CULTURA

Gli Aleramici e la cultura

Un nuovo e ambizioso viaggio di Patria Montisferrati alla scoperta delle nostre radici

01/04

Il complesso famigliare aleramico in senso lato appartiene al ristrettissimo novero delle più antiche aristocrazie d’Italia e – se vogliamo – presenta altresì la particolarità di essere perdurato in alcune sue diramazioni, trasformandosi, mutando aspetto, rango e luoghi d’insediamento durante il lungo corso di oltre un millennio, non mai scomparendo totalmente.

Una caratteristica peculiare che lo ha accompagnato durante tutto questo fortunoso, accidentato, viaggio nel tempo è una spiccata familiarità con il mondo delle lettere e della cultura.
Le altre famiglie nobili d’origine germanica, salite alla ribalta sociale per doti di autorità, comando, gestione della cosa pubblica, valentia militare, in genere sono state piuttosto connotate da crassa ignoranza e persino, volentieri, da fierezza d’ignoranza.

La cultura attiene al clero, poi semmai, in certa misura e soprattutto a partire dal Mille, agli addetti all’intrattenimento pubblico, trovatori e menestrelli, agli artigiani dello scalpello e del pennello. È un alveo di attività esornative, amene, ancellari, sostanzialmente servili, praticate da inermi, deboli e indifesi; fondamentale nella vita è affermare la propria presenza, consolidarla, resistere alle aggressioni dall’esterno, mantenere l’ordine e saper reagire quando le circostanze lo impongano: così pensano i baroni ordinari.

Gli Aleramici, come nel Tre e Quattrocento il ramo estense degli Obertenghi a Ferrara, non condividono questa insensibilità da rozzezza e arroganza militaresca; anzi, sin da generazioni precoci esprimono interessi culturali.

Una dimensione culturale che, tanto per incominciare, coinvolge innegabilmente gli Aleramici più antichi è quella della devozione religiosa. Gli Aleramici non sono ferventi discepoli dei papi, tutt’altro. In politica sono dei risoluti sostenitori degli imperatori: ghibellini, spesso in opposizione aperta con il papato in campo internazionale, nazionale e locale; più di una volta addirittura scomunicati dai pontefici romani insieme a Federico Barbarossa o a Federico II di Svevia. Ciò nonostante, dal X al XII secolo, essi hanno fondato tutta una serie di abbazie e sono note, quantunque a tutt’oggi forse ancora insufficientemente studiate, le loro relazioni privilegiate con il cristianesimo riformato borgognone e l’ordine monastico cistercense. Ricordiamo per inciso che il marchese Anselmo del Bosco, facendo appello a monaci francesi de La Ferté, ha patrocinato la prima fondazione cistercense in Italia, quella di Tiglieto sull’Orba. I Monferrato hanno reiterato l’appello diretto alla Francia per la fondazione dell’abbazia di Lucedio, a nord di Trino Vercellese.
In altro mio articolo ho anche fatto cenno della probabile venerazione di san Bonifacio, l’evangelizzatore dell’VIII secolo della Germania e della Frisia, da parte di Tete anselmiano. È superfluo, qui, tornare sull’argomento.

Rileviamo accessoriamente che alcuni cadetti in diramazioni famigliari del troncone anselmiano sono contraddistinti nella documentazione dal soprannome «chierico». Così, in particolare Ugo Chierico, personaggio autorevole, fratello dei marchesi Oberto di Sezzè e Anselmo II; ma anche un fratello minore di Bonifacio del Vasto: Ottone Chierico. Non è facile determinare quale sia il significato esatto di tale qualifica nei secoli XI e XII, ma, ancor più che implicare un qualche rapporto con gli ambienti ecclesiali, essa denota preparazione nel campo degli studi.

Passando ad affrontare francamente il campo della cultura laica e propriamente letteraria, ben più rara della devozione nei «secoli bui», notiamo che i rapporti degli Aleramici con gli ambienti della poesia trobadorica provenzale sono stati vivi e stretti almeno fin dal tempo di Guglielmo V di Monferrato, cioè fin dal XII secolo.

La corte monferrina è stata assiduamente frequentata da poeti d’Oltralpe quali, in particolare, Raimbaut de Vaqueiras, che Bonifacio I ha creato cavaliere e forse ha condotto con sé nel 1207 alla quarta crociata. Una serie di canzoni di quell’improvvisatore lirico in onore del marchese figura nelle antologie di testi poetici antichi.

Del decennio 1180-1190 e dell’inizio del XIII sono peraltro anche uno scambio di cobbole satiriche, sempre in provenzale, tra Peire Vidal e il marchese vastense Manfredi I Lancia e un sirventese satirico di Ugo de Saint-Circ che prende di mira Manfredi II Lancia . Lo scambio di motteggi satirici tra Manfredi I e Peire Vidal, pur nella sua concisa brevità, tra l’altro dimostra che vi erano antichi Aleramici in grado non solo di leggere e ascoltare, ma anche – a un bisogno – di scrivere. In fatto di lingue, certamente gli Aleramici padroneggiavano il provenzale e il francese antico, oltre ai patois piemontesi.

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Note:

1 UGOLINI F.A., La poesia provenzale e l’Italia, 2a ediz. riveduta, Modena 1949, pp. 25 sgg.

2 Ibidem, pp. 15-16 e pp. 104-106.


Manfredi Lanza

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