'Perché il nipote del velocipede si chiamò Buon Natale...'

Un racconto natalizio di Gianni Turino

CASALE MONFERRATO

«E così abbiamo dato un erede alla famiglia...la dinastia non pericola più; complimenti!... E che nome gli diamo?...». Il sole dolce ma ancora caldo di settembre filtrava fra i rami degli ippocastani e penetrava dalla finestra spalancata spargendo larghe gocce di luce nell'ufficio in penombra dello stato civile.

Il Mario, in piedi davanti alla scrivania con il cappello stretto nervosamente fra le mani incrociate sul fondoschiena, guardava i ricci che sgusciavano fra le foglie e cominciavano a mostrare, tra il verde ed il bianco della scorza pungente, il marrone brillante dei frutti. Fra pochi giorni l'involucro si sarebbe aperto del tutto e le castagne avrebbero invaso il viale. Pensava, il Mario, e gli occhi gli si stringevano come per catturare un'immagine lontanamente mentre le labbra si stendevano in un sorriso pieno di malinconia, a quando era ragazzo e quelle castagne le raccoglieva ...; poi era gara con gli amici a sfregarle contro il muro per ricavarne «sapone»...

Un raggio di luce, come quelli che di sera si carpiscono alla luna fissandola e stringendo gli occhi, filtrava fra le fronde scure degli ippocastani e si posava sulla scrivania del cavalier Birindelli; ed era lo stesso raggio di luce che sgusciando fra le fronde scure degli ippocastani nel cortile della scuola, s’infilava nell'aula fendendo come una lama il banco e lui su quel raggio saliva e volava libero, di là dal cancello e delle mura, verso il cielo e le nuvole...

Sorrideva il Mario ricordandosi di quei voli e di quei sogni e sembrava invaso da un dolce torpore.

Dal quale lo svegliò, riportandolo nell'ufficio comunale di stato civile, la voce del cavalier Birindelli che, per l'ennesima volta, lo invitava a comunicargli il nome che intendeva attribuire al figlio.

«Buon Natale ... » disse il Mario.

Il Cavalier Birindelli, ufficiale capo di stato civile, che aveva già intinta la penna nel calamaio e si apprestava a scrivere sul grosso registro, ebbe un balzo e dal «pery» partì, assassina, una goccia d'inchiostro.

Il tavolo era grande; il registro era abbondantemente coperto da carte assorbenti; sulle braccia, due manicotti neri proteggevano la camicia dalle ascelle ai polsi su cui spuntava sì e no un millimetro di polsino candido ed inamidato, ma così piccolo che «nemmeno Guglielmo Tell sarebbe riuscito a colpirlo ... »; ebbene la goccia d'inchiostro proprio su quel millimetro andò a posarsi...!

Il cavalier Birindelli vide angosciato l'orrore di quella macchia e, immaginando il benservito corredato da «muso» interminabile   che gli avrebbe propinato la moglie, digrignò i denti e schiacciò dalla rabbia la penna sul tavolo; le punte del «pery» si aprirono a forbice ed una nuova macchia gli si schizzò sui pantaloni.

Si morse le labbra e scacciò a stento la gran voglia liberatoria di mettersi a sacramentare.

«Contraccambio... ma che nome gli vuol dare a suo figlio? ... » chiese ancora il cavalier Birindelli scandendo le parole per non tradire l'ira che tuttavia gli stava visibilmente montando e gli faceva tremare le mani.

«Buon Natale...» disse ancora il Mario.

Al che, fulminata dallo stupore, si bloccò, con la bocca   nella quale brillavano tre denti d'oro   la «tota» Rosetta che, con due faldoni sotto le braccia, si stava recando in archivio.

La «tota» Rosetta era l'applicata del cavalier Birindelli (ma le malelingue sussurravano che il «capo» vero fosse lei, tanto il cavalier Birindelli la temeva); alta e secca era rigida come un manico di scopa; vestiva solo di nero con un collettino bianco plissettato («Sembra che abbia una salvietta attorno al collo» mormorava, ridendo sotto i baffi, il Jin) sopra al quale spuntava un viso perennemente scuro ed arcigno.

«E' sempre íncarognita; sembra una iena pronta a balzarti addosso ed a sbranarti ... » pensava il Mario; e ricordava quello che diceva, della Rosetta, sua nonna: «Quella non ride nemmeno se le fai solletico sotto la pianta dei piedi ... ».

Eppure, nonostante facesse di tutto per mascherarli, la tota Rosetta aveva tratti belli ed il Letu, suo coetaneo, confermava.

