Turino: 'Io, tu e le rose. Quella sera con Meazza, Frigerio e Braghero'

Un due volte campione del mondo, un tre volte campione olimpionico di marcia e un grande sportivo casalese

CASALE MONFERRATO

Guardo, sorridente su un manifesto, il volto di Orietta Berti che sarà la star di uno dei tanti festival estivi della collina, e mi rivedo-il 5 agosto del 1967 (47 anni fa!!!, non rammento se fosse venerdì o sabato, ma doveva essere sabato) ad infilare una interminabile serie di cento lire nel vecchio juke-box del “Rio Sanguinolento”, una antica trattoria della campagna casalese adagiata tra le colline ed il Po.

(Il Rio doveva il ‘Sanguignolento’ ad un episodio della prima guerra di indipendenza nel 1849; le sue acque, dopo un aspro scontro fra piemontesi ed austriaci, scorrevano rosse del sangue dei combattenti di entrambe le parti; da allora nessuno più vi pescò ed i contadini , nel passarlo per andare al lavoro, si toglievano- e si tolgono- il cappello).

Trecento lire, quattro canzoni ; il cavalier Braghero mi ha fatto cambiare cinque mila lire, di mio ci metto cento lire: sessantotto canzoni che bloccano il juke box per tutta la sera. 
“Cosa seleziono?”.
Il cavalier Braghero si consulta con gli altri due ospiti. 
“Io tu e le rose...” dice; e, rispondendo al mio sguardo che gli chiede: “... e le altre... ?”, aggiunge: “No, solo ‘ Io tu e le rose’…” 
Per festeggiare la costituzione della sezione casalese dei “Veterani sportivi” avvenuta poco prima , sedevano a tavola, sotto il pergolato che dava sul Po e sull’aia, il cavalier Luigi Braghero ( presidente dei ‘veterani’ e straordinario biciclista, cioè costruttore e riparatore di biciclette; per tutti solo Bigin),Ugo Frigerio, tre volte medaglia d’oro di marcia alle Olimpiadi, Giuseppe Meazza, il grande calciatore due volte campione del mondo che Braghero chiamava semplicemente ‘Pepin’; ed io, che ero niente, poco più di un ragazzo, ma che il Bigin “apprezzava” tanto da fargli dire a Meazza ( “Pepin, is fiulin la scriv propi ben…) 

La sera calda, era addolcita da una leggera brezza, umida e profumata di muschio, che saliva dal Po. Il sole aveva incendiato l'orizzonte e poi era rapidamente calato dietro ai pioppi nella grande pianura; le stelle parevano stirarsi sull’acqua increspata del fiume e si confondevano con le lucciole che si accendevano e si spegnevano in mezzo ai campi inondati dal cricchio assordante dei grilli; un canto pieno di gioia e di disperazione, quasi una metafora della vita... 

Mentre il vecchio Gino cominciava a servire gli affettati, chiesi a Meazza: “Qual è la partita che le è rimasta più impressa nel cuore, quella che ricorda con maggiore intensità?”. 

La domanda sembrava pleonastica, tanto ovvia doveva essere la risposta: certamente una delle due finalissime dei mondiali vinti dagli azzurri: nel '34 a Roma contro la Cecoslovacchia o nel '38 a Parigi, in un ambiente pregiudizialmente ostile e poi conquistato dal grande calcio degli italiani, contro l'Ungheria.

Invece Meazza, con Valentino Mazzola il più grande calciatore italiano di tutti i tempi ed uno dei più grandi del mondo, rispose: “Fu quando ero ragazzo, a Milano…; con la squadra del mio oratorio di Porta Portese andammo a giocare contro la compagine dei salesiani. Loro erano molto più organizzati di noi che giocavamo in canottiera. Della loro fiammante divisa mi colpì una fascia bianca che sormontava i pantaloncini. Cos’è…?, chiesi al capitano della mia squadra che aveva quattro anni più di me e lavorava già come bocia muratore”.
“ I sospensori” rispose.
“E perché noi non li abbiamo?...”
“Perchè noi non siamo perdiballe!...”
“ Vincemmo per 3- 2 ; due gol li segnò quello che è rimasto uno dei miei migliori amici (Meazza disse un nome che non ricordo); giocava forse meglio di me, poi lui prese un' altra strada, andò a fare il netturbino ed io andai all'Inter , anzi all’Ambrosiana; il gol della vittoria lo segnai io, dribblando anche il portiere. La gioia fu tale che portammo in trionfo il nostro trainer, il curato, un giovane sacerdote meridionale che noi chiamavamo don Marechiaro, ma il cui cognome era certamente un altro..; . era impazzito dalla felicità e non avrebbe scambiato quel gol nemmeno con un titolo di monsignore… Quante cose, senza che ce ne accorgessimo, ci ha insegnato quel don Marechiaro!...” 

E qui Meazza si interruppe; per darsi un atteggiamento e nascondere la commozione si lisciò il mento e, con 1'altra mano, i capelli; poi tirò su con il naso e mormorò “ porco mondo…,come vola il tempo!...”

“Caro Braghero - disse – se, nonostante io sia diventato Meazza, sono riuscito a rimanere il "Pepin", lo devo a quel curato, a quell'oratorio...”. 

“È vero!” confermò Frigerio, che si era innamorato della marcia da bambino quando accompagnava, a piedi, il parroco a benedire le case dopo Pasqua. 

