CULTURA

Quando Galeotto del Carretto scrisse la 'Cronica di Monferrato'

Prosegue il viaggio di Patria Montisferrati alla scoperta della cultura aleramica

01/04

Sullo scorcio del Trecento esce allo scoperto, in famiglia, un vero e proprio letterato, un poeta e narratore, o piuttosto un affabulatore mitopoietico compiutamente formato: Tommaso III di Saluzzo. Il suo Chevalier errant, in versi e prosa medio-francese, è opera di copioso respiro, scritta – si ritiene – negli anni Novanta del XIV secolo.

Un’opera a chiavi, criptica, destinata non più che ad una ristretta cerchia di parenti, di amici stretti, di intenditori e per secoli rimasta manoscritta in pochi esemplari. Tanto il fatto che fosse redatta in francese trecentesco, quanto le tematiche e la mentalità aristocratico-gotiche che veicola, hanno decisamente, a lungo, nociuto alla diffusione di questo romanzo lirico di fantacavalleria. Oggi è divenuto accessibile ai cultori di antiche lettere grazie ad un’accuratissima recente edizione con traduzione italiana a seguito  e desta curiosità, pur rimanendo di ardua lettura. È tipico della cultura tardo-gotica che gli ambienti dell’aristocrazia internazionale hanno durevolmente opposto all’esplodere ed affermarsi del Rinascimento borghese.

Un godibilissimo corollario figurativo del libro è offerto dagli affreschi della sala baronale del castello della Manta appartenuto al figlio naturale del marchese, Valerano. A fronte di una lunga galleria degli eroi e delle eroine («des preux et des preuses») cui servono da modelli protagonisti coevi della storia del Saluzzese e del Piemonte ritratti al naturale, è dipinta un’ammirevole Fontana della Gioventù, con lo sgranarsi di tutto un romeaggio di anziani d’ogni condizione sociale i quali, tuffandosi all’arrivo nella vasca miracolosa, ne fuoriescono arzilli e aitanti, nonché animati da pulsioni sessuali.

Diverse scenette particolari, d’ispirazione tra il realistico e il comico, costellano e vivacizzano la scenografia. Figurano parlate, nel senso che comportano fumetti in un francese non esente da piemontesismi: «Se tu ne laisses la botegla / je te dunray desus l’oregla» ( se non lasci la bottiglia, ti darò [una randellata] sull’orecchio), minaccia un vecchio con barba bianca su un carretto alzando il bastone. Il giovane servo preposto al traino, che fa una pausa e tracanna da un recipiente, risponde: «Ja ne sera de ma bocha ostea / si sera ma goria bien arossea» (non sarà tolta dalla mia bocca fintanto che la mia gola non sia ben annaffiata).

Frattanto, in collocazione pressoché conclusiva del racconto, un ringiovanito e ringalluzzito individuo si sforza di trascinare una donzella in un boschetto: «Dedans cest boys vous faut venir / pour nostres amours mius acomplir» (in questo bosco dovete venire, per meglio compiere il nostro amore). E lei, ritrosa, di rimando: «Si d’aucun fusiens trovés / nous serions deshonorés» (se qualcuno ci trovasse, saremmo disonorati).

Sullo scorcio invece del Quattrocento, un altro anselmiano di derivazione vastense, Galeotto del Carretto, scrive in italiano a Casale Monferrato una Cronica di Monferrato in prosa ed una in ottava rima, che sono tra le fonti cronachistiche ausiliarie per la storiografia aleramica. Il registro letterario non è più tanto quello artistico con questo scrittore, quanto quello della narrazione e riflessione storica. Si passa, insomma, ad una scrittura funzionale all’esposizione di dati presuntivamente oggettivi.

In tema di storia si rimane poi con il Charneto di Giovanni Andrea Saluzzo del Castellar; di nuovo un Saluzzo, cinquecentesco questo, e di un ramo minore. Giovanni Andrea, signorotto di campagna, è tuttavia assiduo alle corti dei marchesi Ludovico II e Michele Antonio. Sono tempi duri per il marchesato, soprattutto dopo la morte di Ludovico II nel 1504 e con la sostanziale reggenza della vedova madre, Margherita di Foix. Si preannuncia il dissolvimento dello Stato.

Il Charneto (dal francese: «carnet») è un quaderno di appunti diaristici e di notizie argute dal vivo in un introvabile, espressivo italiano piemontesizzato, se non piuttosto piemontese bizzarramente italianizzato. Copre gli anni 1482-1528 e il suo interesse per la conoscenza dei fatti e degli ambienti dell’epoca va da sé. Purtroppo, edito da V. Promis a metà Ottocento in una collana di pubblicazioni erudite, poi dall’editrice Gribaudo nel 1998  in volume subito andato a ruba, è di ardua reperibilità.

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3. TOMMASO III DI SALUZZO, Il libro del Cavaliere errante, a cura di M. Piccat, Araba Fenice, Boves 2008.

4. Giovanni Antonio SALUZZO DI CASTELLAR, Storia segreta del Marchesato di Saluzzo dal 1482 al 1528, con introduzione di Pasquale Natale, Gribaudo, Milano 1998.


Manfredi Lanza

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