(L'arrivo del corteo in Cittadella)
Ampia parteciapazione di pubblico questa mattina alla celebrazione dell'81mo anniversario della Liberazione a Casale Monferrato. Dopo la Santa Messa di suffragio presso la Chiesa di San Paolo e la riunione delle autorità in Municipio, il corteo è partito per via Cavour, viale Piave, viale XIII Martiri, piazza d'Armi per concludersi in Cittadella, dove sono stati pronunciati i discorsi celebrativi ufficiali.
Il sindaco Emanuele Capra: "La Liberazione non deve diventare solo una pagina ingiallita nei libri di scuola, ma una radice viva, pulsante, una chiave di lettura con cui disegnare il futuro. È il momento in cui il nostro Paese ha ritrovato se stesso: scegliendo la dignità contro l'oppressione nazifascista, la libertà contro la paura, la democrazia contro la violenza. È il frutto di sacrificio di donne e uomini che anche qui nella nostra terra hanno saputo guardare oltre il buio. E mentre rendiamo loro onore non possiamo ignorare cosa avviene oltre i nostri confini, ancora molte parti del mondo il rumore delle armi copre la voce dei popoli. La libertà non è garantita, ma va conquistata di giorno in giorno. La memoria senza responsabilità rischia di trasformarsi in una ritualità vacua".
Anche il presidente del Consiglio Comunale e del Comitato Unitario Antifascista Gianni Filiberti ricorda come "la libertà non fu concessa ma conquistata, occorre un impegno collettivo per la pace".
(La celebrazione in Cittadella)
Molto più politico l'intervento di Carla Gagliardini, in rappresentanza dell'Anpi: "La recente vittoria nel referendum dimostra che lo spirito della Costituzione è ancora vivo e vegeto e il testimone è stato raccolto dai giovani. I tanti giovani che manifestano per la pace e per l'ambiente e sono sempre criticati: quando manifestano per Gaza contro il genocidio portato avanti da Israele sono considerati violenti, quando manifestano contro il disastro climatico vengono chiamati figli di papà".
E poi: "I vari decreti sicurezza servono al governo per restringere la libertà di pensiero. Con tutti questi decreti viene da pensare che o viviamo nel Far West, oppure la decretazione d'urgenza è abusata".
Gagliardini ha concluso il suo intervento sottolineando come "l'antifascismo è un patrimonio della nostra Costituzione e non si possono mettere sullo stesso piano i partigiani e i repubblichini".
Infine l'orazione ufficiale tenuta dall'avvocato e storico Sergio Favretto che, per il suo alto spessore storico e culturale, riproduciamo integralmente di seguito.
Il 25 aprile: Appuntamento con la nostra storia – Resistenza di popolo – Il contributo degli Alpini
di Sergio Favretto
Forse, mai come oggi, il 25 aprile ci può aiutare a capire il presente.
Le vicende internazionali di guerre assurde e senza alcuna legittimazione caratterizzano una umanità alla deriva. Per una follia prevaricatrice di alcune élite si cerca lo scontro, si alimenta solo una logica di violenza e di interesse economico di pochi contro la debolezza di molti.
In mezzo, le vittime sono i civili e le famiglie, privati tutti della libertà e del diritto ad una vita sociale dignitosa. Così avvenne prima ed anche nel biennio del 1943-1945 nel nostro Paese.
Dopo vent’anni di regime fascista, gli italiani pagarono il prezzo assurdo dell’occupazione tedesca e del ritorno della violenza con la RSI, nel contesto bellico senza alcun sbocco ancora all’orizzonte.
Ma seppero reagire, seppero costruirsi un nuovo futuro.
La Resistenza non fu un episodio, non fu la somma di episodi, non fu risultato di un puro eroismo individuale, ma una coraggiosa sequenza di volontà e di azione, di ideali e di risultati, di partecipazione singola e di organizzazione a gruppo.
La Resistenza fu un grande fenomeno collettivo, arduo alla sua origine, ma poi in crescendo fino alla Liberazione. Gli Alleati dubitarono nell’autunno 1943 sulla consistenza ed efficacia delle prime formazioni partigiane, ma poi si ricredettero fino a riconoscere la Resistenza italiana come la più strutturata in Europa.
