CULTURA

L'ascesa di Bonifacio del Vasto e lo sfaldamento della sua marca

Seconda parte della biografia di questo grande personaggio aleramico nel racconto di Manfredi Lanza

Area controllata dai Vasto prima del 1091 secondo L. Provero (I marchesi del Vasto, in Bollettino Storico Bibliografico Subalpino LXXXVIII - 1990 -, pp. 51-107)
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Area controllata dai Vasto prima del 1091 secondo L. Provero (I marchesi del Vasto, in Bollettino Storico Bibliografico Subalpino LXXXVIII - 1990 -, pp. 51-107)

24 Novembre 2010 – CASALE – In questo nuovo appuntamento con Patria Montisferrati, la rubrica storica di Casale News, continua e si conclude l’articolo sull’epopea di Bonifacio del Vasto, scritta da Manfredi Lanza, valente storico nonché discendente dei marchesi aleramici del Vasto – Busca – Lancia, cognome col tempo trasformato in “Lanza”: trasferitisi in Sicilia nel medioevo, nei secoli divennero Pari del Regno di Sicilia e Grandi Di Spagna, accumulando decine di feudi e prestigiosi titoli nobiliari, primo tra tutti quello di principi di Trabia. Come già ricordato dal curatore della rubrica Claudio Martinotti Doria nella presentazione pubblicata la scorsa settimana, Manfredi Lanza sta lavorando ad una complessa opera omnia della genealogia e storia di famiglia che si spera di riuscire a pubblicare nella prossima tarda primavera.


BONIFACIO DEL VASTO

di Manfredi Lanza

A parte questi successi di politica «estera» che gli fruttano un notevole accrescimento delle aree su cui si estende la sua influenza, Bonifacio procede ad un importante ricompattamento e consolidamento dei territori in un’ottica di politica interna, in particolare accelerando e completando il processo di scissione patrimoniale tra linee aleramiche già in atto dai primi anni dell’undicesimo secolo. A tal fine procede a scambi di quote di dominio con i Monferrato, cedendo i suoi diritti su terre di oltre Tanaro, ad esempio Felizzano, per recuperare quelle dei cugini al di qua del fiume, a Dego, Spigno e Torre Uzzone. Dopo il 1085 gli oddoniani non compaiono più in atti relativi a Savona e possiamo considerare, insomma, che aleramici cis e transtanaro si separino definitivamente in entità ben distinte.

D’altro canto, a tutela della sua prole personale, ma anche in una prospettiva di promozione di quella del fratello maggiore poco onorevolmente deceduto, Bonifacio allontana dall’area subalpina e avvia in Sicilia le tre figlie e l’unico figlio del Manfredi sopra ricordato. Adelaide del Vasto (ndr. nota anche come Adelaide di Sicilia o Adelaide di Savona) sposa il granconte Ruggero sin dal 1089. Due sue sorelle si coniugano con Giordano e Goffredo, due figli dello stesso Ruggero destinati purtroppo a morire giovanissimi e senza successori. Enrico compare nell’Isola nel 1094, sposa una figlia di Ruggero e un documento del 1114 lo qualifica come conte di Paternò. Dopo la morte del granconte nel 1101, frattanto, Adelaide è divenuta reggente e governa la Sicilia fino alla presa del potere, nel 1111, da parte del figlio Ruggero II, che tutti gli storici considerano normanno a pieno titolo, ma che, come vediamo, aveva un buon cinquanta per cento di sangue aleramico e piemontese. È poi Enrico di Paternò a indurre Ruggero II a farsi incoronare re di Sicilia a Palermo il giorno di Natale del 1130.

Adelaide, liberata dalle responsabilità di governo, convola nel 1113 a seconde nozze con Baldovino re di Gerusalemme. E possiamo dire che è questa la prima incursione di un personaggio aleramico nel Vicino Oriente, antecedente di oltre un sessantennio la spedizione di Guglielmo Lungaspada di Monferrato del 1176.

Notiamo accessoriamente che gli aleramici nipoti di Bonifacio recano con loro in Sicilia stuoli di piemontesi e liguri, per un totale valutato dagli storici a circa centomila unità e così favoriscono il crearsi degli insediamenti cosiddetti «lombardi» in un’area a banda trasversale che, dal tratto di costa tirrenica tra s. Agata di Militello e Milazzo, attraversa l’Isola fino a Licata, al golfo di Gela e alla piana di Buccheri, isolando l’ampia area prevalentemente araba a ovest dalla fascia greca a est.

