'L’uomo di fronte alla sofferenza': incontro partecipato al Tartara

La mostra 'C’è qualcuno che ascolta il mio grido? Giobbe e l’enigma della sofferenza' visitabile a Palazzo Trevigi

CASALE MONFERRATO

La sera di venerdì 27, in un Salone Tartara gremito di persone, si è svolto l’incontro 'L’uomo di fronte alla sofferenza', occasione per presentare la mostra 'C’è qualcuno che ascolta il mio grido? Giobbe e l’enigma della sofferenza' esposta a Palazzo Trevigi e organizzata dal Centro culturale Alberto Gai in collaborazione con Anffas, Vitas, Oftal e Movimento per la Vita, con il patrocinio del Comune di Casale e dell’Ente Trevisio.

«Perché esiste il male?» centra subito il tema monsignor Gianni Sacchi, durante il suo saluto, con la domanda più spiazzante e più difficile, raccontando di quando, da parroco, portava spesso i ragazzi in visita nelle case di riposo, negli ospedali, nei cimiteri, perché «solo attraverso il dolore si capisce cos’è la vita».

Sul tema della sofferenza, davanti a un pubblico ammutolito, si sono poi confrontati Mario Melazzini, attuale Direttore Scientifico Centrale ICS Maugeri, e Daniela Degiovanni, Presidente del Comitato Scientifico Vitas, introdotti dall’intervento di don Silvano Lo Presti, responsabile diocesano della Pastorale della Salute,focalizzato sulla figura biblica di Giobbe.

“Dopo l’ennesima piaga, una terribile malattia, con cui Satana mette alla prova la fede di Giobbe, viene meno la sua proverbiale pazienza e dal cuore innalza a Dio il suo grido: perché? Per Giobbe Dio non è un’entità capricciosa che punisce chi non lo merita, ma è un Dio con cui dialogare, per questo pretende una risposta. Allora Dio gli mostra tutta la bellezza del creato, gli fa capire come tutto gli sia donato. Ma la risposta più compiuta al grido dell’uomo sarà Gesù: il Dio fatto uomo è un altro Giobbe che si carica di tutte le sofferenze e muore per noi. È una compagnia nella sofferenza, resa presente al giorno d’oggi da molti testimoni».

E uno di questi testimoni, a cui è dedicato anche un pannello della mostra, è proprio Mario Melazzini, medico e malato di Sla: «Come Giobbe ho avuto molto dalla vita, ma poi è insorta la malattia, un imprevisto che mi ha fatto chiedere “perché?”, mi ha indotto ad allontanarmi da tutti, fino a elaborare un pensiero rinunciatario: decisi di avviarmi al suicidio assistito contattando una clinica svizzera. Mi presi un periodo di riflessione durante il quale lessi, su consiglio del mio padre spirituale, proprio il libro di Giobbe.

Pian piano mi ritrovai nei passi della Bibbia e, pensando alla frase di madre Teresa “Non devi vivere di foto ingiallite”, cominciai a cambiare il mio sguardo sulle cose, pur nella consapevolezza del limite. Io che amavo scalare le montagne, riuscii a guardarle dal basso verso l’alto senza soffrirne. Il sondino e il supporto per il respiro ora non sono un’imposizione, ma gli strumenti che mi permettono di continuare un percorso. Tutto questo è possibile solo grazie a chi ti sta vicino, a mia moglie in primis. Serve la certezza che Qualcuno ti accompagna pur permettendo tutto. La vita è un dono meraviglioso e va difesa e accompagnata fino alla fine del suo percorso. È un peccato che tutto questo sia spesso strumentalizzato».

Proprio il tema dello stare vicini a chi soffre è stato il nucleo dell’intervento di Daniela Degiovanni, che ha raccontato come, da oncologa, sia spesso entrata «nel cuore delle vite e delle case dei malati, imparando a dare spazio all’ascolto, a non guardare le lancette dell’orologio, convinta che anche la relazione è un atto terapeutico. Quando in una casa di un malato ho visto aleggiare sorrisi che mai mi sarei aspettata, ho visto la cura con cui i famigliari lo accudivano e, negli occhi del malato, la gioia per la bellezza e per l’amore che riceveva, ho imparato tanto: innanzitutto che il malato ha diritto al rispetto, alla verità, alla dignità e che non l’ospedale ma la casa è il luogo adatto per le ultime fasi della vita. Ha così inizio l’esperienza di Vitas».

E Melazzini ribadisce: «La dignità sta nello sguardo del curante», prima di concludere raccontando altri difficili momenti di vita famigliare quando il figlio e il nipote si sono ammalati gravemente: «Paradossalmente sono stati momenti che ci hanno uniti di più».

La mostra è visitabile in Via Trevigi 16 fino al 6 ottobre nei seguenti orari: 9-12 e 17-19. Per concordare visite guidate: 338-5877616.

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