La nostra Resistenza, anche nel Monferrato, ebbe diverse anime ispiratrici, anime ideologiche e politiche; potè affrontare il neofascismo della RSI e le truppe tedesche occupanti, grazie alla capacità di coniare una sinergia fra bande partigiane e divisioni organizzate di patrioti, grazie all’adesione della popolazione civile e all’antifascismo storico ed operaio che alimentò sempre la speranza; ebbe sostegno dal mondo cattolico nelle sue varie espressioni, dai vescovi al clero, ai giovani e movimenti come AC e scout; ricevette linfa da alcuni ambienti universitari liberi e non omologati alla RSI; venne rafforzata dai servizi segreti alleati del SOE e dell’OSS, con aiuti in armi, munizioni, medicinali, strumentazioni per assalti e logistica; vide il coraggio e l’efficienza operativa di alcuni imprenditori illuminati, delusi dal regime fascista e dalla violenza pluriennale; potè contare sul contributo determinante degli ex militari, ex carabinieri, finanzieri, di soldati e ufficiali della Marina e dell’Aviazione. Fu plurale e fenomeno in crescita, mese dopo mese. Nella Resistenza vi furono partigiani e partigiane, non solo staffette come bene precisò Fenoglio in Ur partigiano Johnny e in I ventitrè giorni della città di Alba.
La Resistenza fu connotata anche dall’azione e coraggio di molti Alpini.
Non poteva essere diversamente. Gli Alpini erano espressione di un esercito, ma anche di un forte ancoraggio alla famiglia, al popolo, ai valori del sacrificio e della solidarietà.
Gli Alpini durante e dopo una guerra assurda che li coinvolse in Africa, nei Balcani, in Russia e altri parti dell’Europa solo per la follia di un regime, già ad inizio 1943 e poi dopo l’8 settembre scelsero con coraggio da che parte stare e lottare per la libertà. La loro fu una adesione popolare e organizzata. Scelsero individualmente, ma poi trasmisero alla prima dissidenza le note giuste per far nascere e affermare la Resistenza.
Alpini partigiani nel Monferrato
Può essere utile un approfondimento nella storia del nostro Monferrato. Qui, fra pianura e collina, si ebbero protagonisti e azioni di rilievo con il determinate apporto degli Alpini.
Emblematica la figura di Gherardo Guaschino.
Nato a Torino, il 27 novembre 1919, è un tassello determinante della Resistenza nel Monferrato.
Guaschino era sottufficiale, allora, della Divisione Alpina Julia. Partecipò alla campagna di Russia; visse drammaticamente l’intera ritirata fino al Don. In quel contesto, conobbe l’irrazionalità ed il peso umano della guerra, delle atrocità verso un popolo indifeso. In quei mesi imparò a detestare i comportamenti delle truppe tedesche e degli ordini assurdi del regime fascista.
La vicenda russa ha segnato Gherardo, anche nel fisico. Dopo migliaia di chilometri, sulla neve, fra boschi e sentieri impervi, raggiunse il confine a Dobbiaco, Vipiteno, Tolmezzo. Nella sua Divisione, partirono in trecentotrenta e tornarono in poco più di venti soldati. Venne ricevuto e considerato un sopravvissuto inspiegabile; le gambe si muovevano poco, erano compromesse; il suo volto stremato, irriconoscibile. Venne rifocillato, assegnato per qualche mese alla caserma di Tarcento.
Dopo l’8 settembre, lasciò il Friuli ed in bicicletta raggiunse la sua Casale. Ci mise tre giorni; attraversò alcuni fiumi, evitando i pochi ponti ancora in piedi, perché controllati dai tedeschi. Utilizzò traghettatori di fortuna. A Casale, vi era l’incertezza più assoluta. I giovani lasciavano l’esercito e tentavano di tornare a casa, i tedeschi occupavano la città e controllavano l’intera zona.
Il padre di Gherardo era il dott. Angelo Guaschino, primario oculista all’ospedale S. Spirito di Casale. Il fratello di Angelo era Giovanni, primario otorino.
Gherardo rifiutò ogni offerta fatta di nuovo inserimento nella RSI e nelle varie milizie. Il padre Angelo lo consigliò, dunque, di nascondersi presso clienti a Casalino di Mombello, in Valle Cerrina. Così fece. Fra queste colline iniziò l’esperienza partigiana.
Ricorda :“Il nostro gruppo era composto da una trentina di giovani, alcuni ex militari, studenti e medici come Serrafero, Venier, Vernoni, Grillo, contadini e operai. Eravamo accampati a Rairolo di Gabiano. Ci demmo regole precise, norme di attenzione e prudenza. Non avevamo opzioni politiche; desideravamo solo che le cose cambiassero radicalmente; eravamo stanchi di soprusi, violenze e condizionamenti culturali. L’amico Giuseppe Brusasca ci aiutò moltissimo. Non so come facesse, ma con la sua auto riusciva a sottrarsi ai controlli tedeschi e ci riforniva di viveri, vestiti, armi e soldi. A Casale, ci aiutavano Triglia e Novarese del CLN, l’Azione Cattolica. Ma il sostegno maggiore lo ottenemmo dalle famiglie di agricoltori e dai parroci di collina. Già allora, e per tutto il periodo partigiano, ci sentivamo sostenuti dal nostro Vescovo Angrisani. Ci giungevano suoi messaggi, l’eco del pensiero e delle omelie. Pur in un contesto teso, per la presenza dei tedeschi, avvertivamo che il Vescovo era dalla parte della sua gente”.