Non è privo d’interesse rilevare che erano ancora in uso in quelle zone parlate gallo-italiche, derivate dal piemontese e ligure antico, all’inizio del secolo scorso.

Con i parenti siciliani, Bonifacio non taglia i ponti, come dimostra una dotazione del 1097 della canonica di Ferrania, nell’Appennino ligure, in cui il nostro personaggio agisce di concerto con il nipote Enrico, a quanto pare quindi rientrato nella terra d’origine per l’occasione.

Due sono i capisaldi territoriali cui Bonifacio più si appoggia, per motivi che si presumono strategici. Anzitutto il passo di Cadibona, da cui Ferrania dista sette o otto chilometri. Mentre la stessa Ferrania è a una distanza pressoché uguale, dall’altra parte, quella verso il Piemonte, da Montenotte di Cairo che, stando ad una recente ricerca, si sarebbe anticamente denominata Vasto e pertanto spiegherebbe il predicato con il quale i figli di secondo letto del nostro marchese, nonché lo stesso marchese in sede postuma, sono designati in una serie di documenti imperiali.

Cadibona è ovviamente la chiave dell’Appennino e del controllo della riviera ligure di ponente. All’altro capo dei suoi territori, Bonifacio del Vasto predilige Loreto d’Asti, località oggi pressoché scomparsa, ma un tempo dotata di castello e sita su un’altura a sud di Costigliole. Si intuisce che, qui, egli si organizza a difesa dall’intraprendente comune di Asti, che non tarderà ad impossessarsi della zona dopo la sua morte.

A Loreto Bonifacio del Vasto testa nell’ottobre del 1125. E l’ultimo suo atto pubblico reca la traccia di un altro dramma della sua vita: il tradimento del figlio Bonifacio Maggiore del primo matrimonio durante il conflitto che lo aveva opposto a Umberto II di Savoia e ad Asti: costui, di cui comunque ben si può capire il risentimento a seguito del licenziamento della madre e dell’abbandono della sorella, lo aveva catturato insieme a membri della sua seconda famiglia rilasciandolo poi contro riscatto e aveva aperte alle forze nemiche le porte dei castelli di «Montaldo», «Montechiaro» e Boves. Il marchese vastense disereda formalmente Bonifacio d’Incisa e solo il figlio Alberto tornerà a rappacificarsi con i cugini nella seconda metà del XII secolo.

Va considerato, sulla base di tutto quanto sopra esposto, che Bonifacio del Vasto era riuscito a crearsi tra fine XI e inizio XII secolo un vero embrione di Stato, esteso quanto un’odierna regione italiana. La sua fama si era diffusa in Europa. Goffredo Malaterra e Orderico Vitale, due cronisti meridionali legati alle corti normanne e a lui contemporanei, ricorrono significativamente a suo proposito alle qualifiche di «famosissimo» e «potente» marchese d’Italia. In pratica si delineava in potenza il nucleo di quello che sarebbe potuto divenire anche uno Stato di maggiore ampiezza.

Il destino, volentieri capriccioso, così non ha voluto. I sette eredi di Bonifacio, tra i quali non era stato stabilito dal padre un ordine di preferenza particolare, hanno retto la marca allargata comunitariamente nel quadro di un consortile fino al 1142 circa. Ma da subito hanno eletto sedi diverse dislocandosi a cerchio sul territorio onde assicurarne più agevolmente il controllo. In ultimo hanno preso titolo specifico dalle loro stabili sedi distinte, come marchesi di Saluzzo, Busca, Clavesana, Ceva e Albenga, Carretto e Savona, Cortemilia e signori o conti di Loreto. Lo Stato virtuale si è quindi sfaldato e frammentato. Mentre i marchesati dei cugini Bosco e Ponzone erano costretti sin dal XIII secolo ad assoggettarsi ai comuni di Alessandria e di Genova, alcune signorie vastensi, quelle dei Saluzzo e dei Carretto, dovevano reggere l’una fino alla metà, l’altra fin quasi alla fine del Cinquecento. Ma in definitiva è certo che il genio e carisma politico del marchese Bonifacio non è stato premiato dalla storia in sede postuma, come non lo sono stati quelli altrettanto eccezionali dei marchesi di Monferrato.

Manfredi Lanza
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Claudio Martinotti Doria

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