«Da ragazzina era un gran bel pezzo... ma aveva gli occhi gelidi e stava troppo sulle sue... come se gli altri non esistessero ... ».

La tota Rosetta scrutò severa il Mario; poi incrociò gli occhi con quelli del cavalier Birindelli che si toccò la tempia con un dito come per dire «Quello è picchiatello, è matto ... ».

«Deve essere l'emozione per l'evento   sussurrò alla tota Rosetta che gli si era avvicinata   le grosse gioie sono come i grandi dolori: possono por­tare alla follia ed anche alla tomba ... ».

«Ringrazio e contraccambio   mormorò fra i denti il cavalier Birindelli mordendosi le labbra e sforzandosi di essere calmo   gli auguri, anche se con un certo anticipo, fanno sempre piacere  aggiunse mentre tentava di infilare un nuovo "pery" sulla punta della penna   ma ci sono ancora più di tre mesi, siamo appena usciti dall'estate e prima che nevichi e scendano gli zampognari avremo ancora occasione di rivederci e di rinnovarceli ... ».

«Il nome!? ... » scandi secco mentre, ricoperta con il manicotto nero anche la macchia sul polsino, riprendeva posizione con la penna a mezz'aria, pronta per essere intinta nel calamaio.

«Buon Natale! ... ».

Il cavalier Birindelli perse il lume della ragione e, posata la penna, balzò sul tavolo la qualcosa   tanto era impensabile   fece allargare le braccia alla segretaria tota Rosetta, con conseguente caduta a terra dei faldoni che stava sistemando, con le carte che svolazzavano qua e là.

«D'accordo che tu hai fatto le scuole alte ed hai un commercio che rende   gridò il cavalier Birindelli che ormai aveva perso completamente la trasibonda   ma questo non ti consente di prenderci per il didietro; qui siamo funzionari comunali ed abbiamo il dovere...abbiamo il dovere – scandì con voce che a tratti tremava - per quello che rappresentiamo, di esigere rispetto... e tu ci devi rispettare! ...».

«Perché, in cosa ha mancato? ... » interrogò timido ed esterrefatto il Mario che non capiva nulla di quel trambusto.

«Come?!... in cosa ho mancato?!...   lo interruppe paonazzo in volto e quasi piangendo il cavalier Birindelli che, ormai accecato dall'ira, agguantò il Mario per la cravatta; poi gli posò premendolo come un punteruolo, il mento sulla testa...   come, hai ancora la faccia di m... , tosta di fare certe domande?! Ti ho chiesto venti volte il nome che vuoi dare al tuo bambino per registrarlo sullo stato civile e tu mi rispondi, il 26 di settembre!, Buon Natale... il 26 di settembre... ma per chi mi hai preso?!? ... ». 

Il cavalier Birindelli balzò a terra e, sempre tenendo ben stretto il Mario per il colletto, gli puntò l'indice dell'altra mano, sul pomo d'Adamo.

«Per l'ultíma volta: come vuoi chiamare tuo figlio? ... » scandi il cavalier Birindelli. E sembrava pronunciasse una se­tenza di morte.

«Buon Natale!; lo voglio chiamare Buon Natale!».

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Il Mario era figlio unico del Carletto Velocipide il quale si era fatto una fortuna mollandocampi e vigne per aprire in città un'officina per la riparazione delle biciclette. «Tutto per ilvelocipide» scrisse sull'insegna; e «Velocipide» fu per tutta la vita.

Gli dettero del matto. Il vecchio padre lo diseredò («quello finisce che ci mangia vacche e stalla... non ha capito che quegli aggeggi sono soloper i finfirini e che passata la moda... buona notte al secchio .»); ma lui tenne duro ed il tempo dimostrò che aveva visto lungo e giusto.

Prese poi, le biciclette, anche a venderle; si era fatto un «nome» e da lui venivano anche dai paesì e dalle città vicine.

Corse, come «isolato», un «Giro d'Italia» ed una volta, al criterium del «bue grasso» ad Asti, arrivò secondo dietro al «Diavolo Rosso» Gerbi fresco vincitore (scatto all'avvio e semina di chiodi lungo la strada per appiedare gli avversari) del Giro di Lombardia.

A scuola il Mario era un po' svogliato ma andava bene.

«Lo faccia proseguire   disse il maestro al padre dopo la licenza elementare   lo mandi alle superiori... ».