Mentre Guaschino era fra le colline, il papà e lo zio furono arrestati dai fascisti casalesi e per parecchio tempo chiusi alle carceri di via Leardi. Poiché erano primari ospedalieri al S. Spirito, tutti i giorni un drappello di fascisti li accompagnava in calesse o a piedi dal carcere all’ospedale, e ritorno, per poi dormire in carcere.
Con questo brutale accorgimento, i fascisti pensavano che il figlio partigiano Gherardo lasciasse la banda. Ma Gherardo resistette, convinto fino in fondo. I due primari, accusati di cospirazione antifascista con il CLN, furono poi trasferiti nel “braccio tedesco” delle carceri di Torino. Stettero parecchi mesi. Vennero poi liberati, prima del 25 aprile, dopo varie insistenze e pressioni, interventi torinesi.
Guaschino ricorda, istante per istante, i due attacchi a Pontestura, a Cantavenna del 1 e del 16 novembre. Nel mese di dicembre, mentre le formazioni partigiane monferrine scelsero una fase di attenuazione dell’attività e di ristrutturazione interna (come suggerito dal Proclama di Alexander),Guaschino raggiunse le formazioni Mauri, nelle Langhe e nell’Astigiano, per dare una mano all’originalissima Repubblica Libera di Nizza Monferrato. Incontrò Mauri (Enrico Martini, ufficiale Alpino) a Castino; cooperò nella sua formazione. Contemporaneamente, si attenuò la tensione sulla famiglia. Rimase partigiano con Mauri, fino alla Liberazione.
Gherardo ricorda come ricevette 300.000 lire d’aiuto dal Conte Braga di San Marzano; li consegnò a Giuseppe Oglina per sistemare alcuni partigiani locali. Dopo la Liberazione, Oglina restituì al Conte Braga 250.000 lire, meno dunque solo una quota utilizzata dai partigiani.
Il giorno della Liberazione, raggiunse Casale in bicicletta. Data l’esperienza militare e partigiana, gli venne subito attribuito l’incarico di vice-commissario in città da parte del CLN, con attenzione all’ordine pubblico e trattamento dei fascisti. Commissario era il maggiore carabiniere Veduti. Guaschino ricordò: "Furono momenti difficili, duri ed inspiegabili oggi, ma agimmo così per profonda convinzione, perché credevamo in assetti nuovi di governo pubblico, in regole nuove per la società e la convivenza. Volevamo dire basta ad una guerra in casa, ad una follia fra poveri.”
Gherardo Guaschino, in un suo diario-romanzo, scrisse: "non potevo restare inattivo quando tedeschi e repubblichini reclutavano a forza i ragazzi per addestrarli in Germania e mandarli a combattere sul fronte italiano. Avevano già avviato ai campi di concentramento tanti militari nostri combattenti nei Balcani o altrove e ancora spedivano ad Auschwitz, Buchenwald, Matuthausen chi era scoperto a compiere sabotaggi o a cospirare contro di loro...Approfittai quella mattina della vicinanza alla città per compiere i primi passi di una impresa che volevo assolutamente attuare: l'organizzazione di una banda di patrioti (all'inizio le chiamavamo così). Ne erano già apparse, di queste bande, non proprio nella nostra zona di collina, ma un pò più ad ovest verso Torino...non lontano dalla riva destra del Po, trovai degli studenti della mia città e di Torino, dei giovani agricoltori e qualche operaio in attesa di potersi organizzare in un gruppo di patrioti riconosciuto ma autonomo...".
Altra figura di ufficiale Alpino, comandante di formazione partigiana: Agostino Lenti.
Fu l'anima e la guida coraggiosa della Banda Lenti di Camagna, eliminata dai tedeschi e fascisti a Valenza il giorno 11 settembre 1944. La formazione sorse grazie all'antifascismo di Camagna, Conzano, Vignale e Casale Monferrato. Fu il modello di banda partigiana, interprete delle attese della popolazione e chiamata a reagire alla severa presenza dei fascisti e tedeschi occupanti. L’attivismo della banda Lenti ed il consenso crescente fra la popolazione, sempre più offesa dalla prepotenza fascista e tedesca, preoccuparono i gerarchi casalesi. Venne preparato un intervento esemplare di antiguerriglia.
