Il ritorno del di dla festa

Il ricordo di Gianni Turino su quando nei paesi si festeggiava davvero tra lotterie e balli 'lascivi'

CASALE MONFERRATO - 

Leggo , con gioia, che Morano si appresta a festeggiare il “ di dla festa “ nel tempo e nei modi di una volta.

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Un tempo i paesi dell’interland ed i rioni di Casale, quelli extra moenia o con una forte tradizione periferica, avevano, come contr’altare alla festa cittadina di Sant’Evasio, il loro giorno della festa che non era quasi mai collegata al Santo Patrono; era più una festa di natura pagana legata alle stagioni ed ai suoi simboli anche se parroci sagaci avevano cercato di attenuarne la specificità inserendovi una processione ed il banco di beneficenza “per i poveri della parrocchia”.

Caratteristica di questi banchi di beneficenza, era l’uniformità dei premi; le pie donne si facevano cura di bussare a tutte le porte del rione, o del paese, e non ne uscivano mai a mani vuote anche se gli oggetti, accuratamente lavati e lucidati, non avevano mai, o quasi mai, l’originalità della primizia; erano sapientemente riciclati , od erano le vincite al Banco dell’anno precedente avvolte, per cinquantuno settimane, in carta da giornale (e, in caso di suppellettili fragili od ammaccabili, come bicchieri scodelle casseruole, imballati anche con la paglia).

Quasi tutti i Banchi di beneficenza sorti a cura della parrocchia per i suoi poveri, avevano come primo premio - fra bicchieri, tazze, qualche bottiglia di vino, yo-yo caramelle e lingue di donna ( cioè quegli aggeggi che , soffiandovi dentro tramite una cannuccia, si allungavano a dismisura sibilando ; però mio nonno Centin sosteneva che le donne la lingua l’avevano ben più lunga ed, inoltre, pungente e velenosa),una bicicletta, anzi la Bicicletta.

Oggi una bicicletta fa ridere i polli ma allora era un mito , un sogno spesso irrealizzabile che mandava in estasi piccoli e grandi; ed era così intenso e possessivo che da adolescenti alle prime armi delle Elementari, si pensava che il peccato di desiderio contro cui tuonavano dal pulpito parroci e curati fosse appunto quello : possedere una bicicletta, anzi la Bicicletta.

I ‘piccoli’ prelevavano di soppiatto qualche moneta dal bisulot ed i più grandi investivano qualcosa per i biglietti della lotteria. “ E’ per i poveri…” spiegavano con sussiego e con indifferenza; in realtà anche loro pensavano alla Bicicletta.

La quale sfidava impavida le insidie della dea bendata e rimaneva splendida ed intoccabile sulla piccola gradinata dei premi per tutta la domenica ed il lunedì; ed era ancora al suo posto, pronta a sfidare la concorrenza della eleggenda miss (o reginetta ) il martedì sera, ultimo giorno della “festa”. Il numero buono lo tirava sempre su, nel dopo cena del martedì, il parroco in persona ( “ I preti hanno il sedere benedetto!”, commentava il Tirlunsu che era un sempliciotto; il Jin, più uis, ammiccava grugnendo sornione e mormorava a labbra strette: “… Ci prendono, anche qui, per i fondelli….” mentre avvicinava, stringendo gli occhi, il toscano, per altro già acceso, alla fiamma dello zolfanello) .

In effetti dal giorno dopo la bicicletta tornava fiammante a splendere nella vetrina di Baghero o Fatutto, o Pricca; era servita come specchio per le allodole, per vendere biglietti, ma in realtà il numero che esibiva nel concorso non esisteva fra quelli da sorteggiare; a volte, per non esporsi , il vincitore era qualche parente fidato, fino quando, a Casale Popolo, la sorella della perpetua, la bici non ci fu verso di fargliela restituire ( ed il parroco , poveretto, dovette ancora ricorrere alla comprensione dei parrocchiani più abbienti e comprensivi, per ripagarla a Pricca …).

Il “ Di d’la festa”, si articolava su tre giorni : domenica , lunedì e martedì :

Erano i giorni delle grandi tavolate; si ospitavano i parenti allungando le tavole con assi da muratore ed utilizzando, come sedie, sgabelli ed anche cassette della frutta piazzate verticalmente;

era l’unica occasione, con il Natale, in cui si mangiava il pollo – normalmente immerso in oceani di peperonata- senza essere ammalati (o senza che fosse ammalato il pollo).

