'Quei martedì grassi che finivano con le Ceneri del mattino...'

Un nuovo racconto di Gianni Turino che rievoca quella settimana che dal Carnevale porta alla Quaresima

CASALE MONFERRATO

Il martedì grasso allora era vacanza (come lo erano il 12 ottobre, l’11 febbraio, il 2 di novembre) ma era da tempo che all’ 0ratorio si preparava il carnevale: le suore friggevano i friciò e la Maria la lattaia, la bagna cauda per i più anziani: ma poi finiva che ragazzini e anziani si mischiavano e quell’intingolo misterioso che gorgogliava nelle pentole batteva di gran lunga il profumo dei friciò, detti anche, seppure con scarsa proprietà, “palle dolci”.

L’Ugo Bagian aveva preparato striscioni con stelle filanti; c’erano anche i coriandoli, riciclabili, nel senso che una volta lanciati venivano recuperati a terra, per essere ovviamente usati mirando con cura alla bocca.

Era bella quella “miscela” di bambini, giovinotti, papà, nonni. Non sapevo spiegare il perché-per altro non vi riesco nemmeno ora- ma sentivamo di essere una cosa sola; per cercare di spiegarla potrei ricorrere al motto dei “Tre moschettieri”(che poi erano quattro) “Uno per tutti, tutti per uno”; (ma qui corro il rischio di esser considerato banale da chi la sa lunga e legge unicamente tomi chilometrici e pesanti -non alludo alla bilancia- i e solo citare Dumas gli fa venire l’orticaria. Peccato, se non ha mai letto “ i Tre moschettieri” non sa quello che ha perso…, soprattutto non sa come si scrive per farsi intendere) .

Già: uno per tutti, tutti per uno…già: ci sentivamo davvero una cosa sola, in simbiosi, avrei detto se allora avessi conosciuto questa parola

Tra un passaggio e l’altro della bagna cauda, si giocava a ping-pong.

“Giuuanin ven chi che ti stiro al ping- pong…” Era il Giuspin Leporati detto lepo- il ciaurin che era un’artista, a ferrare i cavalli

L’operazione del rinnovo ferri al cavallo era affascinante; il Lepo, mentre il garzone, il settantenne Giotu, sollevava la gamba del cavallo, si coricava di schiena a terra e forzava un punteruolo affilatissimo nello zoccolo per poter smuovere i chiodi arrugginiti che poi estraeva con grande fatica aiutandosi con sacramenti variopinti che costringevano le donne del cortile a “segnarsi” ed a recitare l’“Atto di dolore”. Quindi si rialzava e, recuperati dalla forgia con lunghe pinze i ferri nuovi che intanto si erano arroventati fino a confondersi - come colore- con la brace, li piazzava rapidamente sullo zoccolo del cavallo fissandoli con chiodi, pure arroventati; mentre con una vigorosa martellata li conficcava, il Giotu, con una precisione da cecchino, gli sputava sopra in maniera che il chiodo, raffreddandosi al contatto con la saliva, si stabilizzasse.

Voleva stirarmi al ping-pong. Ma vinsi io: raccolta la pallina dell’ultimo punto alzando gli occhi incontrai quelli del Lepo... La vita è disseminata di rose che non abbiamo colto ma il non aver fatto in maniera che il Lepo vincesse quella partita, mi punge ancora il cuore.

A mezzanotte finis;

Spariva la bagna cauda, sparivano le stelle filanti ed i coriandoli, finiva sotto al tavolo anche la cassetta a manovella e molla del giradischi.

Cominciava il giorno delle ceneri.

Il mattino alle cinque e mezza di corsa a servir messa. Faceva un freddo boia, le braie corte esaltavano cosce viola. Che si incendiavano se, fermandoti per dar soddisfazione a qualche stimolo provocato dal gelo, una gocciolina …

Nella penombra della Chiesa, le donne biascicavano il Rosario.

“Introibo ad altare Dei…” scandiva il Curato allargando le braccia.

“Ad deum qui laetificat juventutem meam….” rispondevo

“Mi avvicinerò all’altare di Dio”.

“A Dio che dà gioia alla mia giovinezza…”

Che bello!... chissà perché la nuova liturgia ha escluso questo incipit in cui c’era tutto perché la giovinezza a cui Dio dava gioia, era la vita e non importava l’età…proprio come avevamo vissuto la sera prima…

Già…poi le donne si inginocchiavano alla balaustra….

“Eri cenere......"

Gianni Turino
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