Nella notte fra l’11 ed il 12 settembre del '44, alcuni reparti fascisti da Casale, altri da Asti ed Alessandria, i tedeschi della Flak si diressero verso il cascinale di Madonna dei Monti, ove avevano in precedenza individuato la sede operativa della banda Lenti. I partigiani della Lenti vennero catturati, in piena sorpresa; non poterono reagire minimamente. I tedeschi colpirono la sorella del proprietario della cascina, rifugio dei Lenti, la signora Rosa Berruti (morì dopo anni, ma segnata profondamente dalle ferite ricevute dai nazi-fascisti). Agostino e Piero Lenti discussero con il capo degli assalitori; ottennero la garanzia che avrebbero ucciso solo loro e catturati gli altri partigiani, salvando loro la vita. Ma non ci fu tempo e modo per una leale resa. I nazifascisti ingannarono. Caricarono i 28 partigiani catturati su due camion ed alcune autovetture; li trasportarono a Valenza, presso la sede del Kommandantur 1014. Arrivarono alle ore 13. Tra i singhiozzi e qualche difficoltà nel linguaggio, mamma Lenti così ha descritto i due suoi figli partigiani: “Agostino, capobanda, era del 1919. Diplomato ragioniere, partì per la Francia come sottufficiale nell’8° Reggimento Alpini. Ritornò a Camagna il 9 settembre. Organizzò le prime bande partigiane con gli amici del paese: era molto espansivo, convinceva molti. Era sicuro di sé, certo della necessità di lottare. Pierino, invece, teneva molto ai suoi studi di medicina. Aveva frequentato il liceo di Casale. Colto e meno loquace del primo, faceva già pratica accanto al prof. Vernoni (padre del partigiano Sergio Vernoni). Pietro aiutava Agostino, reperendo armi e viveri, forniva le notizie dalla città. Ma non fu mai partigiano a tempo pieno." Vennero poi tutti uccisi presso il cimitero di Valenza e le salme stettero per giorni in una fossa comune.
Ancora un Alpino, nell’eccidio di Villadeati ad ottobre 1944. Don Ernesto Camurati era nato a San Salvatore il 17 giugno 1898. Il padre Francesco, reduce dalle campagne in Eritrea di fine secolo, era calzolaio; la madre sarta. Ernesto era primo di sette figli. Dopo le scuole elementari a San Salvatore, frequentò il seminario diocesano a Casale. Benchè chierico, venne chiamato alle armi e fece l’Alpino per quasi tre anni. Nel ’25, venne ordinato sacerdote. Per sette anni esercitò a Casale Popolo, poi divenne, dal 1933, parroco a Villadeati. Venne ucciso dai tedeschi e fascisti, unitamente a 9 capifamiglia del paese in un’azione di rappresaglia il 9 ottobre 1944. I tedeschi al comando del maggiore Meyer assalirono il paese, incendiarono case e rubarono, saccheggiarono e presero come ostaggio 9 abitanti. Li fucilarono, compreso il parroco in una piazzola di Villadeati.
Alla figura del maggiore tedesco Meyer si lega, altresì, l'uccisione del partigiano Lazzaro Nazzareno Lazzarini detto Nino, avvenuta il 6 ottobre 1944, nel quartiere del Ronzone, a Casale.
Lazzarini era originario del comune di Mezzoldo (BG),nato il 18 dicembre 1916, abitò con la famiglia a Moncalvo. Era tenente degli Alpini nel 3° Reggimento, Battaglione Fenestrelle; fu studente universitario nella facoltà di matematica e fisica. Dopo l’8 settembre, aderì come Alpino alle formazioni partigiane in Val Chisone e successivamente, su invito di don Bolla di Moncalvo e di Luigi Quarello di Cardona, contribuì alla costituzione della VII Divisione Autonoma Monferrato. A primavera ’44 venne nominato vicecomandante della Monferrato con il nome di “Nino”. Il giorno 6 ottobre, dopo aver accompagnato un partigiano ferito all’ospedale di Casale, transitando in centro città venne riconosciuto da un tedesco che in precedenza si era inserito fra i partigiani di Villadeati. Venne catturato dai tedeschi e fucilato per ordine di Meyer in riva al Po e poi gettato nel fiume. Il suo corpo non venne mai ritrovato. In suo onore venne intitolata una brigata della Divisione Monferrato. Gli venne riconosciuta la medaglia d’argento al valore militare.
Nel Monferrato giunse l’eco della morte in combattimento del partigiano Francesco Fieri Greppi di Frassineto Po, trentenne, ucciso a Crot di Usseglio il 28 settembre 1944. Allievo del Liceo Classico di Casale Monferrato e poi iscritto alla Facoltà di Giurisprudenza. Militare e sottotenente Alpino, dopo l’8 settembre non esitò ad aderire alle formazioni della Val di Lanzo, con un altro frassinettese, il maestro Negri Giovanni. Divenne comandante di una Divisione Garibaldi, mentre Negri dovette recarsi in Francia, con altri partigiani. Durante una tregua, concordata con i nazifascisti per uno scambio di prigionieri, venne accerchiato con l’inganno, colpito da armi automatiche ed ucciso. Si era rifugiato fra le baite, ove gli abitanti cercarono di coprirlo. La delazione fu determinante.