Il lunedì chiudevano fabbriche e negozi ed era vacanza a scuola.

Per l’occasione ,veniva piantato il ballo a palchetto, la strada principale del paese o del rione veniva addobbata e le sue sere splendevano a giorno delle luminarie appese in alto tra terra e cielo; arrivavano i banchetti di giocattoli, e quelli delle leccornie come tiramolle,

liquirizie, caramelle, torrone, palle dolci…; l’aria era invasa dal profumo un po’ acre, dello zucchero filato bruciacchiato.

Le danze iniziavano ufficialmente ( anche se spesso si anticipava, sfruttando le prove dell’orchestra, al sabato sera fino a mezzanotte) con il mattinèe della domenica pomeriggio, poi il gran ballo- fino alle ore piccole- del dopo cena; il lunedì era la serata del “ cottilon” e del grande richiamo; cioè era ingaggiato il cantante di grido della RAI , sempre accompagnato dal suo pianista. Veniva, al riguardo, stipulata prudentemente un’assicurazione contro la pioggia e gli organizzatori speravano in una spruzzatina – a biglietti già esauriti- in maniera da poter quadrare i conti; perchè cantante e pianista RAI , Radio Audizioni Italiane, costavano un occhio della testa.

Vennero così a Casale ed interland pezzi da novanta come Ariodante Dalla (zio di Lucio: suoi cavalli di battaglia: la patriottica “Nostalgia giuliana “ e la romantica “Serenata celeste, celeste come gli occhi di una donna, che assomiglia tanto alla Madonna…”) ; Achille Togliani (“ La signora di trent’anni fa..” ); Nilla Pizzi (Vola Colomba, bianca vola) ; Carla Boni ( O my papà sei l’uomo più adorabile…); Corrado Lojacono ( “Carina, diventi tutti i giorni più carina…”) Clara Jaione( “I pompieri di Viggù”) Luciano Taioli( “Qui sotto il cielo di Capri, come è bello sognar…mentre mormora il mar…”) Oscar Carboni( Come pioveva: “C’eravamo tanto amati per un anno e forse più…”); e – per la festa dell’Ala sul finire degli anni cinquanta- la novella Mina…( “Nessuno, ti giuro nessuno, nemmeno il destino ci può separare…”).

Scesero anche, ad esibirsi per una serata, complessi di valore come i Gaj Campagnoli, il re della cecca e della mazurca, Casadei, oltre all’immancabile “Bersagliera” di Tonco.

Per la stesura dei manifesti il comitato organizzatore bruciava sere e nottate ed i problemi venivano spesso risolti dal provvido intervento del Maestro del paese. Ho assistito, a casa mia, ad interminabili dibattiti nel ’51 sul come dovesse essere presentato sul manifesto il pianista Galassini che accompagnava “l’ugola d’oro Oscar Carboni”. Prevalse la tesi di mio padre, appoggiato dal Mario Artuffo , dal Rizzieri Mantovani e dal prufesur….? ( non se ne conosceva il nome e nemmeno il paese e nemmeno in cosa fosse prufesur; ma tant’era stimato…),per cui venne

scritto... “…accompagnato da Galassini maestro William…”.

Il Martedì la giuria, composta prudentemente da ‘forestieri’, eleggeva la “miss” ; e non di rado la proclamazione generavavivaci polemiche di mamme e nonne che, con premessa di eloquio da fare impallidire i più agguerriti carrettieri, venivano alle mani…

L’entrata sul ballo era prevista per cavalieri , dame militari e ragazzi; le dame pagavano metà biglietto, se sole; e niente se a braccetto di un cavaliere.

Noi ragazzi, non per avarizia per insuperabili difficoltà ‘tecniche’, aspettavamo che qualche anziano uscisse e ci passasse la contromarca, che era un biglietto attestante l’uscita dal ballo e ne garantiva il rientro.

Mamme e nonne delle ragazze più giovani si sedevano sulle panche attorno alla ‘pista’ ed erano pronte a scattare come iene non appena le luci si attenuavano per i “lenti” e , scrutando fra la calca, intravedevano il principio di qualche abbraccio eccessivamente stretto e confidenziale.

