Altro gap nell’ambito delle ricostruzioni storiche contemporanee è quello indotto da visioni sempre troppo ravvicinate, specialistiche, e dalla correlativa ampia perdita di consapevolezza di connessioni tra argomenti, protagonisti, aree regionali.
Lo scibile è oggi troppo settorializzato, anche all’interno delle singole discipline. Uno storico, lo è del medioevo o del Rinascimento o dei tempi moderni. Ed è specializzato magari solo in un dato secolo o nella storia, se non di un aspetto della storia di una data regione, in un torno – al più – di un paio di secoli. Lo storico del Piemonte non si cura della Sicilia e lo storico della Sicilia ignora il Piemonte. Magari i due storici regionali si vedranno costretti a trattare di realtà collegate e persino strettamente collegate, ma ciascuno se ne occuperà separatamente e in sostanza sospingendo nel vago e nell’astratto tutta la parte della realtà considerata che attiene ad altra sfera di competenza.
Risultato: una storia a pezzetti e bocconi, in ampia misura cieca. Esempio pratico: come seguire i meandri dei collegamenti parentali nel medioevo? L’uomo moderno, abituato alle famiglie frantumate del suo tempo, come avrà l’intelligenza e la pazienza di rintracciare le complicate reti di legami che connotano la realtà sociale dei secoli tra il decimo e il quattordicesimo?
Quindi i «Manfredo» di Saluzzo o di Busca, che si chiameranno con quel nome per non si sa – né si vuole sapere – quale capriccio o caso, non saranno posti in relazione con «Manfredi» re di Sicilia, appartenente a tutt’altro ambito territoriale. La differenziazione stessa nelle desinenze del nome, avvalorata dagli storici, sta a indicare quanto questi personaggi siano concepiti come estranei tra di loro e, per quanto attiene alla speculazione storica, di competenza di studiosi distinti. Tutti sapranno e proclameranno che Federico II è uno svevo e, per parte di madre, un normanno.
Nessuno, tuttavia, si spingerà a rilevare che la sua bisnonna materna è Adelaide di Savona, un’aleramica – e quale aleramica! –, né rifletterà che ciò può concorrere a spiegare la sensibilità culturale così poco tedesca del personaggio. La scrittrice Vittoria Vicini pubblica per i tipi dell’editore Cappelli, nel 1982, uno pseudo romanzo storico imperniato sulla figura di Beatrice «di Svevia» (leggi: di Sicilia), la figlia di re Manfredi, e ne narra tra l’altro il «malinconico» matrimonio con Manfredi IV di Saluzzo, personaggio da lei figurato tetro e arroccato nelle brumose e grigie terre del Nord Italia, senza minimamente rendersi conto che il coniuge è un prossimo cugino e che l’approdo alle terre saluzzesi, dopo la liberazione da una prigionia di diciotto anni nel severo Castel dell’Ovo napoletano, è per la gentil dama quasi una rimpatriata.
I monferrini, sconcertati dall’imperversare della torrenziale storia contemporanea, anche allorché cercano – come è loro sacrosanto diritto – un aggancio storico richiamandosi all’aleramicità non sanno però situarsi nell’alveo di questa. Ignorano il Vasto. Si credono giustificati nello strappo con il Saluzzese seguito alla scomparsa dell’ultimo loro marchese aleramico Giovanni nel 1305. I loro nostalgici fanno gagliardamente i bulletti con mantelline d’altri tempi e armi usurpate, mentre monarchia sabauda, poi repubblica tricolore, gradualmente li condannano alla retrovia dell’attualità, per non dire al cestino della dimenticanza.
Manfredi Lanza