Per la morte del Fieri si sospettò un milite GNR di Frassineto, Quinto Palazzini, assente proprio nei giorni della cattura. Non si raggiunse mai la verità. I nazifascisti vollero colpire un capo dell'antifascismo. La fine di Greppi turbò le formazioni partigiane, anche nel Monferrato. Tutto sembrava arduo; quasi impossibile. Si parlò anche di una fredda esecuzione, partita da Frassineto.
Fondò e guidò le formazioni della Divisione Autonoma Patria, l'ufficiale Alpino e poi professore Giovanni Sisto, comandante partigiano cattolico, uomo politico e apprezzato amministratore pubblico.
Era nato a Mirabello Monferrato nel 1916. Seguendo il fondatore comandante Edoardo Martino, creò le formazioni partigiane di matrice cattolica con presidi e squadre a Mirabello, Occimiano (dove vi era un grande deposito militare di munizioni),Giarole, Valenza, Ticineto (con la presenza di una stazione e deposito tedesco),Borgo San Martino (con un piccolo ospedale). In questo perimetro di pianura, presero vita dei veri e propri distaccamenti clandestini, mescolati con la popolazione, sostenuti da ambienti cattolici. Vi erano distaccamenti a Valenza, Mirabello (Beta),San Salvatore (Kappa),Valmacca, Ticineto, Frassineto Po, Fosseto (Epsilon),Monte Valenza. Ai distaccamenti, vennero attribuiti appellativi riferiti ad alcune lettere dell'alfabeto greco, in ossequio alla preparazione letteraria di Giovanni Sisto. La Divisione Patria si organizzò anche in Val Cerrina, nell'Alessandrino. Era sostenuta da una missione inglese paracadutata e diretta dal maggiore Leach, maggiore inglese citato da Beppe Fenoglio in alcune pagine di Ur Partigiano Johnny. Sisto e Martino lasciarono alcuni significativi appunti e pagine di diari riferiti ai vari distaccamenti.
Il maggiore Leach della British Mission Bet, paracadutata nel Monferrato, dopo aver partecipato attivamente alla Resistenza, riconobbe i meriti della Divisione Patria con la seguente dichiarazione:
“Grandemente apprezzando l’attività ed i meriti di questa formazione patriottica, la mia missione ed io desideriamo manifestare la nostra personale ammirazione al suo comandante, ai suoi ufficiali e agli uomini per i loro interminabili sforzi e la loro completa dedizione al dovere, che, combinati alla disciplina, al più sincero e sentito patriottismo o spirito di corpo, dimostrati da ogni singolo componente la Divisione, senza alcun riguardo per la propria incolumità personale, così grandemente hanno contribuito alla definitiva cacciata del nemico tedesco e fascista, durante gli storici giorni della liberazione d’Italia.
È con rimpianto e commozione che ricordiamo quei Patrioti che immolarono la loro vita alla causa della libertà, ma i loro nomi, fulgidi, brilleranno per sempre, monito ed insegna dei popoli amanti la giustizia e le libertà. Al capitano Malerba, ai suoi ufficiali e ai suoi uomini, esprimo la mia profonda gratitudine per l’aiuto cordiale dato alla mia missione, durante il nostro indimenticabile soggiorno presso di loro. E ad essi voglio dire che mai vi fu unità che più giustamente e più meritatamente potesse fregiarsi del motto “senza macchia e senza paura”.
La dichiarazione è datata “Alessandria, 15 maggio 1945” e sottoscritta da Mayor Leach della British Mission.
Alpino e partigiano fu ancora Italo Rossi. I fratelli Francesco, Italo e Bruno Rossi, dopo l’esperienza di Arcesa a fine 1943, s’impegnarono nei GAP della città di Torino e poi crearono nel canavesano una nuova brigata Matteotti. Il 29 giugno ’44, la città di Cuorgnè venne liberata dai partigiani. Il casalese Italo Rossi venne ucciso, dopo aver guidato, fino all’ultimo colpo, la propria pattuglia d’assalto.
Ancora nel Monferrato furono Alpini e partigiani Innocenzo Vernetti della Divisione Autonoma Monferrato (Vernetti con altri partigiani della formazione partecipò attivamente alla Liberazione di Casale); Pilade Picco, Morano Ettore, Baiardo Modesto, Giorcelli Anselmo e Alfredo Piacibello. Piacibello svolse una coraggiosa opera di sensibilizzazione antifascista e di efficace proselitismo in tutto il Monferrato, era elettricista dal 1938 presso l’Ospedale Civile di Casale. Militante comunista, si ammalò di tubercolosi; creò ugualmente con Carlo Corino una base di giovani antifascisti negli scantinati dell’Ospedale di Casale. Venne poi ucciso a Ozzano, nell’ottobre ’44 dai fascisti.
