Mi soffermerei, invece, su due temi meno celebrati dalle platee dei cultori rimasti fedeli alle tradizioni nonostante i rimbrotti cipigliosi degli accademici: quelli del nobile orfano che si ricostruisce una vita e un onore dal nulla e di Aleramo carbonaio. Ciò, in particolare, per porre in luce quanto essi siano paradossalmente vivi ancor oggi e attuali nell’animo e nell’esperienza di posteri del grande marchese a mille anni e oltre di distanza temporale. In tema di rinascita dal basso accenno ai due esempi di seguito riportati.
A parte e dopo il Corrado Lancia ammiraglio di Pietro III d’Aragona e che con lui è sbarcato in Sicilia a seguito del Vespro, poi «maestro giustiziere» e cancelliere del regno, i famigliari d’origine aleramica sono divenuti durante due secoli per lo più titolari di modeste baronie e signorie nell’entroterra «lombardo» dell’Isola trinacria, quali Longi, Castania, Ficarra: tra Tre e Quattrocento si ha, insomma, una vistosa flessione dei destini un tempo gloriosi dei Lancia. Una rimonta sociale quasi dal niente prende l’abbrivo nel Cinquecento con Blasco Lanza, che si aggiudica mediante matrimonio la baronia di Trabia, tra l’altro molto più spostata verso Palermo.
Il figlio Cesare, sempre grazie a un matrimonio, fa sua la dignità di conte di Mussomeli nel 1563. Il figlio di costui, Ottavio, ottiene l’elevazione della terra di Trabia a principato nel 1601. Da questo momento e fino a tutto l’Ottocento il casato fiorisce e si rinvigorisce, finendo con l’inglobare anche l’illustre casa normanna dei Branciforte.
Nobile figlio di principe di ascendenza aleramica che si è trovato a dover cercare di rifondarsi una vita è stato per antonomasia il nonno dello scrivente, Luigi Lanza, nato figlio naturale adulterino a Ginevra a metà Ottocento. L’aspirazione strenua ad un ideale rientro nell’alveo famigliare ha connotato quindi la personalità del di lui figlio Lanza del Vasto, come tra l’altro attesta lo pseudonimo che questi si è autoconferito, rimanendo sostanzialmente incompreso nei vari contesti borghesi e popolari in cui egli ha trascorso la vita. Giuseppe Lanza dei principi di Trabia si è venuto inventando – si potrebbe arguire – una nobiltà nuova di zecca, una nobiltà tutta sua, moderna, in cui la spada la cede alla croce, l’aggressività alla saggezza spirituale, l’autorevolezza naturale e la generosità d’animo si trasfondono in fede e carità ad oltranza: una nobiltà che è potuta apparire stravagante, in realtà adatta ai tempi calamitosi dell’irresponsabilità democratica, e certo non meno nobile, non meno aleramica di quella degli antichi antenati.
Grande, splendente fascino emana oltretutto dal mito nero dell’Aleramo carbonaio. Mito che risulta ostico all’animo borghese, in quanto il cittadino affermato delle nostre società mal sopporta i richiami elogiativi, premianti, alle realtà contadine e operaie; le esaltazioni, sia pur simboliche, dei mestieri più bassi nella scala civile. Ma l’umiltà dell’eroe leggendario, la sua concreta, volontaria partecipazione alla condizione dei più manuali e poveri tra i lavoratori, è esemplare per quella che intenda essere un’autentica nobiltà moderna, umana, non da vacua boria, ma da ispirazione e missione divina.
Lanza del Vasto ha posto il lavoro manuale a fondamento delle comunità di vita da lui fondate in Francia e nel mondo. In un tempo di macroscopiche prevaricazioni sociali e di sprechi, l’esule, il «pellegrino», l’aleramico errante, ha fondato – nel segno dell’ avo leggendario – intere comunità di agricoltori e artigiani di base, nuovi «carbonai» dell’Appennino, primi tra gli ultimi, forti della loro sola ricchezza interiore.
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Manfredi Lanza



