Il dialetto piemontese e monferrino si diffonde in Sicilia

L'ultima parte del viaggio di Patria Montisferrati sull'emigrazioni verso il Meridione nel Duecento. In allegato un piccolo 'dizionario' trilingue

CASALE - 

Presenze subalpine sono altresì rilevabili nei primi secoli del millennio nel Meridione continentale. È noto che Roberto il Guiscardo, dopo aver conquistato nel 1065 la località di Policastro Bussentino sulla riviera campana, ne aveva sostituito la popolazione ellenica con immigrati «lombardi» e abbiamo già accennato al fatto che Enrico di Paternò compare in alcuni documenti quale conte, appunto, di Policastro. Un gruppo famigliare marchionale e apparentemente aleramico, anche se non si riesce a stabilirne gli addentellati con le linee piemontesi note, è documentato in Puglia e Basilicata tra il 1134 e il 1157. Tracce di una «lombardizzazione» parcellare sono tutt’oggi riconoscibili in Calabria in alcuni toponimi e soprattutto a livello idiomatico, come hanno evidenziato gli studi del grande dialettologo tedesco Gerhard Rohlfs.

In Sicilia si registra una seconda ondata di affluenze «lombarde» nel Duecento, meno massiccia ma non insignificante.  Un nucleo di cuneesi si stanzia a Corleone poco prima del 1237 sotto il comando del milite Oddone di Camerana, con il benestare dell’imperatore Federico II. Nel 1264 è governatore del luogo Corrado di Camerana e il Tabulario del monastero di Santa Maria del Bosco di Calatamauro attesta, tra 1285 e 1328, la presenza in quel di Corleone di un Salvo de Salicedo, un Nigrino de Saliceto, del notaio Giacomo de Saliceto, quindi di Giovanni de Garexio (Garessio),Verzano de Aquis (Acqui Terme?),Giacomo de Langosco (Lagnasco?),Fayardo, Opicio ed Enrico de Alessandria, Giacomo de Palodo (Parodi Ligure),Enrico de Pontecorono (Pontecurone),Oberto de Punzono (Ponzone),Ogerio Busca, Rainerio de Cocconato, Anselmo de Vultagio (Voltaggio). Tutt’oggi esistente – si noti – in questa che tuttavia è comunque solo una colonia parziale e spuria il cognome «Cortimiglia» (Cortemilia); e tutt’oggi sussistente un quartiere denominato esplicitamente «Lombardia». Ad Aidone giunge un folto gruppo di piacentini, guidato forse da certo Oberto Mostacciolo. A tale proposito, ricordo che due formaggi dal nome eloquente sono diffusi nell’isola: il «piacentinu» e la «tuma».

Nuovi arrivi di personaggi subalpini e aleramici di spicco, si hanno, indipendentemente l’uno dall’altro, nel secondo Duecento. I conti di Ventimiglia approdano in Sicilia con un Enrico, capitano generale di re Manfredi; vi sono creati conti, poi – nel Quattrocento – marchesi, di Geraci e ricoprono addirittura la carica di viceré (Giovanni e Simone) nel Cinquecento.

A seguito del Vespro dell’agosto 1282, Corrado Lancia, discendente dei marchesi di Busca, sbarca a Trapani con Pietro III d’Aragona. Trapianta così nell’Isola una famiglia che diverrà numerosa e assurgerà a dignità primarie tra Cinque e primo Novecento. I Lancia saranno duchi di Brolo. I Lanza, altro grande ramo il cui cognome è stato spagnolizzato, saranno principi di Trabia, Butera, Scordia, Pietraperzia, Scalea (in Calabria) e altri luoghi. Meno certo, tra il 1269 e il dopo Vespro, è l’anno d’approdo di Antonio del Carretto, la cui discendenza reggerà la contea di Racalmuto, per estinguersi nel 1698. Sembra siano stati appunto i Carretto a introdurre in Sicilia quella che è ivi divenuta la leggenda di Alligramu e Alligranza (Aleramo e Adelasia).

Concludiamo questa sintetica carrellata soffermandoci su un aspetto davvero avvincente delle immigrazioni «lombarde»: quello della conservazione secolare delle parlate gallo-italiche nelle «colonie». Eh sì, perché a Piazza Armerina, Nicosia, Aidone, Randazzo, Sperlinga, San Fratello, ecc… si è continuato impavidamente a parlare un patois norditalico, qua e là più monferrino, più langhetto o contaminato da ligure o emiliano, fino al primo Novecento, quasi fino ad oggi. Incredibile, si dirà! Ma è ancor più incredibile che i piemontesi non se ne siano quasi mai accorti, che abbiano misconosciuto, trascurato un legame tanto viscerale con un angolo d’Italia certo ben diverso dallo scenario di verdissimi bricchi e feraci pianure irrigate da fiumi abbondanti di acque in cui vivono, ma splendido a suo modo e soprattutto, appunto, ristrutturato, rivivificato da loro fratelli e stretti cugini.

Non resisto alla tentazione di sottoporre all’attenzione dei monferrini l’accluso scampolo di parlata lombardo-sicula o, come altri preferisce definirla, lombardesca, affinché possano farsi una qualche idea non meramente astratta del fenomeno. Il prospetto trilingue di espressioni varie figura in un Vocabolario della lingua parlata in Piazza Armerina fatto stampare da Remigio Roccella a Caltagirone nel 1875.

(3 di 3 – Fine)

Ricerca in corso...