Una lezione di sport e, soprattutto, di vita. Un messaggio su come la passione, l’impegno e il carattere permettono di superare tutti gli ostacoli che il destino ci mette davanti e di raggiungere gli obiettivi che ognuno di noi si prefigge. È quanto ha cercato di comunicare questa mattina, giovedì, agli studenti dell’Istituto Superiore Statale ‘Leardi’, la delegazione del Casale Calcio – composta dal tecnico Francesco Buglio, dal capitano Riccardo Taddei, dal responsabile del Settore Giovanile e allenatore della Berretti Carlo Monichino e da Marinella Raimondo dell’ufficio comunicazione e marketing – intervenuta alla conferenza sul rapporto fra scuola e sport dal titolo ‘L’importanza dello studio nella formazione dell’atleta’, convocata nell’aula magna ‘Natale Palli’ dell’istituto casalese.
“Una bella lezione di vita che ha coinvolto per oltre un’ora i nostri studenti – ha infatti dichiarato la preside Carla Rondano – . I ragazzi sono rimasti affascinati dagli interventi ricchi di significato e di intensità degli illustri ospiti che hanno fatto conoscere la realtà della squadra prima in classifica e portacolori della nostra città sui campi di tutta Italia”.
TADDEI: ‘NELLE AVVERSITA’ DELLA VITA SONO DIVENTATO PADRONE DI ME STESSO’
Non sono mancati gli aneddoti e le curiosità. Come ad esempio quando il capitano Riccardo Taddei, intervistato dagli studenti, ha ripercorso la sua esperienza scolastica da studente del corso Commerciale a Firenze, dagli “inizi difficili per conciliare lo studio e gli allenamenti fino al conseguimento del diploma di Ragioneria, fortemente voluto con impegno e tenacia”.
Ma ad impressionare maggiormente i giovani è stato il racconto di Riccardo sulle traversie e sui guai fisici che gli hanno purtroppo impedito di avere quella carriera ad altissimi livelli che avrebbe meritato. “Ero un giovane su cui c’erano tante aspettative – ha spiegato – perché mi riuscivano bene tutte le cose fondamentali per un giocatore di calcio. Invece ho dovuto lottare con un destino completamente avverso. Nella mia carriera ho subito ben otto operazioni: alcuni medici, di fama internazionale, mi hanno consigliare di smettere, altri si sono perfino rifiutati di operarmi. Sono stati momenti durissimi, in cui ho preso la decisione che dovevo diventare padrone di me stesso, lottare per continuare a praticare il mio sport. Un giorno a mio figlio non voglio raccontare un mio gol, ma parlargli di come suo padre ha combattuto per ottenere ciò che voleva. Ragazzi, il mio messaggio è questo: il talento è importante, ma il carattere lo è ancora di più. Dovete porvi un obiettivo che magari i vostri amici neanche immaginano e sacrificarvi per ottenerlo. Lottate per cambiare le cose che non vi piacciono, la vita ci manda difficoltà da superare per diventare uomini migliori. Per me è stata dura, ma considero il mio percorso una scuola di vita che mi ha permesso di essere quello che sono”.
BUGLIO: ‘DALLA DELUSIONE PER UNA CARRIERA INTERROTTA SONO USCITO PIU’ FORTE DI PRIMA’
Molti non sanno che mister Francesco Buglio ha una storia simile a quella di Taddei, ma senza il lieto fine (da calciatore, almeno): a soli vent’anni infatti dovette rinunciare a una promettente carriera da attaccante. “A diciotto anni – ha raccontato – ero stato ingaggiato dal Varese. Come Riccardo ero considerato una promessa, avevo disputato il torneo di Viareggio e, in un’amichevole, avevo segnato addirittura un gol alla Nazionale con in porta un mito come Dino Zoff. Il Varese mi diede in prestito un anno alla Salernitana e uno al Viareggio e qui la mia carriera finì. Era da poco successa la tragedia di Renato Curi, il giocatore del Perugia morto in campo per un infarto, e sull’onda emotiva di quel dramma furono fermati tutti i giovani che avevano qualche scompenso cardiaco, anche lieve. I medici mi trovarono un battito irregolare, magari frutto di un modo intenso di vivere le emozioni: un problema che adesso è facilmente controllabile, ma allora non c’erano le conoscenze di adesso e mi fermarono. Iniziò un’odissea negli ospedali italiani, controlli su controlli, ma non ci fu nulla da fare: la mia carriera era finita”.
La notizia fu una mazzata, ma Buglio non si è mai perso d’animo, più forte del destino avverso: “Potete immaginare come mi sono sentito: ero un giovane che credeva di avere il mondo in mano, invece si era interrotto tutto. Mi sono messo a lavorare come rappresentante, perché avevo un figlio appena nato e dovevo portare i soldi a casa: ho venduto di tutto, e anche quell’esperienza mi ha fortificato il carattere. A 27 anni mi sono iscritto al corso di Coverciano e ho cominciato ad allenare, lavorando contemporaneamente. Da quindici anni sono un allenatore professionista. La passione mi ha sempre guidato nei momenti duri e, ancora adesso, mi pongo l’obiettivo di arrivare in serie B (e non è detto che non ci riesca con il Casale) e, poi, il mio principale traguardo: allenare un giorno in serie A”.
Alla fine tante le domande rivolte dagli studenti, soprattutto a Buglio e Taddei, tanti altri aneddoti a cui possiamo solo accennare (da come si guida un gruppo al ricordo del giorno in cui il mister ha firmato per il Casale, pur avendo un contratto in essere più ricco con un’altra società). Ed anche un invito alla studio: “Nello sport come nello studio servono disciplina e regole. E quando decido di convocare un giovane della Berretti in prima squadra, la prima cosa che chiedo è come va a scuola. Se un ragazzo non si impegna sui banchi non può neanche riuscire nello sport”.
Redazione On Line

