La misteriosa mappa del Conte Mola, del XVII sec. nella versione più completa che ci sia giunta.
Dopo i romani ci furono i longobardi, che lasciarono tracce nella toponomastica del territorio, ma l’evento più rilevante ai fini della nostra indagine è l’arrivo dei Saraceni nel X secolo. Predoni di religione islamica, probabilmente marocchini e spagnoli, chiamati nelle varie cronache ‘saraceni’, abili nella guerriglia su territori collinari, adottarono la tecnica del blizkrieg, rapidi attacchi mordi e fuggi grazie ai quali depredarono chiese e villaggi, causando incendi e portando morte e violenze di ogni sorta.
Essi si insediarono proprio nella Valle dei Guaraldi, il cui imbocco è di agevole difesa e, pare, adoperarono la grotta come ricovero, nascondendo nei suoi meandri l’oro razziato da chiese e villaggi limitrogi.
Sconfitti i ‘saraceni’, queste grotte vennero adoperate, per la medesima ragione, nel corso dei secoli successivi, da altri briganti, zingari, grassatori, gaglioffi di ogni sorta e da sporadici disertori.
La zona era diventata sempre più pericolosa e le vicine strade erano state praticamente abbandonate dalla popolazione, certa di incappare in sicuri taglieggiamenti in caso di eccessiva vicinanza a quel luogo.
Per questa ragione il Governo Mantovano diede ordine, nel 1626, di far franare gli ingressi delle grotte, probabilmente sei in origine, seppellendo così al suo interno i beni razziati e parte dei predoni stessi.
Si sarebbe così persa ogni traccia del posto, nuovamente inghiottito dalla vegetazione se non fosse stato per un nobile della zona, il conte Fabrizio Mola che, incuriosito dal racconto di alcuni ragazzini che narravano di una grotta con un tesoro immenso, si addentrò nella valle.
La formazione culturale del conte e le conoscenze religiose ed esoteriche acquisite negli anni gli consentirono di riconoscere il tempio come mitreo ed esplorò buona parte della grotta grazie ad un ingresso malamente ostruito.
Egli ritenne però che i tempi non fossero ‘maturi’ per approfondire le indagini e per recuperare il tesoro, forse perché la zona era ancora presidiata dall’esercito.
Descrisse così la sua scoperta, realizzando anche una mappa e diversi disegni che rappresentavano gli oggetti trovati, dagli abiti ai paramenti rimasti sepolti.
Questi appunti rimasero silenti testimoni del suo ritrovamento per trecento anni giusti. Nel 1926 un ragazzo di nome Pietro Maschera, studente di Casale Monferrato, quasi per caso scoprì gli appunti del conte all’interno della raccolta delle lettere di S. Girolamo, testo cinquecentesco nell’austera edizione di Aldus Manutius, finito nella biblioteca del piccolo Seminario di Casale per via di complesse successioni ereditarie. Curioso il ricordo dei fogli piegati ed inseriti all’altezza della lettera ‘Ad Laetam’, l’unica in cui viene trattato l’argomento del mitraismo.
Il giovane Maschera iniziò la caccia al tesoro, assumendo contadini locali ed investendo una discreta somma per retribuirli.
Secondo i racconti, dopo qualche mese di ricerche, penetrarono all’interno della grotta portando all’esterno decine di metri cubi di terra e di macerie che ne ostruivano l’ingresso, fino a raggiungere una stanza caratterizzata da elementi tali da far pensare proprio al mitreo.
Vasi lustrali in bronzo, maschere spaventose in terracotta, un altare ed una piramide in pietra ricavata per risparmio, oltre a delle sedute scavate nei fianchi del tempio, fu ciò che ritrovarono.
Le operazioni, seppur amatoriali ed animate da genuina curiosità e non sostenute da alcuna competenza specifica, procedevano bene.
Sarà però il proprietario del terreno su cui si apriva l’ingresso scoperto ad interrompere il sogno del Maschera. Forse nel tentativo di rivendicare la proprietà di eventuali oggetti di valore, forse semplicemente infastidito da questi uomini che scaricavano terra nei suoi campi, decise di far intervenire i Carabineri e Maschera venne denunciato.
Spaventato ed intimorito dalle minacce e consapevole del rischio che stava correndo, decise di distruggere gli appunti originali del conte Mola, ottenendone però prima una copia per ricalco e chiudendo per sempre la questione.
Chi aveva lavorato con il Maschera, però, non volle rinunciare così facilmente. Ottenuto l’accesso al colle ed alla vallata tramite un terreno più a monte rispetto all’ingresso svuotato, appartenente ad un altro proprietario, ripresero gli scavi.
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Luigi Bavagnoli