«Tu fai le superiori   ordinò il Carletto Velocipede al figlio un po'restio   ma se non studi e non passi, ti puoi fare una casa in cielo; non pensare di mettere piede in casa o nel negozio se non prendi il "certificato" ... ».

Il Mario fu spedito in collegio e sì diplomò agrimensore. Entrò quindi a pieno titolo nel negozio del padre che incorniciò il «certificato» al centro della vetrina.

Curava più che altro i rapporti con i fornitori e con... le clienti... Bello e distinto com'era, e con l'alone di chi aveva fatto le scuole alte (ed. anche con il fascino di chi è erede di un consistente patrimonio),il Mario con le donne mieteva successi a non finire; il gentil sesso lo puntava come il levriero la lepre.

Certe cose danno più piacere a raccontarle che a farle ed il Mario al caffè, dove in un amen il sabato sera diventava la domenica mattina giocando al biliardo, non stava certo con la bocca chiusa.

Finì che fu accalappiato da una che   appa­rentemente   non l'aveva mai degnato di uno sguardo.

La Rosalba, però, l'aveva puntato scientificamente; un'occhiata distratta oggi, un saluto con il capo domani, un cenno con le dita in movimento un altro giorno, l'aveva rosolato poco per poco e, praticamente senza accorgersene, il Mario si era trovato cotto come una pera (cotta) e quando il padre una notte lo sorprese a singhiozzare come un vite­lo con il capo immerso nel cuscino: «Sposala» gli ordinò

«Ma non so...   biascicò il Mario   se mi vuole ... ».

«Con tutte le tue, arie   gli rispose il padre  non conosci le donne; quella non aspetta altro ... ».

Si sposarono la vigilia di Natale.

La Rosalba aveva quattro o cinque anni più del Mario e la sua bellezza, che rendeva ancora più provocante fingendo di dissimularla, era davvero notevole.

«Ha tutto al punto giusto! ... » commentava compiaciuto il Jin.

Veniva da Torino dove   dicevano le malelingue   non le erano mancate le «esperienze» e della vita, insinuava velenosa la tota Rosetta, «conosceva tutto l'alfabeto dalla A alla Zeta ... ».

«L’ha fatto su come un ariasò ... » spiegò il Brucletta alla moglie che gli chiedeva, con apprensione e forse un po' d’invidia, «come mai un bel giovane così fine, con una come quella ... ».

«Lui sarà fine, ma io preferisco lei ... » concludeva il Brucletta mentre la moglie, grugnendo, gli scodellava con mal garbo il minestrone.

Il pranzo di nozze fu di quelli che si raccontano per generazioni; il Carletto Velocipide non aveva badato a spese ed aveva fatto le cose in grande.

Il Mario andò lindo con il bicchiere e sciolse la lingua più del dovuto (e del lecito),precorrendo a voce alta con gli amici fra una gomitata e l'altra  il post pranzo.

La Rosalba incassò senza batter ciglio, ma non gradì.

E nemmeno gradi le reminescenze degli straordinari exploit amorosi che gli amici, con consapevole perfidia, attribuivano coram populo, al Mario; e rimuginò, mentre distribuiva sorrisi a destra ed a manca, la vendetta.

Al dunque il Mario si trovò la moglie agghindata punto e virgola da lasciare senza fiato.

Ritta sullo scendiletto in sottoveste con le mani sui fianchi ... : «Adesso bando alle ciance e vediamo che capolavori sa fare il nostro galletto ... » gli disse con il tono di un giudice che ha già deciso la sentenza.

Il Mario fu invaso dall'emozione; gli si freddò la fronte e la schiena colava sudore; prese ad agitarsi e gli occhi ironici della moglie nei quali si leggeva la sfida, certamente non l'aiutavano e nemmeno gli dava una mano la cantilena che la consorte recitava... «vediamo, vediamo, il nostro galletto ... ». Sudava come d'agosto sotto il solleone. Pensava a suo padre che gli diceva: « Nella vita si può anche bucare una gomma; l'importante è non scoraggiarsi, scendere dalla bicicletta e cambiare il tubolare ... ». 

Già ... ma qui come faceva a cambiare il tubolare?! ...

E quando la moglie, con tono ancora più beffardo, commentò: «Con la bocca, leoni leoni... e poi la rima falla tu ... » si sentì schiantato, finito; gli venne voglia di piangere, anche di morire.

Poi di colpo, come colpito da una folgore, scattò in piedi, si vestì rapidamente ed uscì sbattendo la porta.

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La «Venti soldi» non chiudeva mai la porta a nessuno ma che qualcuno vi bussasse, e con quella concitazione, alle undici di sera della vigilia di Natale non era mai successo.

