Gli abati di Lerino nel 1666 aprirono una zecca a Seborga e coniarono monete d’oro e d’argento con l’effigie di San Benedetto e lo stemma del monastero, e l'iniziativa provocò l'ostilità del Re di Francia che cercherà di impedirla, e pertanto l'attività della zecca subirà periodi di sospensione che indussero i monaci di Lerino a cercare di vendere il Principato di Seborga per fare cassa. L'Imperatore del Sacro Romano Impero (SRI) intimò loro di desistere dall'intento di vendere, dimostrando che Seborga era un Principato dell'Impero (SRI), il quale non poteva consentire la vendita senza prima averne richiesto il consenso.
Gli abati di Lerino, in sempre più aggravate difficoltà economiche, insistettero pervicacemente nell'intenzione di vendere, anche lusingati dall'elevato numero dei potenziali acquirenti, alcuni anche piuttosto potenti, tra i quali Vittorio Amedeo II duca di Savoia, con il quale la trattativa si arena per cause belliche ed ereticali, fino al conseguimento del titolo di Re di Sardegna nel 1720. Nello stesso periodo la Spagna si fa garante dell'indipendenza del Principato di Seborga, quale feudo imperiale.
L'interesse del Re di Sardegna per questo piccolo Principato alcuni storici lo attribuiscono con l'interesse strategico di estendere i possedimenti dei Savoia verso il Mar Ligure (ma disponevano già della contea di Nizza in Provenza), ed in seconda istanza ipotetica, al desiderio di impossessarsi di una misteriosa ed importante reliquia che si suppone fosse custodita a Seborga, ed i Savoia era risaputo fossero appassionati cultori e custodi di Sacre Reliquie, disponendo soprattutto della Sacra Sindone, sapendo quanto fossero importanti per rafforzare il proprio potere e prestigio. Questa seconda ipotesi spiegherebbe maggiormente l'enorme somma pagata per l'acquisto.
Le trattative si prolungarono per molti anni verso la fine del '600 e proseguirono nel '700, e furono mantenute segrete a causa delle potenti opposizioni politiche all'operazione, tra cui l'ostilità del Re di Francia.
La trattativa si concluse finalmente nel 1729 e l'enorme somma erogata (147 mila lire di Savoia) fu sborsata direttamente dai Savoia ed il Principato di Seborga entrò quindi nel patrimonio dinastico famigliare e non statale. Furono distribuite elargizione in denaro anche ai seborghini, i quali non erano affatto favorevoli alla vendita.
Il Principato di Seborga dal punto di vista giuridico e giurisdizionale era di esclusiva pertinenza papale (come dimostrano diverse bolle papali) e non era sottoposto al potere del Re di Francia in quanto non era mai stato in terra francese nel corso della sua esistenza.
La successiva perdita (forse dovuta a dolo) di parecchi documenti rende difficile la ricostruzione di questi atti di vendita e del successivo perfezionamento dei confini.
E' appunto sull'assenza di alcuni atti e documenti che si fonda la pretesa attuale di alcuni storici locali che sono convinti che tale vendita non si sia mai perfezionata, ed infatti nel 1741 alla firma di un nuovo concordato tra il Re di Sardegna Carlo Emanuele II di Savoia e la Santa Sede non si fa alcun cenno del Principato di Seborga tra i vari possedimenti e titoli reali.
Pertanto dopo la cessione nel 1729 del Principato di Seborga da parte dei monaci di Lerino, il titolo e la sovranità rimane vacante. Anche in seguito ai frequenti conflitti bellici localizzati nell'area e rispettivi trattati di pace sottoscritti, non si fa mai alcun cenno al Principato di Seborga, di cui i potenti dichiarano occasionalmente la protezione (Francia, Spagna, Impero e Papato), ma nessuno ne rivendica la sovranità e dispone del titolo di Principe di Seborga, meno che mai i Savoia, fino alla perdita del Regno d'Italia nel 1946.
I Savoia si sono sempre e solo limitati ad esercitare il giuspatronato sulla parrocchia di Seborga nominandone il parroco, essendo la giurisdizione ecclesiastica sottratta alla diocesi di Ventimiglia e dipendente esclusivamente dalla Santa Sede.
Nel 1860 quando in seguito agli accordi tra Cavour e Napoleone III, il ducato di Savoia e la contea di Nizza vengono cedute alla Francia, si istituì la nuova provincia di Porto Maurizio, della quale facevano parte I Circondari, i Mandamenti, ed i Comuni già facenti parte della Provincia di Nizza e non compresi nella cessione alla Francia, in questo elenco non viene mai citato Seborga, probabilmente in quanto Principato Sovrano, e quindi poteva cessare di esistere solo se una patente Imperiale o Papale lo determinava.
Anche nell'anno 1861 nel corso della nascita del Regno d'Italia, nell'elenco dei numerosi stati, principati e signorie che vengono incorporati nel nuovo regno, il Principato Sovrano di Seborga non viene citato.
Come afferma correttamente lo storico locale Giorgio Pistone, siccome non esiste l'istituto del tacito assenso nelle annessioni, e neppure quello dell'usucapione, Seborga è ancora (teoricamente, aggiungo) un Principato Sovrano, in quanto gli Stati sovrani, si acquisiscono per trattato, per conquista o per acquisto (compravendita) e siccome il Principato di Seborga non viene mai citato tra i titoli dei Savoia, si deve desumere che la vendita non è mai stata perfezionata.
La situazione attuale dell'interpretazione prevalente è che essendone il territorio posto all'interno dello stato italiano e non essendo mai stata esercitata una indipendenza governativa permanente e riconosciuta da altri stati sovrani, come per la Repubblica di San Marino, Seborga appartiene di fatto alla giurisdizione della Repubblica Italiana.
Tale opinione non è condivisa dai seborghini e men che mai dagli storici locali, che nel 1963 elessero un loro principe (Giorgio I) ed iniziarono ad operare e comunicare come fossero autonomi (con propri stemmi, bandiere, monete, francobolli, targhe, passaporti, ecc.), soprattutto con notevoli ricadute turistiche e mediatiche, in particolare nel 1996 quando il principe Giorgio I con un proclama molto pubblicizzato dichiarò l'indipendenza del Principato. Il richiamo è stato talmente forte che il piccolo borgo si sviluppò economicamente come per magia, aumentando considerevolmente il valore immobiliare (si insediarono anche alcuni monferrini), pur rimanendo di piccole dimensioni come nel medioevo, quando i vari censimenti indicavano la presenza di poche decine di fuochi o focolari, cioè di famiglia residenti.
Dagli anni '90 il turismo è divenuta la primaria fonte di entrate per i seborghini, che perpetuano in tal modo la fortuna di vivere in quell'area, che per secoli non conobbe sventura alcuna, almeno fino alla guerra partigiana, a differenza di quasi tutto il resto del territorio italiano.
Quella del Principato di Seborga è una storia locale complessa ma affascinante, che ho dovuto necessariamente sintetizzare, ma che merita di essere approfondita.
(2 di 3 – continua)
Claudio Martinotti Doria



