La misteriosa mappa del Conte Mola, del XVII sec. nella versione più completa che ci sia giunta.
A riprendere gli scavi presso la Grotta dei Saraceni di Ottiglio Monferrato fu la famiglia Cirio, padre e due figli, che avevano lavorato con Pietro Maschera, uscito così bruscamente di scena.
La storia ufficiale racconta che questi tre volonterosi, abituati a lavorare la roccia grazie all’esperienza maturata nel realizzare gli infernot (ipogei tipicamente monferrini particolarmente indicati per la conservazione dei vini a causa della stabilità di fattori fisici come l’umidità e la temperatura), scavarono una galleria di un quarantina di metri all’interno del colle di S. Germano, al fine di intercettare l’ambiente scoperto mesi prima dal Maschera.
Questa galleria prese così il nome di ‘galleria Cirio’ e rappresenta il secondo accesso noto alle grotte.
Quasi totalmente rettilineo, presenta dopo pochi metri dall’ingresso una nicchia ricavata nella parete sinistra, incontra un grottino naturale poco più avanti sulla destra e poi si immette nel complesso di ambienti in comunicazione con l’ingresso originale.
In realtà è difficile pensare, e credere, che queste tre persone abbiamo realizzato un cavo cieco di 40 metri, quasi ad altezza d’uomo e largo a sufficienza per transitare comodamente con delle carriole.
Riteniamo sia più probabile che, perlustrando il fianco della collina, abbiamo scoperto un accesso secondario, magari parzialmente o completamente interrato, e che lo abbiano svuotato.
Oltre all’ampiezza della sezione, anche il metodo di scavo e di rifinitura delle pareti sembrano eccessivi e fin troppo rifiniti per un’opera di servizio avente mera funzione di transito e che avrebbe dovuto condurre ad un potenziale tesoro nel minor tempo possibile.
Ovvero prima che altri, potendo entrare direttamente dall’altro accesso, potessero arrivare prima di loro.
Ad ogni modo ciò che scavarono (o svuotarono) li condusse sopra all’ambiente intercettato inizialmente e non accanto.
Decisero così in questo modo di riversare il materiale asportato direttamente all’interno del vano liberato mesi prima dal Maschera e dai suoi uomini, seppellendo così nuovamente ciò che era stato identificato come mitreo.
La motivazione andrebbe ricercata nel più agevole smaltimento dei detriti, rispetto al trasportarli all’esterno lungo le varie gallerie.
Gli scavi e gli sterri proseguirono ancora per diverso tempo ma, pare, null’altro tornò alla luce.
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Luigi Bavagnoli

