vagoncini della teleferica nel loro viaggio carico di pietra bianca calcarea fra le cave e gli stabilimenti di cemento che fumavano laggiù vicino al Po.
«... Che strano - disse ad un tratto la Marieta - la teleferica si è bloccata...».
Succedeva, qualche volta, e significava che magari a monte il manovratore si era fermato un attimo per buttar giù un bicchiere nella gola arsa o si era rovesciato il carrello al momento del carico; questione di pochi minuti, poi tutto continuava normale. A meno che... Ma di questo nessuno voleva parlarne, anche se tutti lo pensavano; di colpo la battitura del grano si era fermata; i bambini, che stavano scoprendo, rincorrendosi, l'eterno gioco della vita (i bambini rincorrevano le bambine e viceversa e finiva quasi sempre con un ruzzolone di coppia),erano immobili; tutti guardavano il cielo, combattuti fra il timore e la speranza.
Mia nonna Linda, pensando al suo Centin in fondo alla cava, aveva le mani che tremavano e chi le era vicino sentiva che biascicava «Santa dei genetrix..».
L'ululato della sirena che si alzò di colpo da dietro alle colline e sembrò squarciare il cielo come un fulmine, tolse ogni illusione.
«La cava... - l'urlo si alzò straziante - ...la cavai E successo qualcosa alla cava!».
Uomini e donne abbandonarono ogni cosa e si misero a correre; qualcuno inforcò la bicicletta e sparì rapidamente lungo il sentiero che seguiva il tracciato della teleferica. Era crollata una galleria, si contarono diversi morti, mio nonno Centin si salvò per miracolo perché una trave aveva fatto da ponte fra il suo corpo e i macigni. Fu ricoverato per quattro mesi in ospedale.
«Si sta bene qui - diceva - le suore ti trattano come un duca...».
Fu l'unico periodo di riposo - e non gli pareva vero di non doversi alzare alle tre di notte -della sua vita; anche se fu l'anticamera della fine.
I morti di quella sera hanno nome e cognome scritti sulla lapide della cappella di Rolasco.
***
Per quella gente la sveglia suonava che, fuori, il buio era fondo e d'inverno il gelo feroce anche in casa.
Mai quella gente ebbe la ventura, se non nei momenti di grave malattia, di seguire il corso del tempo notturno da “bot” a ore.
Alle quattro del mattino erano già in piena funzione sia quando lavoravano in campagna e, come mio nonno Centin, facevano lo sciavandé (il servo della gleba),o quando, come mio nonno Centin, passarono a lavorare nella cava e per quella gente si trattò di una promozione sociale e di un bel sollievo eco-nomico. Partivano da casa che era buio fondo, entravano nelle gallerie che era ancora buio e ne uscivano quando era già buio. Salvo le domeniche e in quelle favolose sere fra San Luigi e San Pietro, non vedevano mai la luce; il loro era un mondo nero, squarciato solo dal riverbero acre dell'acetilene e qualche volta, tante qualche volta, dai lampi maledetti del “grisù”.
Partivano con pane e formaggio (d'estate andava meglio perché, campagna facendo, qualche frutto ci scappava) e lo zucchine scavato e chiuso con un tappo di sughero fermato in una sottile scanalatura da spago, era già stato accuratamente riempito di pusca per dissetarsi.
La pietra che, una volta cotta, generava quel legante idraulico che gli inglesi chiamarono «cemento», veniva strappata alle viscere delle nostre colline a colpi di piccone, in gallerie poco arieggiate, fra i rischi sempre incombenti dell'acqua e delle frane. Perché, prima ancora che il grisù, che è l'aspetto più evidente di un dramma, ma anche quello retoricamente più utilizzato per nascondere - con riferimento alla fatalità - le magagne, le pesantissime responsabilità degli uomini, il killer che era in agguato per i minatori era proprio il crollo o l'inondamento della galleria.
Quanti “nonni Centin” sono rimasti sepolti, sono morti per poter vivere, nelle viscere delle colline di Rolasco, Coniolo, Torcello, Vialarda, Ozzano, eccetera, per l'insipienza, anzi, l'avidità di chi speculava sul materiale e sulle attrezzature? Quante volte ho sentito da piccolo, mio nonno commentare sottovoce che quei birbant, invece che i puntelli in gaggia, li mettevano di pioppo ed in quantità insufficiente? Quante volte non sono stati scavati, a pie' di galleria, gli scoli nei quali le acque sotterranee avrebbero potuto inca- l'avidità. Ho ancora nel cuore l'ululato lancinante delle ambulanze che volavano lungo il Ronzone verso l'ospedale; e l'ultima volta fu sul finire degli anni Cinquanta... Donne disperate con negli occhi il terrore e la speranza, si affollavano in silenzio sulle bocche delle miniere; l'angoscia di chi non vedeva uscire il suo uomo dalle rovine si faceva, con il trascorrere del tempo, ancora più straziante per il senso di «ingiustizia» che si radicava in loro: perché «lui» si è salvato, perché «lei» può riabbracciare il suo uomo, il padre dei suoi figli, ed io no, ed i miei figli vivranno senza padre?
***
Tutti gli anni, l'otto dicembre vengono ricordati con un cerimonia nella cappella - sacrario di Rolasco i minatori che, per vivere, morirono. Nel 1978 partecipò alla cerimonia l'onorevole Scalfaro che tenne una «bellissima» omelia - prendendo in contropiede il parroco che al Vangelo dovette pronunciare un discorso - nella quale sottolineò «il valore sacrale del lavoro, il simbolo purificatore del sacrificio che tutto cancella e rigenera... ecc.».
Il rischio di questi incontri, che vanno perpetuati perché la memoria sia sempre viva, è che l'enfasi di chi non sa, di chi non ha la «cultura» che è alla base di quegli avvenimenti, trasformi il tutto in una bella cerimonia senza radici.
Quegli uomini non scendevano in miniera perché volevano purificare il mondo o perché invasi dal valore sacrale del lavoro, ma perché dovevano vivere e far vivere le loro famiglie «all'onor del mondo». E che, spesso per l'ingordigia di chi non solo viveva all'onor del mondo ma era ricco, invece morirono.
Poi - dopo - c'entra anche il grisù, la fatalità; ma dopo, molto dopo... moltissimamente dopo. Infinitamente dopo.


