Le ripercussioni delle scorrerie saracene e le abbazie della Novalesa e di Breme

Prosegue il lungo racconto di Patria Montisferrati dedicato alle incursioni in Monferrato nell'Alto Medioevo

CASALE MONFERRATO

Una delle ripercussioni delle scorrerie saracene era lo spostamento di genti sopravvissute, come ad esempio in Francia, dove su indicazioni di Ugo di Provenza, sentendosi minacciato anche da Berengario II d’Ivrea, fece trasferire alcune popolazioni costiere nella valle alpina che prese il nome proprio dalla minaccia saracena, la Moriana, che divenne poi contea assegnata a Umberto I Biancamano, capostipite della dinastia Savoia, che nacque infatti a Moriana attorno al 980 d.c., motivo per cui storicamente all'inizio della loro epopea erano conosciuti come i Moriana.

Altra ripercussione era l’abbandono temporaneo di alcuni monasteri ed abbazie, seppur di grande dimensioni e prestigio, come l’antica Abbazia benedettina della Novalesa in val di Susa, che venne distrutta dai saraceni nel 906 d.c., secondo le fonti più utilizzate: Chronicon Novalicense di autore anonimo interno all'Abbazia della Novalesa, ed Antapodosis di Liutprando da Cremona. Ma alcuni storici dubitano che la data sia attendibile in quanto ritengono che le prime invasioni ed incursioni prlungate dei Saraceni in Piemonte siano avvenute parecchi anni dopo, dal 921 d.c., transitando dal Delfinato in Val di Susa e dalla Liguria attraversando gli Appennini.

In particolare si presume abbiano transitato lungo la valle del fiume Tanaro, nella cui alta valle pare si siano insediati, ponendo la base per le loro scorrerie in Piemonte. La seconda e più tarda data attribuita alla scorreria delle gentes Saracenorum in Val Susa, cui conseguì la distruzone dell'Abbazia della Novalesa, parrebbe la più logica, in quanto non si spiegherebbe altrimenti il lunghissimo periodo di latitanza dei monaci, prima di “reagire” con qualche iniziativa significativa, come meglio illustrato nei paragrafi successivi.

Secondo la cronaca dell'anonimo estensore della Novalesa oltre che di Liutprando di Cremona, la maggioranza dei frati della Novalesa, preavvisati del pericolo incombente, fuggirono a Torino sotto la protezione del marchese Adalberto I d'Ivrea (padre di Berengario II che divenne re d'Italia),che donò loro la chiesa di Sant'Andrea oltre ad alcuni edifici per insediarsi in città, e successivamente alcune “corti” esterne, tra cui quella di Breme, attualmente in Lomellina, ma per secoli appartenente al marchesato di Monferrato, al punto che ancora nell'ottocento alcuni viaggiatori nei loro diari di viaggio riportavano di aver visitato la bella cittadina di Breme in Monferrato…

Ma di questa versione storicamente si dubita perché poco dotata di senso logico. Per quale motivo i monaci della Novalesa non fuggirono tutti a Torino? Perché alcuni dovrebbero essere rimasti in sede col rischio certo di venire uccisi o catturati come schiavi? Il trasferimento a Torino del 906 d.c. parrebbe invece ben pianificato ed organizzato e non affrettato, e quindi non connesso con l'incursione e devastazione saracena, che deve essere avvenuta successivamente. Può darsi che i Saraceni ne siano la causa indiretta, e che il trasferimento sia stato causato da una sorta di pianificazione preventiva per evitare il pericolo, per porre in salvo una certa quantità di beni e reliquie dal rischio di saccheggio.

Essendo la corte di Breme in posizione strategica, alla confluenza tra il Po ed il Sesia, l’abate Domniverto nel 929 d.c. decise di trasferire una cospicua parte della comunità monastica superstite e di fondare un nuovo monastero, che divenne uno dei più importanti d’Europa in quell’epoca. L’abbazia di Breme era infatti “libera”, cioè soggetta solo al Papa ed all’Imperatore, sottratta all’ingerenza dei signori locali e del vescovo.

Nell'ultimo quarto del X secolo, superato il pericolo saraceno, l’abate Gezone fece restaurare gli edifici della Novalesa ed i due complessi divennero una sola istituzione, infatti da allora gli abati nominati avevano giurisdizione su entrambi gli insediamenti religiosi.

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