Una scelta di coraggio
Partigiani Alpini crearono e parteciparono alle esperienze partigiane nel Cuneese sotto la guida di Enrico Martini Maurie Nuto Revelli; nel Torinese come il tenente colonnello Mario Odasso, il tenente Sandro Fiorio, ingegnere e imprenditore (artefice di un riferimento logistico costante per la Resistenza torinese dopo aver messo a disposizione la conceria di famiglia per l'attività antifascista e come sede del CLN regionale); ancora Alpini nelle Valli di Lanzo, in Val Susa, nel Pinerolese, in Val Sesia e Biellese, in Valdossola, in Valtellina, in Valle d'Aosta con la figura forte e unica di Renato Chabod, capitano Alpino, partigiano comandante, politico antifascista; al confine con la Liguria, tra il Savonese e l'Imperiese. La Scuola Militare d'Alpinismo di Aosta, creata dal fascismo per forgiare militari Alpini pronti a tutto, divenne poi una vera palestra di antifascismo e di Resistenza partigiana.
Diverse Divisioni testimoniarono con i tentativi di Resistenza ai tedeschi all’indomani dell’armistizio la scelta di campo. Così avvenne con la ‘Taurinense’ nel Montenegro, la ‘Cuneense’ e la ‘Tridentina’ in Alto Adige; ed ancora la ‘Julia’ in Friuli, la ‘Pusteria’ nelle Alpi Marittime, con altri reparti in Corsica, nell’Alto Isonzo.
Gli Alpini, proprio perchè utilizzati malamente e ingannati con violenza assurda dal Fascismo per combattere una guerra senza alcuna prospettiva e giustificazione, pur con un imprinting gerarchico militare, ebbero il coraggio di scegliere e costruire un nuovo futuro.
Erano militari e popolo allo stesso tempo, erano militari e famiglia.
Nel nostro Monferrato maturarono le loro decisioni e poi contribuirono ad organizzare la Resistenza in Piemonte, con esperienza militare e concretezza.
Emblematica la frase dello scrittore Italo Calvino, partigiano ligure. Nel suo Oltre il ponte edito nel 1959, Calvino scrisse: " Chi non vuole chinare la testa con noi prenda la strada dei monti".
Frase densa di efficacia plastica, ma soprattutto di evocazione. Chi non vuole desistere e rinunciare, alzi la testa, s'innerpichi sulle montagne, faccia fatica e sia autonomo sempre. Così sono stati gli Alpini nella Resistenza.
La Resistenza come incontro di popolo
Ogni ricostruzione storica corretta della Resistenza pone in evidenza la coralità e pluralismo del fenomeno. Non fu scelta e impegno di pochi, ma coraggio e volontà di molti, di più collettivi uniti; di avanguardie e di crescenti adesioni.
La Resistenza fu un grande incontro di popolo in cerca di libertà.
Il ventennio fascista e la RSI non fecero altro che costruire una massa di sudditi, guidati da privilegiati; la propaganda capillare, l'intruppamento sociale, il coinvolgimento nei miraggi del colonialismo e della guerra ad ogni costo, l'omologazione culturale e la precarietà economica, la follia della persecuzione degli ebrei, annientarono ogni libertà.
Con l'antifascismo e poi con la Resistenza si cementarono le attese di tutti, si incontrarono speranze e obiettivi di rinascita, prese corpo una battaglia comune per la libertà.
Si incontrarono le diverse generazioni, gli anziani antifascisti e i giovani ribelli. Basta ricordare i maestri partigiani dello scrittore Luigi Meneghello (tenente Alpino) quando si riuniscono e insegnano ai giovani a resistere; Beppe Fenoglio, nelle pagine insuperabili del drammatico episodio di Valdivilla, dove il vecchio antifascista GiovanniBalbo Pinin organizza con i giovani partigiani l'attacco ai fascisti e poi muore; lo scrittore-giornalista Lorenzo Mondo quando narra l'incontro fra il vecchio antifascista e il giovane partigiano nel suo Felici di crescere, quando lo incoraggia a combattere per la libertà.
Incontro di generazioni anche in Monferrato, nella Banda Lenti e nella Banda Tom, fra Alpini e carabinieri, fra antifascisti e giovani ribelli.
La Resistenza fu incontro di grandi speranze: la speranza della pace, della serenità famigliare, dell'autonomia del pensiero, di un assetto politico e sociale rispettoso di tutti, della dignità del singolo e della possibilità di aggregarsi e fare società.
La Resistenza fu incontro fra culture storiche e sensibilità umane differenti. Si allearono cattolici, comunisti, socialisti, liberali, monarchici, azionisti.
Fu incontro fra esperienze personali e di vita molto diverse, talvolta antitetiche, ma tutte convergenti nell'obiettivo di una nuova storia di popolo.