Anche perché tutti conoscevano la sua agenda per quella sera: dopo cena, un'oretta di riposo, poi toeletta per prepararsi come si deve per la messa di mezzanotte.

«Bel fanciot vai a suonare l'organo in altro cantone...» disse la «Venti soldi» schiudendo l'uscio; ma, mentre stava per aggiungere smamma» accompagnandolo con il gesto imperioso del braccio, alzò gli occhi ed incrociò quelli del Mario.

«Entra!» gli disse senza nascondere la sua preoccupazione; perché lei tanta disperazione negli occhi di una persona, non l'aveva mai vista... E ne aveva conosciuti di uomini! ...

«Siediti   gli disse; e poi, prendendogli il viso fra le mani e guardandolo fisso negli occhi   Che capita? Hai forse ammazzato qualcuno? ... ».

Il Mario scoppiò a piangere e, fra un singhiozzo e l'altro, raccontò il suo dramma.

La «Venti soldi» era troppo esperta della vita per mettersi a ridere; però gli sorrise e gli passò affettuosamente la mano fra i capelli.

«E' una cosa da niente e te ne accorgerai subito» disse ed aggiunse: «Bisogna stare attenti con le donne; possono essere angeli ma anche diavoli... ma adesso guardiamo di sistemare la faccenda perché, come io ti dimostrerò, la tua è una questione di testa o, come dicono quelli che hanno fatto le scuole alte, psicologica... E l’altra cosa non c'entra niente! ... ». 

La «Venti Soldi» era nota universalmente ed esercitava il suo mestiere come se fosse un'arte; anzi, una missione.

«Poveri fanciot diceva parlando dei giovani soldati che la visitavano vengono da me che sembrano cani bastonati e prima devo consolarli e poi darmi da fare non poco per sollevargli il morale; pensano alla casa lontana, alla famiglia, alla fidanzata, alla giovane moglie ed io li aiuto, non a dimenticarle, ma a lenirne la nostalgia ... ».

Non se ne vantava ma era consapevole di aver salvato anche molte unioni perché un conto era andare con lei e un conto era cercare sistemazioni extra...

Aveva una figlia a cui impartì un'educazione rigorosa (studi dalle Orsoline e quando ebbe problemi con il marito la richiamò decisamente all'ordine «perché la famiglia è sacra ... »).

Asciugategli le lacrime, la «Venti soldi», come volevasi dimostrare, sbloccò l'impasse psicologica del Mario. 

«Vai a casa tranquillo   gli disse, dopo, mentre gli offriva il caffé   sarà una notte straordinaria ... ».

«Ricordati di me, fra nove mesi ... » gli disse aprendogli la porta e dandogli un ultimo buffettino sul collo.

Fuori cominciava a scendere la neve; cadevano grossi fiocchi che si posavano a terra ed in un amen l'avrebbero resa bianca ed immacolata.

Le campane suonavano; la gente si avviava alla messa di mezzanotte.

«Ricordati di me fra nove mesi ... ».

Il Mario si girò ed urlò: «Che nome ti piacerebbe? ... ».

Ma la «Venti soldi» non udì la domanda ed agitando la mano gridò: «Buon Natale ... ».

Il Mario annuì, salutò ancora con la mano poi, avvoltosi il collo con la sciarpa che gli svolazzava sulle spalle, prese a correre.

La strada era ormai totalmente coperta dalla neve che continuava a cadere a fiocchi larghi e fitti; il bianco era così candido che si vedeva come di giorno; il suono delle campane galleggiava fra la neve e pareva un eco di chissà quale altro mondo.

Il Mario correva pazzo di felicità; non vedeva l'ora di tuffarsi fra le braccia della moglie (che non seppe mai come avvenne e cosa provocò il miracolo; e nemmeno, ovviamente, quale fosse stata la meta del marito; pensò sempre che si fosse «scaricato»   o caricato?   correndo nella neve).

Correndo, il Mario pareva voler azzannare i fiocchi che continuavano cadere; sentiva l'aria pungergli il viso, le campane che annunciavano il Gesù Bambino, sentiva che la sua vita sarebbe stata serena e comunque felice ...; ed il cuore, che batteva forte forte, gli ripeteva quel «Buon Natale» dolce come una carezza...

E Buon Natale fu. 

(E fu d'accordo anche   udita la storia il cavalier Birindelli che commentò con un lieve sorriso: «Le donne... le donne»).

Gianni Turino
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