La ricerca storica si basa sulle risultanze di fatti avvenuti (fonti), ma comporta per necessità di cose, e talvolta oltre la necessità, un denso tessuto d’interpretazioni. Le stesse risultanze documentali o cronachistiche esigono interpretazione e messe a fuoco. Ne consegue che i criteri e metri interpretativi incidono pesantemente sulle ricostruzioni e valutazioni.
Ed è una difficoltà. In quanto, da epoca a epoca, le mentalità mutano, gli assetti della realtà anche psicologica e le convenzioni sociali mutano. Pertanto ci troviamo a dover discettare e giudicare di tempi perenti in cui vigevano sistemi di realtà diversi dai nostri, a dover vedere il passato con lenti del tempo presente che, di per loro, rischiano di deformarne la concreta immagine.
L’interpretazione è spesso quanto meno sospetta di anacronismo. E il ricercatore dovrà compiere ogni sforzo per sottrarsi ai condizionamenti da pregiudizi del proprio tempo.
Faccio due esempi attinenti alle vicende delle famiglie aleramiche.
Aleramo è stato un personaggio di rango nel regno italico dei re provenzali Ugo e Lotario II, conte in un tempo in cui i conti erano autorevoli responsabili civili e militari di rincalzo pressoché diretto ai monarchi e si contavano nell’Italia settentrionale e centrale in poche decine. Quando Ugo di Arles è stato costretto dai maggiorenti a ritirarsi dall’Italia, Aleramo è rimasto fedele al figlio Lotario II.
Subentrato poi a questi come re d’Italia il rivale Berengario II d’Ivrea dopo averlo forse fatto avvelenare, Aleramo è stato promosso marchese: è stato cioè insignito di una dignità in pratica vicereale, ed è niente di meno convolato a nozze con la figlia del nuovo monarca autoproclamato, Gilberga. Ma ecco che, dalla Germania, il sassone Ottone I cala nel nostro paese a contestare a Berengario il potere usurpato, lo depone ed esilia. Forse che la svolta repentina squalifica di rimbalzo il nostro marchese, ne segna la fine del prestigio e dell’autorevolezza politica? Niente affatto: santa Adelaide di Borgogna, moglie già di Lotario II e ora di Ottone I intercede in suo favore e il neo re d’Italia ed imperatore lo conferma nelle sue dignità e nei suoi possessi, assegnandogli anzi in premio nel 967 le note sedici corti in luoghi deserti delle Langhe e dell’Appennino ligure.
Questo resistere, persistere e crescere costante di Aleramo attraverso i rivolgimenti politici del X secolo e al servizio di personaggi che si sono di volta in volta combattuti e vinti ha indotto i commentatori del Novecento, primo tra tutti l’autorevole studioso delle prime generazioni aleramiche Rinaldo Merlone, ad azzardare un’interpretazione del personaggio in sostanza come di un opportunista, un furbo, un abile maneggione, un profittatore delle disgrazie altrui. Una figura in netto contrasto con il cavalleresco Aleramo della leggenda narrata da fra Jacopo Bellingeri d’Acqui nel Trecento e, in definitiva, potenzialmente più negativa che positiva sotto il profilo morale.
È una chiave interpretativa inedita, priva di precedenti storici e anzi in aperta rottura rispetto alla tradizione, che però subito convince o tende a convincere il lettore moderno e borghese, il quale è abituato a vederne di tutti i colori sullo scenario della politica dei nostri giorni e che, apertamente o segretamente, apprezza i «dritti» e i «cattivi» più di quanto si senta in sintonia con i «buoni». Ma diciamoci con chiarezza che abbiamo qui a che fare, appunto, con un punto di vista contemporaneo e giornalistico, estraneo in toto alla sfera di sensibilità medievale. Riterrei che si debba essere più leali con la storia e con le epoche prese in esame, con le realtà e mentalità di dette epoche.
Non siamo i detentori di una chiave interpretativa universale, i riformatori legittimati delle filosofie e dei costumi del passato, ma i figli del nostro, non brillantissimo, tempo. E, nello studiare un altro tempo, dobbiamo pagar tributo ai valori di quello. Le cause della fortuna del marchese subalpino vanno indagate semmai con altra profondità di spirito, senza lasciarci prendere la mano dai pregiudizi della nostra stagione storica e della nostra classe sociale. In particolare si dovranno tenere nel debito conto i doveri di lealtà feudale e i codici aristocratici della cavalleria.
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Manfredi Lanza