Frai tanti, io, seguivo con particolare preferenza, i giorni della festa di Porta ad Po, con contemporanea dei fuochi artificiali organizzati dalla Canottieri e sparati dall’isolotto, ora scomparso, con cascina prospiciente il lungo Po (che quella sera-29 giugno- era invaso dalla gente);

cadeva, questa festa, nei giorni a cavallo di San Pietro, patrono dei pescatori- specialmente quelli sposati con suocera a carico. Per San Lorenzo- 10 agosto- , era la volta di Porta Milano; quindi Morano, Ozzano, la prima domenica di settembre e, la seconda, l’Ala a Casale (in piazza della Posta arrivavano come a San Giuseppe in piazza Castello, le giostre ed il ballo veniva sistemato nello stupendo mercato de pesci ) ; Casale Popolo festeggiava la prima di ottobre, Il Ronzone la seconda. Chiudeva, che già scendevano le prime nebbie, Terruggia a meta novembre.

Era l’occasione, il ballo del giorno della festa, per i più anziani di ritrovare per qualche giorno lo sprint dei bei tempi e ricordare con le loro mogli, le sere al chiaro della luna e fra i bagliori delle lucciole dietro ai busconi di grano o di paglia mentre da lontano arrivano attutite le note della “Bersagliera” di Tonco; per i genitori di riproporre emozioni che la routine di tutti i giorni, e spesso la convivenza con genitori o suoceri, parevano aver inaridito; e per i giovani in pantaloncini corti o poi con i pantaloni alla zuava, di provare i primi approcci.

I parrocci tuonavano, invano, contro il ballo e poi ne pretendevano la confessione.

“Sei stato a ballare…”ti sussurravano da dietro alla grata ( e l’alito, non di rado profumato di aglio, ti sfiorava il viso a refoli).

“Si, padre…”

“Hai ballato?...”

“Ho ballato…”

“Sempre…?”

“Tutti lenti…e nemmeno un ‘ casù…’ ”( il “casù” era il “no” della dama all’invito del cavaliere)

Da dietro le grate brontolava un grugnito:

“E perché solo i lenti?...che sono i più lascivi?:::”

Nessuno sapeva cosa significasse “lascivi” né si peritava, dopo, di appurarlo.

“No, perché ballo da cane anche i lenti e gli altri non li so proprio…”.

“..Stretti?”

“…C’era tanta gente che premeva e se non ti stringevi, non ci stavi:::”

Altro sotterraneo grugnito.

“ Non si deve, capito, non si deve andare a ballare…!!!; il ballo è del demonio!....”

Seguiva una lunga filippica sulle perdizioni a cui conduceva il ballo (e che finiva per renderlo più affascinante…).

Poi, al momento di assegnare la penitenza…

“…Sei sicuro, figliuolo, di esserti liberato di tutto il fardello?...”

“Si, padre…”

“Figliolo…e dopo il ballo?...”

E, alla flebile risposta, grugnito con sibilo: “Diventi cieco!..” .

La normale penitenza di tre pater, ave a gloria, veniva integrata da dieci atti di dolore.

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Poi i “ dì dla festa” sparirono e furono sostituiti da vari estemporanei festival estivi con

distribuzioni di pesci di mare nei paesi delle rane e degli squarsasac; e di birre ed altra mercanzia

in lattina, nelle zone del barbera e grignolino. Il panino di bagnetto e acciughe, venne spazzato via da un intruglio di carne macinata e fritta a sanguis fra rubra , maionese e una foglia di lattuga…; cose da far inorridire i nostri vecchi……

Ora il manifesto che annuncia il ritorno delle tradizioni a Morano , pare essere il segnale di una retromarcia… e di una riscossa.

Forse è il desiderio dei giovani di ritrovare le tradizioni di padri ed avi, perché sono le tradizioni che danno un corpo al passato e stimolano le speranze per il futuro.

Passato e futuro che sono, come insegna Agostino, i due cardini fondamentali del presente: il presente della memoria ed il presente della speranza; e senza memoria e senza speranza la vita non ha senso…

Mi auguro che l’iniziativa di Morano faccia proseliti (e ricordo a chi oggi abita al Ronzone, che il “di a dla festa” non cade a luglio ma nella seconda domenica di ottobre…)

Gianni Turino
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