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"Il caso di Mario Roggero solleva interrogativi profondi che non possono essere liquidati in modo superficiale”

Una riflessione dell'ex sindaco di Terruggia Giovanni Bellistri: “L'episodio si colloca infatti sul delicato confine tra il rigore della legge e l'emotività del sentimento comune"

TERRUGGIA

Dall'ex sindaco di Terruggia Giovanni Bellistri riceviamo e pubblichiamo integralmente: “Il caso di Mario Roggero – l’orefice ultrasettantenne condannato per aver ucciso due rapinatori in fuga e averne ferito un terzo sparando loro alla schiena – solleva interrogativi profondi che non possono essere liquidati in modo superficiale”.

“L'episodio si colloca infatti sul delicato confine tra il rigore della legge e l'emotività del sentimento comune. Se da un lato la pietas collettiva riesce a comprendere il trauma e lo scatto rabbioso di chi si è sentito abbandonato dallo Stato, dall'altro una sentenza di assoluzione avrebbe inevitabilmente violato la norma scritta. Evitare il verdetto di colpevolezza avrebbe significato legittimare la giungla del "popolo che si fa giustizia da sé", scardinando le basi della convivenza civile”.

“Il caso Roggero riporta al centro del dibattito un tema cruciale: la sicurezza è un bisogno primario e profondamente sentito dai cittadini. Tuttavia, la risposta a questa urgenza non può essere delegata all'arbitrio individuale o a reazioni violente”.

“È compito esclusivo dello Stato e del governo presidiare la sicurezza pubblica. Questa funzione fondamentale deve essere esercitata attraverso strumenti che rispettino rigorosamente la dignità umana e rimangano saldamente nell'alveo della Costituzione. Rinunciando a farci giustizia da soli, firmiamo un patto sociale con lo Stato, il quale si impegna a proteggerci senza trasformarsi a sua volta in un oppressore”.

“Le politiche di contrasto alla criminalità devono quindi coniugare l'efficacia del controllo del territorio con la tutela dei diritti inalienabili, evitando derive autoritarie che minano i principi democratici e la presunzione di innocenza”.

“Nel secolare confronto tra diritto e consuetudine si è prepotentemente inserito un terzo attore: la propaganda. Il rapporto tra il potere politico e la comunicazione di massa si è deteriorato, facendo smarrire ai leader la loro fondamentale funzione pedagogica”.

“Chi governa ha il dovere morale e istituzionale di elevare il dibattito pubblico, guidando i cittadini verso una comprensione razionale della complessità e incanalando le paure sociali entro soluzioni legislative e istituzionali concrete”.

“Al contrario, molti esponenti della politica odierna preferiscono abdicare a questo ruolo educativo, eccitando ed esaltando gli impulsi più profondi e rabbiosi della piazza”.

“Questo uso distorto del consenso cavalca il risentimento popolare e la sete di vendetta a fini puramente elettorali”.

“Quando la classe dirigente, e in particolare chi ha in mano le sorti del governo, insegue gli umori del momento anziché educare alla legalità e al rispetto delle istituzioni, non rende un buon servizio alla democrazia, ma mina la credibilità della magistratura e la stabilità delle stesse leggi”.

“La manifestazione più evidente di questa deriva propagandistica si ritrova nell'uso indiscriminato dei cosiddetti "decreti sicurezza". Questi provvedimenti d'urgenza, spesso varati sotto la spinta dell'emotività mediatica, denunciano un sostanziale fallimento strutturale. Pensati per offrire risposte immediate e rassicuranti all'opinione pubblica, si rivelano frequentemente strumenti inefficaci nel lungo periodo. Invece di risolvere le cause profonde della microcriminalità e del degrado urbano - attraverso investimenti nella prevenzione, nell'educazione e nel supporto sociale - si limitano a inasprire le pene e ad ampliare i poteri di coercizione. Questo approccio emergenziale non ha ridotto la percezione di insicurezza dei cittadini, ma ha finito per intasare il sistema giudiziario e penitenziario”.

“L'illusione che una norma penale più severa possa sostituire una reale politica di controllo e integrazione dimostra come i decreti sicurezza siano stati spesso armi di distrazione di massa, utili a raccogliere voti ma incapaci di garantire una vera pace sociale”.

“Per concludere, Il recente caso dell'uomo morto a Bologna dopo il fermo mostra un problema profondo: lo Stato fallisce sia quando non difende le persone dai reati, sia quando non ne tutela i diritti durante i controlli. Questa crisi non si supera con slogan o decreti d'emergenza, ma rendendo le istituzioni più serie, efficienti e rispettose della Costituzione”.

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