Turino: 'Il Po del nostro cuore'

Un nuovo articolo d'amarcord del noto giornalista e scrittore

CASALE MONFERRATO

Un tempo a Casale il Po era il Po: Sembra un’affermazione baggiana ma invece significa che il Po era uno di Casa, un padre, una madre, un fratello; spesso un’amante. Il Po ti dava lavoro (a Casale c’erano più di cento pescatori professionisti),Ti dava Vita con l’acqua per i pozzi e per la terra, Nel Po ti tuffavi d’estate ed anche se ogni anno aveva la sua Sant’Anna (con l’acqua che inganna) e qualcuno ci restava nei mulinelli, continuavi a tuffarti perché certe cose capitano solo agli altri. E c’era il Po delle piene, che dava legna per i tamburnin dell’inverno.

E c’era il Po dello sport, pieno di barca e di canotti.

A Casale, a quei tempi, c’era una società sportiva, ancorata nell’ansa del vecchio genio pontieri, che si chiamava “Società sportiva Canottieri”: Faceva concorrenza, con il suo canottaggio, alla Moto Guzzi di Mandello Lario. Una volta all’anno le rive si animavano per il raid di canottaggio Chivasso –Casale. Fu ripetuto una volta nel 1983 (mi pare) poi più nulla, Ora un amico mi comunica che forse per San Pietro gli “Amici del Po” hanno programmato un raid da Verrua Savoia a Valenza con tappa a Casale…

IL PO DEL NOSTRO CUORE

Il sole batteva su un mare incredibilmente fermo e azzurro e si rifletteva in mille spigoli di diamante; io ero sdraiato nell'erba contro una colonna che aveva tremila anni di vita, accarezzato dal canto delle sirene e dal profumo dei mandorli. Ero in maniche di camicia ed erano i giorni della merla. Io guardavo il mare più bello del mondo, ero circondato dall'azzurro e dal sole, gli occhi puntavano lo sfarfallio baluginante della luce che rimbalzava fra onde e sirene. Ma il mio cuore era lontano da Sitacusa; sentiva il freddo ovattato della nebbia, il profumo della terra dura e immobile, il passo felpato su foglie imputridite; avvertiva il profilo incerto delle colline che scivolavano lentamente a valle negli anfratti accarezzati dal Po.

Sentivo il profumo del Po; l'acqua gorgogliava limacciosa ed un barcone abbandonato dondolava ancorato ad un pioppo.

Gli occhi puntavano il mare più bello del mondo, ma riflettevano il ricordo del Po. «E come uno spillo nella carne - mi aveva detto un tempo il vecchio Jìn mentre con l'unico braccio spingeva il barcone pieno di sabbia e ghiaia contro la corrente calma del Po fra Coniolo e Morano - quando ce l'hai addosso non puoi più dimenticarlo; continua a pungerti e a chiamarti...». Già, c'era una volta il Po. Era una cosa che sembrava sempre la stessa ma era sempre diversa. Un po' come le persone care che ti sono vicine e ti accorgi che qualche capello è diventato grigio e gli occhi hanno veli sottili solo quando guardi qualche fotografia e sembra sia passato un secolo e invece è solo ieri. E così il Po.

Certo qualcosa cambiava; un argine spariva, una sponda che nascondeva meraviglie a primavera e fra il muschio gorgogliava invisibile una freschissima sorgente, se ne andava in inverno fra il limaccio della corrente; la primavera successiva la tua sorgente presso la quale eri rimasto immobile a sognare, chissà dov'era ed intanto qualche sogno si era realizzato o se ne era andato definitivamente, per sempre; come se non fosse mai esistito. Era bello anche per questo, il Po. Non bisognerebbe mai tornare dove si è costruito qualcosa, sia pure solo con la fantasia o con la speranza; quasi tutto è inevitabile, non quadra. L'enorme prato pieno di fiori è un gerbido, i grandi alberi sono gaggie sballottate dal vento; l'immagine della Madonna che credevi pitturata, nella nicchia lungo il sentiero, da mani angeliche, è una crosta che ha l'immobilità degli ex voto e sembra uscita dalle mani di uno di quei pittori che un tempo avrebbero fatto gli imbianchini e che ora espongono nelle mostre. Ed invece il Po non ti consentiva quasi confronti; il dosso, la sponda, la sorgente, la riva, la spiaggia del tuo momento magico restava un pezzo unico solo per te, come l'avessi vissuta, non divisibile, alla faccia del demanio, se non con i tuoi sogni e, domani, con i tuoi ricordi.

