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Le parole di Saviano, la polvere di Romana

Il dramma amianto a 'Quello che (non) ho', il programma cult di La7. Mezz'ora dedicata interamente alla tragedia di Casale e della sua gente

“Durante la seconda guerra mondiale, quando gli aerei inglesi e americani sorvolavano il Nord Italia vedevano sotto di loro un'enorme macchia bianca: quella era Casale Monferrato”. Sono da poco passate le 21 e – nell'ora di maggior ascolto televisivo, all'inizio del programma più visto e discusso del momento – si parla di Casale e della tragedia dell'amianto. Il monologo di Roberto Saviano a 'Quello che (non) ho' dura una trentina di minuti, compreso l'intervento di Romana Blasotti Pavesi, presidente Afeva e donna simbolo di una città martire: qui ognuno porta una parola, e quella scelta da Romana non può che essere 'polvere'. La polvere che ha portato via, finora, 1800 casalesi e che dall'alto rendeva la città una macchia bianca agli occhi dei piloti degli aerei da guerra alleati. Nel racconto di Saviano rivivono quelle storie e quei personaggi che i casalesi conoscono a memoria e che potrebbero essere materia e protagonisti di un grande romanzo, se a Casale ci fosse un Saviano in grado di scriverlo.

Come l'operaio Marengo che accoglieva il giovane Nicola Pondrano con un sarcastico “Che sei venuto a fare qui? A morire?”. O come Annamaria che si copriva i capelli per non apparire più anziana e che un giorno invitò il capo del personale al 'Cremlino' (il reparto più duro all'interno della fabbrica) per controllare la polvere: quello venne, negò tutto, ma lì dentro non ci mise più piede. Annamaria morì di asbestosi, il capo di mesotelioma. O come Evasio, detto 'il palombaro' perché si proteggeva dalla polvere con ingegnose tute e maschere di sua invenzione perché voleva veder crescere suo figlio: non ce la fece, morì a 58 anni. O come Ezio, che perse quattro dita in un incidente sul lavoro, venne mandato via e così ebbe salva la vita. O come Piercarlo, che era un salutista e lavorava in banca: sul suo manifesto funebre la famiglia fece scrivere, per la prima volta a Casale, la frase 'L'inquinamento d'amianto ha tolto all'affetto di chi lo amava Piercarlo Busto'.

Poi Saviano racconta di Romana, che conosce Mario Pavesi e insieme vanno a vedere 'Ninotchka', perché a lei piace Greta Garbo e lui, anche se ha già visto il film di Lubitsch, ci torna per stare con lei. Mario trova lavoro all'Eternit... La narrazione dello scrittore si interrompe ed è Romana a parlare: 'Polvere, era come sabbia, fine, anzi ancora più fine della sabbia.... Polvere dappertutto, la povere non aveva colore ed era così impalpabile che magari la vedevamo, ma non sapevamo che c'era... era stesa su tutte le cose. I davanzali erano tutti i giorni da spolverare, per vedere il colore reale delle foglie bisognava pulirle con un dito... I panini che mangiavano gli operai erano ricoperti di polvere... La tuta di mio marito l'ho lavata per diciotto anni, prima a mano nel mastello, poi in lavatrice. Mio marito è entrato all'Eternit nel 1958, e si diceva che fosse come entrare in banca... Mio marito è morto il 17 maggio 1983 di mesotelioma pleurico e dopo di lui se ne sono andati, per lo stesso male, mia sorella Libera, mia cugina Anna, mio nipote Giorgio e, ultima, mia figlia Maria Rosa. Nella città di Casale Monferrato sono morte per malattie legate all'amianto circa 1800 persone. Il 13 febbraio il tribunale di Torino ha condannato a sedici anni di reclusione i due proprietari della Eternit per disastro ambientale doloso e omissione dolosa di misure infortunistiche”.

Riprende Saviano: 'La sentenza di Torino dimostra in modo inconfutabile che l'amianto uccide. Ma la realtà è più complessa di una sentenza. La linea difensiva di Schmidheiny e De Cartier è stata dura, dicevano di non saperne nulla. Ma era una grandissima menzogna. Se ne parlava già in un trattato industriale del 1898 e nel 1938 studi del Reich nazista dimostravano il legame fra amianto e cancro. Ma Schmidheiny fa controinformazione, cerca di fare passare l'amianto come un problema secondario e non come un veleno su cui si è arricchito. E dove non arriva la controinformazione arrivano i soldi: Schmidheiny offre 25 milioni di euro per eliminare alcune parti civili, sono anni di crisi, c'è chi accetta. Ma Casale Monferrato era il simbolo della lotta all'amianto e per questo, anche se c'è un tentennamento iniziale da parte dell'amministrazione, il tentativo viene bloccato, è impossibile. Anche perché a Casale c'è stata la prima ordinanza che impediva la lavorazione dell'amianto in città. E da questa sentenza nasce un sogno: che ci sia una superprocura che indaghi sugli infortuni, sulle morti sul lavoro. Non è meno importante dei processi di mafia”.

E citando Primo Levi: “Non ci si deve arrendere alla materia incomprensibile, non ci si deve sedere. E i cittadini di Casale non si sono seduti”


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