Fu incontro di progetti e propensioni organizzative anche difformi, ma tutte seppero poi realizzare una comune lotta partigiana e di Liberazione, per poi giungere al disegno costituzionale condiviso.
La Resistenza come riscatto etico e politico
I patrioti, così si denominavano i primi partigiani come recitano atti e testimonianze, attinsero al pensiero e alle testimonianze antifasciste dei decenni antecedenti. Seppero, tuttavia, da subito ascoltare e attuare la domanda di un riscatto etico e politico dell'Italia irrimediabilmente compromessa dal fascismo. Il CLN e il CLNAI, i quadri dei comandi partigiani dovettero sempre unire l'impellenza della lotta sul territorio contro il nazifascismo con il traguardo di un riscatto vincente complessivo etico-politico del nostro Paese.
Il Presidente Carlo Azeglio Ciampi, in occasione dell'attribuzione della medaglia d'oro al valor militare al partigiano Alpino Antonio Giuriolo nell'ottobre 2001, sostenne:
"Egli era diventato un uomo che credeva nella religione della libertà. E fu questo che permise a lui di fare quella scelta. Ma quella scelta, ripeto, si consumò contemporaneamente nell'animo della maggior parte degli italiani; e da questa rivolta morale nasce la Resistenza. Perché la Resistenza ebbe tante forme, tante manifestazioni diverse; dipese oltre che dal sentimento di ciascuno di noi, dalle circostanze in cui ciascuno di noi si trovò ad operare."
La Resistenza si alimentò con la richiesta etica, l'entusiamo, il desiderio di un punto a capo rispetto al ventennio fascista e alla RSI ricomparsa come colpevole tentativo di nuovo fascismo. Fu prima di tutto un input singolo, individuale e poi un sentire comune e di molti.
Avvenne come il dispiegarsi e integrarsi delle note del Bolero di Ravel, prima poche note e un motivo musicale accennato e poi in crescendo, un amalgamarsi di molte note e l'orchestra finale.
Fu questa esigenza diffusa e matura di riscatto etico e politico che ci portò alla Costituzione italiana.
La Resistenza come DNA della Costituzione
Tutti i libri e i saggi di storia, tutti i testi di diritto costituzionale e i convegni correlati a questi temi, pongono in risalto e considerano come radici e genesi valoriale della nostra Costituzione la Resistenza e l’assemblea costituente che la interpretò. Identica connessione viene riconosciuta da studiosi e docenti universitari europei e non solo.
Dalla Resistenza si passa alla Costituzione italiana come un’immedesimazione susseguente.
Coniugare la Costituzione alla fine della guerra, saltando la cerniera rivoluzionaria della Resistenza è un assurdo storico e prova di inettitudine a capire lo sviluppo di un Paese.
Ecco perché fu ed è ancor oggi la Resistenza a ispirare e fondare la nostra Costituzione. Ecco perché la Costituzione è radicalmente antifascista.
Il regime fascista e la RSI:
- con la propaganda capillare, resero la popolazione massificata e omologata, suddita del capo, senza possibilità di distinguo. La Costituzione all’art. 2 riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità.
- costruirono assetti di potere elitari, privilegiati, autoreferenziali e violenti, con strutture di partito e squadre di militi infervorati e accaniti, strutture selettive versi i deboli. La Costituzione all’art. 3 riconosce che tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali. Parla di libertà e di eguaglianza dei cittadini, di sviluppo della persona umana e di effettiva partecipazione dei lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.
- organizzavano il lavoro a fini esaltativi del fascismo e dell’identità italica, e dopo a scopi bellici. La Costituzione all’art. 4 riconosce il lavoro come un diritto da promuovere; riconosce al cittadino il dovere di svolgere un’attività e una funzione, secondo le proprie possibilità e scelta, che possa concorrere al progresso materiale e spirituale della società.
- crearono un sistema politico gerarchizzato, centralizzato, dominato da assetti di partito e dal capo. La Costituzione all’art. 5 sancisce che la Repubblica è unica e indivisibile, ma riconosce e promuove le autonomie locali, con ampio decentramento amministrativo.
- ebbero un rapporto di tentato perenne condizionamento con la Chiesa cattolica, punendo molto spesso movimenti cattolici in dissenso con il regime e perseguendo gli ebrei con le drastiche misure nazifasciste. La Costituzione agli artt. 7 e 8 riconosce indipendenza e sovranità piena nel loro rispettivo ordine allo Stato e alla Chiesa; riconosce come tutte le confessioni religiose sono ugualmente libere davanti alla legge.
- condizionarono fortemente la cultura e l’istruzione, fuori e dentro alle scuole, mescolando sempre propaganda del fascismo e istruzione. La Costituzione all’art. 9 promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica; tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.