C'era il Po della nebbia; con l'acqua che fumava e scendeva torbida con i grossi tronchi sballottati nella corrente. Dalla riva spuntavano lunghe pertiche alle quali erano agganciati particolarissimi uncini. Scendevano i vecchi, legandosi ai tronchi dei pioppi miracolosamente in bilico fra terra ed acqua, nella corrente con grossi stivaloni da pescatore. E lanciavano le lunghe pertiche per agganciare radici e tronchi che il Po aveva strappato a lontane rive svincolandoli dai legami del demanio. Era legna buona, anche se bagnata, da ardere nei tamburnin che a casa aspettavano gelidi.

I pioppi, immobili nel gelo, brillavano come diamanti (anzi, a ben pensarci sono i diamanti più puri che a volte brillano come i rami dei pioppi imbiancati dal gelo).!E c'era il Po dell'estate. Il sole picchiava feroce sull'acqua e dovevi stringere gli occhi come i vecchi lupi di mare per non accecarti. Era il Po delle grandi secche, con il ramo importante che si divideva in mille rivoletti sottili; vedevi guizzare, brillanti, i pesci fra i sassi e c'erano punti paludosi dove l'acqua era calda come il piss ed era colorata di marrone; il Po ti invitava alla traversata tranquilla e sul più bello sistemavi il piede su un sasso piatto che invece, coperto da una sottilissima patina di melma, ti faceva partire a gambe all'aria con conseguente tonfo nell'acqua alla pumpista, cioè con il sedere sporgente.

Le spiagge erano piene di bagnanti e in mezzo al fiume, immobili come dei dell'Olimpo, i pescatori con lunghi stivaloni e il bilancino che spariva sott'acqua; sullo sfondo, dondolante, un barcone pieno di ghiaia... E poi spuntavano come d'incanto, i canottieri.

I canottieri derivavano il loro nome, come è chiaro, da canotto, cioè dalla particolare imbarcazione da gara resa famosa in Italia dai successi ante e post guerra, della Moto Guzzi di Mandello Lario. E canottiera, il particolare corpetto senza braccia ora d'uso abituale, prende nome dall'indumento indossato dai canottieri. Per i vecchi del Po l'etimologia era invece molto più semplificata; si chiamavano canottieri perché in barca, se poi un guscio di noce si può definire barca, andavano, anziché a torso nudo come tutti i cristiani di questo mondo, con il corpettino di lana. Anche per questo li chiamavano i "fifì".

Ma i canottieri remavano che era un piacere. Anche il Centu lo dovette ammettere, sia pure a denti stretti e sputando dietro le spalle.

«Remano bene i fifì... sanno il loro mestiere...».

Guizzavano agili fra secche di ghiaia e spriss, scendendo e risalendo la corrente con facilità irrisoria. A San Pietro - un santo serio anche per i miscredenti del Po perché pescatore - il Po diventava un teatro. Arrivavano i canottieri da Chivasso e il traguardo era sotto il vecchio pontile del genio presso la società che veniva appunto chiamata «La Canottieri».

Guizzavano sull'acqua, spesso ancora torbida, e le rive erano piene di occhi affascinati; ed era affascinato anche chi esclamava che «non è più una cosa seria; la barca deve essere una barca e non un giocattolo».

Vecchi barcaioli e nuovi canottieri erano uniti da un cordone ombelicale: l'amore per il Po. Poi il Po fu bistrattato; sparirono i barconi, sparirono i pesci d'argento, sparirono i bagnanti.

L'acqua, sinonimo di vita, era diventata sotto la sapiente guida del progresso, segno di morte. Ora pare rispuntino i canottieri, ritornano a Chivasso per discendere il Po fino a Casale. Dopo decenni di follia, l'uomo sta, sia pure faticosamente, riscoprendo il suo Po. Non ci sono più i vecchi barconi, ma il giorno di San Pietroe Paolo ,se vedremo guizzare i canotti fra secche e spriss, sarà come riscoprire qualcosa che si era amato e che sembrava perduto per sempre. Lo credevi morto e invece è ancora lì, pronto ad amare e ad essere amato.

Il grande vecchio, giovane Po del nostro cuore.

Gianni Turino
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