'Una trama sottile': il nuovo saggio di Sergio Favretto

Nel libro dello storico casalese - sul rapporto tra la Fiat, gli Alleati e la Resistenza - documenti e immagini inedite

CAALE MONFERRATO

E' uscito da pochi giorni il nuovo saggio dello storico casalese Sergio Favretto intitoolato "Una trama sottile. Fiat: fabbrica, missioni alleate e Resistenza", edito da Seb27 e dal 9 febbrario disponibile in libreria.

Con quest'opera Favretto ci regala un approfondimento inedito sulle vicende resistenziali piemontesi. In vista della Liberazione, le formazioni partigiane, le SAP e i GAP urbani cooperarono con le missioni inglesi del SOE ed americane dell'OSS.

Favretto muove dalla preziozissima lettura ed analisi contestualizzante di molte carte e documenti lasciati dal partigiano ed agente OSS Giancarlo Ratti; insegue con spiccata curiosità storica e significative testimonianze dirette lo svilupparsi delle vicende dall'8 settembre '43 al maggio '45.

In questa cornice, Favretto esplora in modo nuovo e proficuo il ruolo del gruppo Fiat, nelle sue varie articolazioni. La proprietà, la dirigenza e le maestranze.

Dai documenti, dalle testimonianze, dalla ricostruzione puntuale dei fatti emerge una storia recuperata, in parte nuova ed avvincente. Giancarlo Ratti era il capo della missione italo-americana“ Youngstown “ dell'OSS (Office of Strategic Services),paracadutata nel Monferrato a fine 1944, per un'operazione più ampia e coinvolgente tutto il Piemonte, in contemporanea con le varie missioni inglesi del SOE ( Special Operations Executive) e in raccordo con le formazioni partigiane. Braccio destro era Giansandro Menghi, alessandrino.

A Torino, ancora fra Resistenza e missioni alleate ed intelligence, si collocano le figure del partigiano cattolico Ennio Pistoi e di Aminta Migliari, responsabile del SIMNI.

Analizzando le carte lasciate da Ratti, emergono dati e circostanze puntuali, informazioni e documenti che si collegano anche al ruolo di Fiat a sostegno della Resistenza piemontese. Il tutto, attraverso la strategia di Vittorio Valletta e l'azione diretta dell'ingegnere Paolo Ragazzi, suo fedele manager; attraverso il ruolo assunto dall'avvocato Mario Dal Fiume e la posizione antifascista e dialettica di Antonio Banfo e Salvatore Melis; attraverso l'apporto coraggioso di Mario Tarallo e molti altri operai delle SAP, dei GAP e delle cellule del CNL aziendali.

Franco e Gianni Ragazzi, figli di Paolo, con documenti inediti e ricordi precisi, hanno permesso all'autore di ricostruire uno scorcio di storia aziendale Fiat e di storia sociale a Torino, per lungo tempo opacizzata in un mix indistinto di luoghi comuni.

Emerge, dunque, un interessante intreccio relazionale e documentale, riassumibile con il seguente paradigma: Giancarlo Ratti, memoriali di Vittorio Valletta, Paolo Ragazzi, Fiat, missioni alleate e intelligence, movimento in fabbrica e Resistenza piemontese.

Opportunamente, viene inserita una breve incursione fra le pagine di Beppe Fenoglio. Con un'analisi storicizzante, si declina il rapporto fra le missioni inglesi e il partigiano Fenoglio, in contiguità fra vissuto e letteratura, con inediti sul ruolo del maggiore inglese Godfrey Leach del SOE.

Viene ripresa, con nuovi dettagli, la drammatica vicenda dell’uccisione di Banfo e Melis, operai della Fiat Grandi Motori, avvenuta il 18 aprile 1945 alla vigilia della Liberazione per mano dei fascisti torinesi.

Emergono i ruoli di Remo Garosci e Livio Bianco della Reale Mutua Assicurazioni, del banchiere Camillo Venesio di Banca Anonima di Credito, realtà finanziarie non piegate al regime fascista e pronte a scrivere pagine nuove.