- coltivarono sempre assetti e legislazione nazionalistici senza respiro internazionale, fino alla dichiarazione di guerra per unico desiderio di affermazione di coprimato con Hitler. La Costituzione agli artt. 10 e 11 conforma l’ordinamento giuridico italiano alle norme di diritto internazionale, ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli.
- impedirono lo spontaneo movimento e organizzazione sociale delle persone, il loro associarsi se non in modo controllato e promosso dalle milizie e dalle gerarchie. La Costituzione agli artt. 13-20 riconosce libertà di movimento, di associazione, di organizzazione, di corrispondenza.
- impedirono in moltissimi casi pubblicazioni, giornali, comunicazioni. La Costituzione all’art. 21 riconosce il diritto di tutti di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione; la stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni e censura.
- consideravano la famiglia come un nucleo senza parità di ruolo, ma con dominio del più forte e una netta distinzione di ruoli, considerando la prole come un impegno anche verso lo Stato. La Costituzione agli artt. 29-31 riconosce i diritti della famiglia, l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi, protegge la maternità, l’infanzia e la gioventù, favorendo gli istituti necessari a tale scopo.
- coltivarono un modello di scuola uniforme e indottrinante. La Costituzione agli artt. 33 d 34 parla di arte e scienza libere e come è libero debba essere il loro insegnamento in una scuola aperta a tutti.
E’ sufficiente questa analisi parallela fra come il fascismo attuò il proprio modello di società e di contro il nuovo respiro della Costituzione, per cogliere come siamo agli antipodi; la nostra Costituzione è stata voluta ed è ancora oggi è un chiarissimo e fermo antidoto ad ogni ritorno fascista. La Resistenza è il DNA della nostra Costituzione.
Oggi, qui viviamo la Festa della Liberazione. In migliaia di località, dalla montagna alla collina, dalla costa ligure alla pianura, ci ritroviamo tutti a ricordare la sconfitta del regime fascista e della sua replica nefanda nella Repubblica Sociale Italiana; a ricordare la sconfitta dei tedeschi che ci occuparono e furono autori, sempre uniti ai fascisti, di stragi e violenze.
In queste settimane si moltiplicano le attribuzioni e dediche di piazze e vie ai partigiani, di ogni colore e appartenenza. E’ avvenuto a Torino per il partigiano Alpino ed imprenditore Sandro Fiorio, a Giarole per il partigiano ucciso Mario Talice. Ad Occimiano si ricorda il partigiano Luigi Lusona, ucciso dai tedeschi il 24 aprile 1945. Nel Monferrato vi sono più di 80 vie, piazze dedicate alla Resistenza. Istituzioni e popolazione hanno voluto ricordare chi ha lottato per ideali alti e innovatori, per una Italia diversa e libera.
Dopo 20 mesi di difficile e drammatica Resistenza, le formazioni partigiane, la popolazione civile sempre di appoggio, le missioni alleate a sostegno, realizzarono il riscatto della nuova libertà.
Nella primavera del ‘45 non vi fu una intesa fra le parti in conflitto, ma vinse l’onestà e il coraggio per il bene di tutti, contro l’arroganza e i privilegi, contro la non cultura e la violenza dei nazifascisti.
Ecco perché fu una Liberazione. Fu un momento di catarsi collettiva, tanto attesa. Nessun regalo, costi alti di vite e di arresti nello sviluppo economico e sociale. Gli antifascisti vittime del ventennio, i giovani, operai e contadini, cattolici ed ebrei, ex militari ed alpini, tutti vollero cambiare pagina, riscrivere una nuova storia.
Aggiungo, libertà anche nella ricerca e narrazione storiografica. In questi giorni si susseguono le uscite editoriali sui temi del fascismo, della Resistenza e della lotta di Liberazione. Vi sono due pericoli: il primo, costituito dal tentativo maldestro di alterare la storia fornendo letture strumentali e propagandistiche, palesemente militanti e revisioniste; il secondo, costituito dall’obiettivo di ideologizzare e rendere monocolore la Resistenza che fu invece di molti e fu plurale.
La Libertà poggia sulla verità storica, sul sentire diffuso e sull’impegno di tutti, sulla condivisione etica e culturale, contro le rivendicazioni identitarie di parte ed esclusive. Non dobbiamo assistere ad una regressione culturale e motivazionale.
Il 25 aprile accomuna oggi, proprio perchè la Liberazione ci fu anche per coloro che fecero allora scelte differenti ed errate.
Termino con una frase-concetto del filosofo Jurgen Habermas, attinta nel suo ultimo libro Per un mondo migliore edito da Feltrinelli: “La democrazia deve vivere nel confronto argomentato tra cittadini liberi e uguali”. Democrazia sempre, ma fra cittadini liberi e uguali.
Questo è il forte messaggio della Resistenza e della Costituzione oggi.
Aprile 2026
Avv. Sergio Favretto



