Donna Laura Lanza degli allora baroni di Trabia, in Sicilia, andò sposa quattordicenne al barone Vincenzo La Grua Talamanca a metà Cinquecento, per motivi, ovviamente, di mera strategia e tornaconto famigliare. Così usava a quei tempi. Avvenente giovane dalle bionde chiome e dallo sguardo celeste, si palesò a Palermo, durante le feste e i ricevimenti, di costumi un po’ troppo disinvolti; ragion per cui il marito, peraltro sempre preso dagli obblighi delle cariche pubbliche e dagli affari, pensò bene relegarla nel proprio castello di Carini.
Non fu una mossa azzeccata, in quanto in quella contrada appartata ebbe anzi modo di svilupparsi una tresca amorosa tra lei e il cavalier Ludovico Vernagallo, durevole e sempre più stretta con il passar degli anni. Stando al noto poema popolare in vernacolo siciliano che ha immortalato la vicenda, finì coll’offuscarsene un frate carmelitano del vicino convento. Nottetempo si recò ad informarne il padre di lei: il severo e impetuoso don Cesare Lanza. Questi, senza por tempo in mezzo, saltato a cavallo con un manipolo di uomini di mano e sopraggiunto di sorpresa a Carini sul far del giorno, trucidò la figlia e fece accoppare il Vernagallo.
L’«amaru casu» è rimasto vivo nelle memorie degli isolani e nel castello di Carini si mostra ancor oggi al turista una manina scolpita in una delle metope del torrione principale in ricordo dell’impronta della mano insanguinata di Laura, o forse di Cesare, che a lungo sarebbe rimasta, indelebile, stampata su una parete a lato di una porta.
Vista dal lettore o ascoltatore o dal giornalista e pubblicista moderno ordinario, la vicenda così si riassume: Laura sarebbe stata una povera disgraziata, bella, leggiadra e ben scusabile, se non proprio innocente, in quanto trascurata dal legittimo coniuge; il padre un truce, abominevole assassino della figlia. In questa chiave si è espresso nelle pagine culturali di uno dei grandi quotidiani nazionali lo scrittore Vincenzo Consolo una ventina d’anni fa.
Ma di nuovo il giudizio pecca di anacronismo. Ci si affaccia su una vicenda del Cinquecento con la mentalità e in base alle convenzioni e convinzioni del nostro periodo storico. Nel Cinquecento l’episodio ha, sì, destato smarrimento, raccapriccio. Cesare Lanza e Vincenzo La Grua si sono sforzati di mettere il più possibile a tacere e mascherare l’avvenuto. Ma a nessuno è venuto in mente di esaltare la figura di Laura; né Cesare, che ha agito, seppur eccedendo, sostanzialmente come richiedeva l’onore della famiglia e la morale pubblica dell’epoca, è stato oggetto in vita di condanne. Pochi Lanza di Trabia si sono chiamati «Cesare» dopo il fattaccio, ma soprattutto nessuna Lanza di Trabia si è più potuta chiamare «Laura».
Passo ad altre considerazioni più generali. Oggi ognuno si ritiene figlio di suo padre e di sua madre alla pari. Addirittura è divenuto legalmente possibile in alcuni ordinamenti statuali assumere a scelta il cognome non del padre, ma della madre. Un corrispondente mi si presenta come discendente dei Carretto in quanto pronipote di una figlia di figlia di una Carretto. Ciò configura, sì, una lata affinità, ma certamente non consente di parlare di vera e propria discendenza dai marchesi.
Tale concezione paritaria delle parentele approda, nella mentalità dei contemporanei, a una cancellazione di fatto dei legami di discendenza, nonché di appartenenza a casate specifiche; a una disgregazione dell’interpretazione famigliare della storia; in pratica, alla disgregazione e cancellazione della storia medesima, quale la hanno persino teorizzata e auspicata ufficialmente alcuni regimi comunisti del secolo XX. Infatti, persino a prescindere da ogni considerazione delle affinità collaterali, questo modo d’intendere la filiazione, basandoci su un ricambio generazionale di venti in vent’anni, ci dota di circa 256 ascendenti diretti alla data di due secoli fa, 4.098 a quella di tre secoli fa e così via in progressione geometrica fino quasi a raggiungere valori dell’ordine dell’intera popolazione italiana ancor prima di essere risaliti fino all’inizio dell’era cristiana.
Insomma, siamo tutti fratelli e discenderemmo tutti dai medesimi antenati. Siamo tutti figli di Adamo ed Eva e «ormai siamo tutti discendenti di Aleramo», come mi dichiarava in tono perentorio anni fa il canonico della parrocchia di Grazzano Badoglio. Già lo rilevava, e ancor più drasticamente, Lanza del Vasto nei suoi appunti diaristici giovanili degli anni millenovecentoventi: «Si mena vanto di un illustre avo di prima dell’anno mille. Ma considerato che, risalendo le generazioni, il numero degli avi raddoppia di filiazione in filiazione, quando giungo all’anno di grazia 933 scopro di avere tanti antenati quanti erano, a quel tempo, gli abitanti della terra. Ne consegue che siamo figli e fratelli dell’umanità intera».
Nella visione storica tradizionale le cose non stanno affatto così. È privilegiata l’ascendenza paterna. Vale a dire che i padri hanno il passo sulle madri. Non è raro nel medioevo che, pur noti i padri, siano sconosciute le madri, nel senso che i notai e cronisti del tempo non hanno giudicato necessario, né utile, precisarne l’identità. I personaggi femminili assumono rilevanza solo in casi particolari, in relazione al prestigio delle famiglie di provenienza oppure al ruolo che il destino le abbia costrette o incitate a svolgere. Più spesso le madri e spose rimangono in ombra. Altrettanto e ancor più dicasi in genere dei figli naturali, esclusi dalla discendenza ereditaria ufficiale, salvo quando le circostanze e meriti particolari li spingano ed issino alla ribalta, come è capitato a re Manfredi di Sicilia figlio di Federico II di Svevia o, in modo meno eclatante, a Valerano, figlio di Tommaso III di Saluzzo.
Questo specifico approccio alla questione delle parentele è implicitamente latore di una semplificazione che ha consentito nel tempo il mantenimento delle continuità dinastiche e la scrittura di storie articolate e differenziate e che, tra l’altro, sola rende possibile l’elaborazione di cosiddetti alberi genealogici, sostenibili. Infatti un albero genealogico comportante la bellezza di milioni di ascendenti e in cui si pensasse di far figurare tutti i parenti collaterali, ossia le altre filiazioni dei nostri già innumerevoli ascendenti, sarebbe impossibile da disegnare per mancanza, se non altro, di supporto sufficientemente capiente e, peraltro, diverrebbe privo d’interesse e di senso, dato che vi figurerebbe l’intero genere umano.
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Manfredi Lanza