“Proprio così, altri tempi, altri valori…!” esclamò , con un lungo sospiro, Braghero. 
Dal juke box cominciò a salire la voce calda e vellutata di Orietta Berti. “ Io tu e le rose...”.
Stava entrando qualche coppia di giovani; giravano intorno al juke box per selezionare la loro canzone ma “Io tu e le rose” non lasciava spazi, si spegneva e tornava ad accendersi; Orietta Berti sembrava avere sette vite, non smetteva mai. 

“Questa sera - disse Braghero dando di gomito a Meazza e Frigerio - le canzoni ‘ip e pop’ possono attaccarsi al tram...”.

“Meno male!,. - rispose Meazza – bella questa canzone, molto brava la ragazza, mi riporta ai bei tempi…; ti ricordi Bigin... quando da ragazzi si andava nelle balere per i giorni della festa e c'era la sfera di cristallo su in alto che diffondeva tutti quei colori soffusi e tenui..?; la tenevi, e le tue gambe tremavano ed il cuore batteva come il tamburo della Banda d’Affori, distante la ragazza…; ma più la musica suonava , più quelle luci blu giravano…- ogni giro di ballo erano tre canzoni- più si lasciava stringere...”. 

“... Fino ad un certo punto - interruppe Frigerio – perché, sulle panchine ai bordi della pista con lo sguardo torvo di aquila incavolata, c'erano mamme e nonne... pronte a saltar su come jene..”. 

“Io tu e le rose” continuava ad accarezzare e riempire la sera; fuori il cielo si era incupito ma sui campi si accendevano e si spegnevano le lucciole; un mare di lucciole. 
Meazza e Frigerio raccontavano…Erano racconti affascinanti e sembrava di vedere il giovane Frigerio che si allenava nella marcia andando a consegnare a domicilio, nella periferia di Milano, il pane; dalla panetteria al trionfo delle quattro medaglie (tre d’oro ed una di bronzo) olimpiche . 

“Si guadagnava niente, ma lo sport ti apriva tante vie; a me offrirono un posto, da impiegato e poi feci anche carriera, alla Locatelli...dal pane al formaggio”. 

“Io tu e le rose...io tu e l’amore…”.

Meazza parlava dei gol segnati ai Mondiali: due ‘mondiali’, due medaglie d'oro; mai nessuno così, né prima né dopo...

“Io, tu e le rose...io tu e l’amore…”... 

«Il bello della tavola - disse Baghero ingoiando un boccone di salame cotto nel vino e nell’aglio – è stare leggeri, bisogna alzarci ancora con un po’ di appetito: poco, sano, ma nutriente...».

Meazza approvò, deglutendo, con un breve cenno del capo: poco, sano, ma nutriente.

Dopo una dozzina di antipasti monferrini, servirono il salame d’asino, gli agnolotti- detti anche ‘disgraziati’ per via del ripieno che li ingobbisce - con sugo d'arrosto e poi in onore di Meazza e Frigerio, milanesi, il risotto con lo zafferano; dopo, bagna cauda, fritto misto con cervella e filone, bollito con il bagnet, arrosto, peperonata , ...cotta come una volta... a fuoco lento alimentato dalle ‘puase’ ( i tralci, potati, delle viti ) e qualche coscia di pollo affogata nel  sugo …- ; quindi, per rendere omaggio al grande Po, carpe in carpione ed un assaggio della pasta e fagioli, servita a mezzogiorno, riscaldata (“…fa resuscitare i morti…”commentò Meazza). Chiusura con gorgonzola forte (“fa digerire”) , anguria, gelato, caffé e pussa caffé...con relativa ‘ bomba’. 

Il tutto innaffiato dal grignolino tenuto in fresco, con l’anguria, dentro al pozzo. 
“...Poco, sano ma nutriente..”
Suonarono le due, poi le tre... “…Io, tu e le rose...”.
Alle tre e mezza , forse per sollecitarci ad alzar le suola, il ristoratore Gino ci offrì una birra. “Niente di meglio di una birra... quando fa caldo...” disse. 
“Certo - approvò Meazza –proprio così; ...ci porti ancora una bottiglia di quel grignolino fresco...”.
Fuori già si avvertiva la rugiada; l’aia era inondata dal chiarore della luna e fra i cespugli e per i sentieri dorati dal tufo si allungavano le ombre degli alberi; lontano, ronfavano i frantoi delle cementerie; sul cielo si spandeva una striatura bianca, slavata. Laggiù, in fondo al prato, serpeggiava, seguendo le curve del Po, una lunga fila di pioppi; un leggero velo, un bianco vapore che i raggi della luna attraversavano ed inargentavano rendendolo splendente, rimaneva sospeso sulle rive avvolgendo il corso tortuoso dell'acqua come d'ovatta lieve e trasparente.
“E' ora di andare...”mormorò Frigerio. 
“Ma prima sentiamoci ancora una canzone – replicò Baghero che non voleva lasciar svanire la magia di quella notte – domani è festa e potremo dormire ...Cosa metto Pepin ?.... ...”. 
E Meazza, alzando e guardando in controluce il bicchiere nel quale splendeva trasparente e sclent il grignolino fresco, disse: “…Io, tu e le rose...”

LA FOTO. Il classico" GOL ALLA MEAZZA"; il grande campione scarta anche il portiere ed entra in porta palla al piede (non riuscì nemmeno a Maradona)

Gianni Turino
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