Un pezzo di storia rivisitato con meticolosità, utilizzando documenti riemersi e testimonianze dirette. Nel biennio 1943-1945 il Piemonte, Torino, la Fiat si rivelano contesti fattuali, storici e sociali di grande significato. La fabbrica, il mondo cattolico con il cardinal Maurilio Fossati e vari parroci impegnati, la città nel suo insieme, sono lo scenario per l’ultima battaglia contro il tedesco e la RSI.

Solo una attenta lettura potrà far percepire la densità della ricerca e il significato delle vicende narrate. In tutte le librerie dal 9 febbraio.

'UNA TRAMA SOTTILE. FIAT: FABBRICA, MISSIONI ALLEATE E RESISTENZA': LA SCHEDA DEL LIBRO

Documenti, testimonianze, verbali, sentenze, immagini, molti inediti: è questo il paradigma di elementi che ha permesso all’autore del presente saggio di ricostruire la sottile trama esistente fra la Fiat, le missioni alleate e la Resistenza nel biennio 1943-1945. Agnelli, Valletta, Ragazzi, Ratti, Menghi, Banfo, Melis, Dal Fiume, Garosci, Peccei, Tarallo, gli agenti e i militari inglesi del SOE e quelli americani dell’OSS, le formazioni partigiane e le SAP interagirono in vista della Liberazione. Fu una cooperazione silenziosa e prudente. La fabbrica, con i dirigenti e gli operai, fu protagonista; Torino e il Piemonte ne furono il contesto. La proprietà e il movimento sindacale non vollero cedere al tedesco occupante e alla RSI: vari scioperi seguirono quelli del marzo 1943, aiuti tecnici ed economici vennero messi a disposizione; partigiani e agenti alleati operarono all’interno degli stabilimenti di Mirafiori e Grandi Motori; molti furono i dirigenti e gli operai impegnati in prima persona nella Guerra di Liberazione. Nelle pagine del volume, attraverso le storie individuali dei suoi protagonisti e le testimonianze documentali d’insieme, riemerge tutta la delicata tessitura di questa vicenda.

SERGIO FAVRETTO, nato a Casale Monferrato nel 1952, avvocato e giudice onorario al Tribunale di Torino, è autore di numerosi testi di diritto amministrativo e penale. A fianco della sua professione ha da sempre coltivato la ricerca sulla storia contemporanea e la Resistenza italiana, in quest’ambito ha pubblicato: Casale Partigiana (1977), Giuseppe Brusasca: radicale antifascismo e servizio alle istituzioni (2006), Resistenza e nuova coscienza civile (2009), La Resistenza nel Valenzano. L’eccidio della Banda Lenti (2012), Fenoglio verso il 25 aprile (2015).

Anticipazioni

Testo della testimonianza resa da Aurelio Peccei, dirigente Fiat, al processo del 1946, contro i fascisti alla Corte di Assise Speciale di Torino.

"Alle nove di sera, fui portato nei locali dell'ultimo piano di via Asti, che erano riservati agli interrogatori notturni, appunto perché lontani da orecchie che potessero sentire i lamenti dei seviziati. Durante quest'interrogatorio Serloreti interveniva saltuariamente, lasciando però il compito di trattare la mia causa al De Amicis che era assistito dalla stessa squadra di agenti, di casa Littoria. L'interrogatorio durò fino alle 2,30, quando gli agenti furono chiamati fuori per altri importanti operazioni ed io restituito alla cella. Durante l'interrogatorio, oltre ai soliti trattamenti, fui per due volte sottoposto al supplizio denominato “gondola di Stalin”, sevizia questa particolarmente dolorosa che il maresciallo De Amicis si vantava di averla imparata in Croazia e che consisteva nell'appendermi legato ai polsi ed alle caviglie con catenelle ad un moschetto issato sopra due tavoli. Mentre ero in tal modo sospeso, gli agenti continuavano a percuotermi. Ad un certo punto le catenelle che mi legavano mani e piedi si ruppero e caddi di peso a terra. Malgrado questa involontaria interruzione il De Amicis si mise subito alla ricerca di un'altra catenella senza però trovarla. Ad ogni modo si dimostrarono intenzionati a proseguire le sevizie. Non risulta che il Serloreti abbia assistito al supplizio della “gondola di Stalin”, però terminata la stessa, venne nella stanza e mi annunciò un colpo di scena e cioè che era stato arrestato un mio complice ...portarono infatti dentro un giovane che seppi più tardi chiamarsi Maurizio “ lo spagnolo” che però non riconobbi, perché non l'avevo mai visto ed a cui Serloreti indicò i miei polsi seviziati e il mio viso percosso dicendo che se non parlava avrebbe subito la stessa sorte".

