La misteriosa mappa del Conte Mola, del XVII sec. nella versione più completa che ci sia giunta.
Da questo punto in poi la storia si complica notevolmente. Contadini, ragazzi, tombaroli di mestiere, speleologi, giornalisti e curiosi iniziano a frequentare la grotta alla ricerca di indizi relativi al tesoro sepolto. Ciò che avviene è un caotico spostamento di terra da un cunicolo all’altro, nel tentativo di sgomberare alcune prosecuzioni dai detriti accumulati dai predecessori.
Materiale di scarto, costituito per lo più da terra e da frammenti di roccia, viene spostato, mescolato, invertito e sparso da un lato all’altro di questo già complesso labirinto sotterraneo.
Una parte di questo terreno incoerente venne anche trasportato all’esterno, ma la grande quantità di terra presente all’interno del complesso sotterraneo rimane esagerata.
Una mole di terra che è più facile immaginare provenga da fratture nella volta, e quindi dalla collina sovrastante, piuttosto che da un interro artificioso voluto dal governo mantovano.
La stratigrafia ne risulta così compromessa per una profondità che raggiunge e talvolta supera i due metri.
Nulla di fatto, se non sudore e fatica a profusione, nel tentativo di individuare l’ambiente in cui le ricchezze vennero nascoste.
Sicuramente un’indagine sistematica e razionale (ed auspicabilmente autorizzata) avrebbe permesso di liberare quantomeno le principali prosecuzioni in un paio di mesi, permettendo una lettura più completa dell’ipogeo, a beneficio della comprensione della sua storia ancora oggi molto confusa e ricca di interrogativi.
Lo stesso conte Mola sarebbe stato protagonista di alcuni fatti che rimarranno per sempre a cavallo tra realtà e leggenda.
Dalle ricostruzioni emerse durante le nostre ricerche, sembrerebbe che il nobile avesse fatto realizzare anche tre epigrafi in pietra, forse quattro, contenenti indicazioni su come trovare il tesoro, se unite alla mappa ed agli appunti poi scoperti dal Maschera.
Queste epigrafi sembrerebbero essere state individuate, rimosse e decifrate, ma in realtà non esiste alcune prova a testimoniare la loro esistenza ne relativa al luogo in cui furono depositate.
Sarebbero state apposte dal conte sul suo castello e su alcune chiese della zona, ma l’unica pietra rintracciata è presente sulla facciata della chiesa parrocchiale di S. Germano.
E’ altresì vero che parte del materiale presente sulla chiesa proviene dal vicino castello, in seguito a recenti rimaneggiamenti.
Le altre epigrafi misteriose esistono solo in alcune citazioni, vengono descritte di malavoglia e non esistono fotografie che le ritraggano e che possano testimoniarne in parte l’esistenza.
A rintracciarle sarebbe stato lo storico Aldo di Ricaldone, che tanto scrisse su “Il Monferrato”. Una di queste epigrafi sarebbe stata apposta sopra al caminetto della sua casa di Ottiglio, fatta costruire da lui stesso e dalla moglie, in una posizione strettamente correlata alle grotte.
La stessa pianta della casa ricalcherebbe una sorta di tempio, con tanto di sporgenza absidale a sud.
Il contenuto di queste misteriose epigrafi è difficile da conoscere, solo il testo di una di queste viene citato volentieri in diversi testi. Il contenuto delle restanti è molto meno certo ed enigmatico, frutto di abile fantasia o di concrete basi esoteriche.
La simbologia adottata dal Mola, per esempio, può trovare una conferma, seppur debole, in un punto della grotta in cui è possibile vedere una croce incisa sulla parete, all’interno di una nicchia, proprio in corrispondenza di una piccola sorgente (o una risorgenza) d’acqua.
La sua mappa, giunta fino a noi per ricalco operato dal Maschera, presenterebbe, tra i vari simboli una croce trilobata ed alcune linee spezzate parallele ed orizzontali, facilmente identificabili come il simbolo dell’acqua.
Restano validi tutti i dubbi del caso. Tutti questi documenti sono reali? Sono dei falsi confezionati ad hoc da dei burloni? Forse un gruppo di amici ha voluto ingannare per scherzo uno di loro montando questa storia che poi, con il tempo ha preso sempre più consistenza fino al punto in cui sarebbe stato troppo tardi tornare indietro?
La croce incisa nell’arenaria marnosa è veramente antica? E’ stata incisa forse dai Cirio nel tentativo di esorcizzare questo luogo?
Eh si, perché i Cirio raccontarono che durante i loro scavi avvertirono, non poche volte, degli strani rumori, anche quando all’interno del complesso vi erano solo loro tre.
Addirittura alcuni dei loro attrezzi si sarebbero mossi da soli, come scagliati da una forza invisibile.
La mappa attribuita al conte Mola è un’invenzione del Maschera per convincere qualcuno a scavare per lui? Dal momento che l’originale non è mai stata trovata, al momento, pare l’ipotesi più accreditata.
(4 di 4 – Fine prima parte)
Per il momento il racconto sulla Grotta dei Saraceni si conclude qui. Avevamo annunciato almeno sei puntate, ma le ricerche del nostro autore, Luigi Bavagnoli, si sono prolungate, come lui stesso ci spiega: “La consultazione delle numerose fonti, la continua raccolta di testimonianze e di ricordi portano questa ricerca a complicarsi ulteriormente. Inoltre, un esame più approfondito sembra far emergere contenuti ancora più enigmatici nascosti tra le parole spese fino ad oggi. Temi celati all’interno di elementi esoterici che richiederebbero trattazioni piuttosto complesse e che non troverebbero in questa sede lo spazio necessario per essere sviluppati in modo esaustivo. Lo studio, quindi, proseguirà fino a che ne saremo in grado, ricavando nuove chiavi di lettura da sottoporre alla logica ed all’intelletto, con l’auspicio di poter definire più punti fermi, all’interno di questa vicenda, rispetto alle domande che quotidianamente non possiamo fare a meno di porci. Sarà nostra premura aggiornare i lettori della rubrica degli sviluppi della ricerca”.
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Luigi Bavagnoli


