Turino: 'Guy de Maupassant e Casale'

Una volta la nostra città era prosperosa, mentre Asti era povera: perché c'è stato un declino così profondo?

CASALE MONFERRATO

Leggo che prossimamente sarà assegnato l’Oscar dl successo ; la cerimonia si svolgerà nel palazzo “Monferrato “ di Alessandria….(sic!)…. e penso ad un lontano treno (i treni a Casale si possono ormai solo pensare…)

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Il treno corre sul filo del mare sotto il sole ardente della Costa azzurra fra Cannes e Marsiglia; la campagna, arsa, è sommersa dal concerto assordante delle cicale; sull’azzurro slavato del cielo si staglia il fumo ondeggiante della locomotiva

In uno scompartimento di terza classe, due giovani; la donna è ben vestita, aitante, prosperosa dalle forme dirompenti: l’espressione della floridezza, dell’abbondanza e della salute; il giovane magro, emaciato, sembra roso dai pidocchi, ha occhi scavati ed arrossati , è vestito alla buona con pantaloni e camicia lisi e rattoppati; ha con se una vanga ed una zappa. È un contadino di Asti che va in Francia , con l’unica attrezzatura che possiede, a cercare lavoro.

La donna è una balia di Casale diretta a Marsiglia ingaggiata da un’importante famiglia del posto; il petto teso e turgido finisce per sgusciarle dal vestito; il contadino vi si aggrappa e succhia avido.

“Grazie –dirà, arrossendo, alla fine passandosi il dorso della mano sulla bocca e sospirando di sollievo, - erano tre giorni che non mangiavo…”. “ Non c’è di che –si schernisce la balia sospirando di sollievo e senza arrossire– erano due giorni che non allattavo…”.

Mi è venuto in mente, per contrasto, questo racconto ( “Idilio” di Maupassant ; il grande scrittore francese in seguito avrebbe precisato che il contadino roso dall’inedia e la balia esuberante ed esondante sono una metafora delle due città piemontesi: dirompente, splendente e prosperosa Casale; ridotta all’osso Asti costretta ad aggrapparsi al superfluo del capoluogo monferrino per sopravvivere).

Cosa scriverebbe oggi Maupassant!?!....

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Il declino di Casale ha radici lontane: seconda città del Regno Sardo, ha rappresentanti autorevoli, ma mediocri, nel Parlamento di Torino. Nessuno di essi ha la visione della storia ; Filippo Mellana attacca il progetto dei canali propugnato da Cavour perché portano via tot ettari alla coltivazione…; la linea ferroviaria Torino - Casale fu realizzata, anziché come era naturale , collegando il retroterra storico ed economico di Casale cioè la collina con il conseguente passaggio del Po a Torino, attraverso la pianura che non aveva nessun aggancio economico, storico e culturale unicamente perché qualche grosso papavero vi teneva cascina; Balzola ebbe addirittura due stazioncine: una per la linea di Torino, l’altra per la linea di Milano ( stazione realizzata all’ingresso della cascina Martinetta, appunto di proprietà Mellana-ecco: il “ particulare” ,come sottolineava Guicciardini)-

Casale fu così tagliata fuori definitivamente dalle grandi linee di comunicazione; il senatore conte Calabiana, vescovo di Casale ( e poi di Milano) temuto da Cavour e da Pio IX, si batte pressoché esclusivamente- anche lui Cicero pro domo sua- per salvaguardare i beni ecclesiastici…

Con l’unità d’Italia nel 1861 , Casale - ancora per l’insipienza dei suoi rappresentanti politici rosi da interessi e rivalità da pollaio- si trova emarginata e non viene indicata come capoluogo di provincia

Lì per lì sembra nulla perché, come osserva Bernanos , “Una civiltà non crolla come un edificio…ma si vuota poco a poco della sua sostanza finché non ne resta che la scorza…”( IL Jin, che non conosceva Bernanos ma aveva la testa fine, avrebbe commentato che “Le cose importanti non si verificano mai tic toc soc ma tempo e paglia…e poi ti resta la cavagna vuota…”).

In seguito, Casale divenuta grande centro industriale ma con interesse monocorde: il cemento , ha ancora l’occasione per afferrare per la coda il capoluogo di provincia il che le consentirebbe di conservarsi polo d’attrazione del suo interland storico; ma ancora una volta la rivalità dei suoi big- ed erano di alto lignaggio: Badoglio, Cavallero, De Vecchi di Val Cismon i quali volevano arrogarsi in toto il merito senza concedere nulla agli altri- finì per favorire Vercelli ed Asti che da allora iniziano il loro lento ma costante sviluppo, speculare al declino di Casale .

Persa nel ‘22 la Corte d’appello , unica in Piemonte con Torino e retaggio del Congresso Agrario del 1848, nel secondo dopoguerra se ne vanno da Casale, come era fatale, anche il Catasto ed il distretto (che abbracciava un territorio molto vasto, ivi compresa la città di Asti fino alle porte di Torino e che è un collante tenacissimo per l’interland).

Il boom economico, e la conseguente immigrazione, dà sensazione di sviluppo; il piano regolatore Rigotti del 1962 prevede il raddoppio- ottantamila nell’80- della popolazione in vent’anni; ma purtroppo Casale si perde nei meandri di un piccolo cabotaggio: il “particulare” fa aggio sugli interessi generali e manca la visione della storia ; morta , localmente, l’industria del cemento per l’evoluzione del prodotto da naturale ad artificiale non si sanno raccogliere le opportunità dei nuovi tempi (basti ricordare- negli anni 70- i mancati insediamenti della Snaidero, della Pirelli e così via, risoltisi, per insipienza realistica, in una bolla di sapone).

Si preferisce puntare, perso anche il riferimento agricolo della Mostra di San Giuseppe, ormai “assurta” a mercato, sulle feste che hanno come clou economico- culturale, grandi mangiate (pure l’hinterland non scherza: per rilanciare la cultura e l’economia locale, si organizzano pantagrueliche abbuffate, nei paesi del bollito e delle rane, di pesci di mare…); feste fini a se stesse, certamente encomiabili , perché coinvolgono molte realtà della città e dell’hinterland e stimolano notevole partecipazione ma che non generano reali prospettive di sviluppo.

Anche l’apertura turistica, che sarebbe per altro un coadiuvante, nasce su basi velleitarie che finiscono per essere controproducenti;

Casale ha storia ed originalità artistica da vendere; anziché puntare su queste grandi risorse –così ben illustrate e divulgate da Luigi Angelino e Dionigi Roggero- si tira fuori lo slogan “ La Siena del Nord” generando, oltre al provincialismo che vi è congenito, in chi vi arriva attratto da questo pedigree l’inevitabile delusione (che, senza il presupposto, sarebbe stato apprezzamento).

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E domani ? Agostino dice che il futuro non è nient’altro che il presente della speranza; cioè quello che oggi speriamo accada domani..

Ma, obiettivamente e senza puntare il dito contro nessuno se non tutti noi stessi, : c’è ancora spazio per la speranza?

 

 

Gianni Turino
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