Francesca Banfo, intervista resa a giugno 2016 sull'uccisione del papà Antonio e del cognato Salvatore Melis.

"Quel giorno, a Torino, era stata programmata una generale astensione dal lavoro in tutte le fabbriche per protestare contro i fascisti della RSI, contro le violenze e le azioni di guerra; le SAP e i partigiani, le varie GAP ed i movimenti operai, le commissioni del CLN aziendali, avevano definito una prova generale in vista della imminente Liberazione. Io, da pochissimo tempo, aiutavo come commessa nella panetteria Sandrone, a pochi metri di casa, in via Scarlatti n. 4 bis, ad angolo con via Monterosa. Mentre servivo in negozio, un cliente raccontò come alla Grandi Motori, nel mattino, mio padre rispose apertamente a Cabras, comandante della Guardia Repubblicana della provincia di Torino, e chiese che si ponesse termine alle violenze ed alla catture degli antifascisti ed operai. Appresi come mio padre, all'invito esplicito di Cabras sul perchè dello sciopero, disse: "Scioperiamo perchè la mattina, quando ci rechiamo al lavoro non vogliamo più vedere i morti per le strade, vogliamo che finisca la guerra e con essa i massacri; non vogliamo più rappresaglie, vogliamo vivere in pace".

Ancora Francesca che parla: "Papà, dopo il turno del lavoro, rientrò a casa in via Scarlatti, accompagnato dal genero Salvatore Melis. Memore di quanto sentii in panetteria, gli suggerii di lasciare l'abitazione e raggiungere la mamma a San Mauro Torinese. Non mi diede retta e mi tranquillizzò. Dopo cena, papà con il piccolo Davide di appena tre anni, con il genero Salvatore e il nipotino Giovanni andarono a passeggiare in strada. Esitarono sui gradini di casa. Ricordo di aver nuovamente insistito perchè si allontanasse e non mi diede retta. Andammo a riposare. Ma io non ero affatto tranquilla. All'improvviso suonarono il campanello all'uscio. Chiesi chi fossero e mi risposero "...siamo amici di papà, siamo del partito di papà...( era un'avvia simulazione)". Papà e Melis intuirono e scesero in cortile e poi in cantina, io dovetti aprire e mi puntarono il mitra in volto. Erano tutti giovani, con il viso coperto...In casa restai con i fratelli e sorelle...misero tutto sottosopra...poi se ne andarono, senza catturare papà e Salvatore...Dopo poco, risuonarono e cercarono ancora papà; non trovai la chiave per aprire e poi udii il fragore di una bomba a mano esplosa nell'atrio della cantina. Intravidi papà e mio cognato salire su un camuioncino ed andare via...Dopo una ventina di minuti, avvertii alcuni colpi d'arma da fuoco. Pensavamo tutti che papà e Salvatore fossero riusciti a fuggire. Melis non doveva essere arrestato; spontaneamente seguì lo suocero, per generosità...Mi recai poi all'obitorio di Medicina Legale per riconoscere i corpi; con me c'era il prof. Valletta; esaminai bene i cadaveri e non avevano subito torture, non vi erano segni di violenza...solo un colpo al cuore...non erano stati condotti in via Asti".

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