Turino: 'L'importanza dello sport nella società'

Lettera aperta del noto giornalista e scrittore agli amministratori pubblici

CASALE MONFERRATO

Si parla spesso di sport, e qualcuno lo confonde con il tifo. Lo sport è essenziale nella formazione della persona. Da noi, ma non solo da noi, lo sport principe è il calcio, il vecchio fulbal. Era ed è il gioco popolare per antonomasia perché non occorrono, per praticarlo, particolari strutture Un tempo si giocava per le strade e all’oratorio; con un pallone si passavano giornate e si giocava, con un solo pallone, in trenta o quaranta: Quando arriva qualcuno, i contendi se lo giocavano con il bim bum bam. E avanti Savoia. Ora tutto questo è sparito e la formazione dei giovani che vorrebbero giocare al fulbal, costa un occhio della testa. Ma sono quattrini ben investiti e la struttura pubblica dovrebbe farsi in quattro per aiutare queste società; per il calcio, lo sport ha un valore formativo immenso sulla personalità del bambino ed è sostanzialmente, ESSENZIALMENTE, un fatto sociale.

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Lo sport è un fatto sociale.

Sembra una cosa ovvia; ma ogni giorno papaveri vari asseriscono cose ovvie e scontate da secoli come se fossero scoperte dell’ultimo momento; e c’è sempre qualcuno che atteggia la faccia alla meraviglia ed applaude alla «novità».

Il mondo è pieno di quelli che Longanesi chiamava i «Leccobardi».

Anche nello sport scoperte simili sono all’ordine del giorno; aiuti concreti non arrivano quasi mai, ma la scoperta rimane. Quindi è bene ribadire l’assioma, anche se è scontato da millenni: con i tempi che corrono non si sa mai.

È un fatto sociale! (punto esclamativo).

Ritengo che non sia nemmeno il caso di spiegare questo assunto; basta l’affermazione che per altro riscontriamo quotidianamente nella vita della «polis». Ma la società, intendendo questo termine come «struttura organizzata», la struttura che dirige la vita della «polis» non si occupa di sport. Gli serve magari in periodo elettorale quando anche i più grossi tromboni sanno trasformarsi in violini e flauti per ammannire i più leziosi preludi che si concludono quasi sempre con la stecca post elettorale; ma poi chiuso, non se ne parla più.

È il grosso fenomeno del secolo, in Italia, lo sport. Non si riesce oggettivamente a comprendere la sua esistenza come struttura organizzata; non si riesce a comprendere come possano vivere società, prosperare campionati, fiorire manifestazioni. Un tempo si spiegano tutte con il mecenatismo; ma è un discorso che oggi stride e che per altro non è mai quadrato se non a livello superficiale ; ed oggi meno che mai.

Ed allora?

La passione!

Questa è la vera molla, più che la ragione, che muove l’uomo. Il Tommaseo spiega che la passione «quando si leva nell’uomo, ci si fa dentro una nebbia che spegne ed ammorba ogni buon lume... imperocché gli toglie il lume della ragione...».

À parte l’«imperocché», la definizione resta attuale; senza la «passione», cioè senza la molla del sentimento, non ci sarebbe la vita e quindi nemmeno lo sport. Senza quel qualcosa che, entrato nel cuore dell’uomo gli toglie gli agganci della ragione per farlo muovere «senza lumi», ma spinto dall’entusiasmo e dalla generosità, non ci sarebbe nulla, o quasi nulla, che vale la pena di vivere e quindi nemmeno lo sport.

Lo sport in Italia vive perché ci sono migliaia di uomini appassionati che lavorano, si danno da fare, sacrificano il loro tempo libero, le loro sere, i loro momenti familiari, per organizzare, creare, dirigere, giocare.

Quando si fa dell’ironia sui lautissimi guadagni dei professionisti (chissà perché i professionisti dello sport dovrebbero lavorare per spirito missionario? ! ? e i miliardari della Tivu?) ci si dimentica che questi sono i meno, che dietro a loro ci sono migliaia e migliaia di giovani e di anziani che gioiscono, soffrono, faticano, vivono per lo sport, per poter consentire questa ovvia esplicazione della natura umana.

La vita di per sè stessa è una gara; è una gara persa in partenza perché inficiata dall’appuntamento fatale con la morte. Ma è una gara che si disputa ugualmente in ogni campo; se no l’uomo non sarebbe più l’uomo; sarebbe una «cosa», meno di una bestia.

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Le società sportive e soprattutto quelle calcistiche che operano nell’hinterland casalese sono l’esemplificazione della passione che porta l’uomo allo sport, al confronto anche rabbioso ma complessivamente ed essenzialmente leale.

Sono società «costruite» da uomini per altri uomini.

I dirigenti vivono il momento sportivo come esperienza umana di promozione e così pure gli atleti.

Come facciano a durare, con gli oneri economici sempre più gravosi, è razionalmente un mistero. Bisogna tornare al lungo discorso che ho fatto precedere: la passione, l’entusiasmo, la gioia eternamente giovane di fare qualcosa, di creare, di impegnare le proprie energie per qualcosa che economicamente ti rendano nulla, ma che piace, che stimola; un tramite per la conquista quotidiana dell’autentica dignità.

La presenza di società come queste va comunque al di là del fatto puramente sportivo. Sono esempi di sport, ma soprattutto di vita; e l’augurio è che durino, ma che durino molto.

 

 

Gianni Turino
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