La storia del Bighin

Quando, nel 1906, nei campi del Ronzone nacque quell'enorme stabilimento... Un nuovo racconto di Gianni Turino

CASALE MONFERRATO

IL BUSILLI…

Quando al Rotondino lessero il manifesto:

«Confortato... eccetera , è mancato a San Lorenzo al mare (Imperia) Rossetti cav. Luigi Anziano Eternit. Lo piangono: il nipote, rag. Francesco, i parenti, gli amici, eccetera, eccetera...»,

tutti si chiesero chi fosse il morto. Anche mio zio Nibal ed il Letu che pure del Rotondino conoscevano vita e miracoli da generazioni e generazioni, rimasero senza risposta. Nemmeno il Cichin Bagian, fermo in bicicletta davanti al manifesto umido ancora della colla (la coscia sulla sella con il piede poggiato sul carter per dare maggior slancio all'altra gamba ben piantata a terra, il gomito destro puntato sulla gamba ed il mento appoggiato in posizione riflessiva fra il pollice e l'indice della mano destra allargati a «V»),riuscì a sciogliere l'interrogativo e finì sconsolato per andarsene; «Mah!...» mugolò scuotendo il capo e dondolando, per far maggior forza, sui pedali. «… Un bel busilli» commentò la Delmina passando rapidamente e tenendo ben raccolta nel fudlon, alzato e chiuso a fagotto, l'insalata appena colta sulla spiarda del canale. 
E il «busilli» tenne vive le discussioni per tutto il giorno. Se ne parlò anche la sera dopo cena al Betulin mentre il Cin, neutrale e sorridente, serviva quartini e mezzi litri di barbera. 
«Deve essere il Bertoni » disse ad un tratto il Suclon (e la riflessione gli fece sparigliare - di mazzo - il sette); ma il Jin lo guardò storto, masticando di rabbia il mezzo toscano che succhiava, spento, in un angolo della bocca. 
«Intanto - disse il Jin quando si gioca a scopa si deve pensare solo al gioco; puoi avere la testa da un'altra parte in qualsiasi altra occasione, anche quando ti capita di ... cantare la ... Viuleta con una donna; ma quando giochi a scopa, no ... ». Ma il Suclon non colse il monito e proseguì... «Infatti Bertoni ha un nipote che si chiama Cecco ...». Allora il Jin sbatté un tal pugno sul tavolo che il barbera schizzò via dal mezzo litro alzandosi come lo zampillo della fontana della stazione; poi sbatté sul tavolo anche le carte, masticò ancora il sigaro e sputò da una parte infilando la sputacchiera di maiolica che distava tre metri -pochi al mondo avrebbero saputo fare tanto... - poi cercando di frenare l'ira («non si interrompe una mano di scopone per simili stupidaggini... ») parlò.
«A parte il fatto che il Cecco Bertoni non fa il ragioniere ma il magnano, c'è un particolare che taglia la testa al toro: il vecchio Bertoni fa di cognome... Bertoni e non... Rossetti!... cujon!!!».
«Non hai tutti i torti ... » intervenne Geminiani… ma il Jin gli puntò addosso occhi così dardeggianti, che anche Geminiani, che era Geminiani, abbassò la testa e preferì cambiar discorso... 
Intanto, a sera tarda, l'attacchino era ripassato ad incollare una piccola «giunta» sui manifesti che l'indomani si presentarono così: «Confortato, ecc. ecc., ... Rossetti cav. Luigi (Bighin) ... ». 
«Ah!...è il Bighin!» fu l'esclamazione generale.
«Quando si stampano i manifesti , bisogna scrivere i dati anagrafici reali, non quelli del municipio, via…” - commentò il 'Verdi" ( in realtà il suo nome era Geniu ma lo chiamavano - con suo grande orgoglio – Verdi perché aveva una grande passione per la musica lirica, in primis quella di Giuseppe Verdi. Quando aveva imbarcato mezzo pintone di vino, era capace di farti tutta l’Aida, sinfonie comprese; e tutti erano concordi nel dire che l” Io son disonorato” del Geniu , nessun Radames al mondo lo sapeva cantare; nemmeno Marletta che era Marletta. 
“Povar Bighin… lontano e solo come un cane… Povar Bigin!…”

IL BIGIN DEL FONTANONE

Il Bighin era uno dei tanti rampolli delle famiglie di sciavandè che affollavano- a cavallo del secolo- la cascina del Fontanone su al Ronzone fra la Morana e Magrelli.
Come tutte quelle dei contadini, la sua era una famiglia dove ognuno era legato - mogli, figli, nipoti, bisnipoti, nuore e generi – ai voleri del «vecchio» patriarca (e della moglie) che ordinava e dirigeva ogni cosa tenendo anche ben stretti i cordoni del portafogli, per altro piuttosto sguarnito. Lavorare, obbedire e tacere; era una vita fatta di fatica, nella quale maturavano, spesso, rancori coltivati per anni e anni nel silenzio e perciò ancora più ossessivi. Ogni cosa era regolata dalle leggi della natura, i campi e la vita personale; era tutto così consolidato, che non c'era spazio nemmeno per i sogni. La sera a letto presto e sveglia nel cuor dela notte. Persino le ore avevano preso il nome dai ritmi della vita . Le ore erano segnate dal campanile; l’una, le due e le tre di notte in dialetto si chiamavano (tutt’ora, per chi parla il dialetto) “in bot, dui bot, trei bot” per via dei botti delle campane che giungevano attutiti sotto le coperte.Ma gia le quattro, non erano più “bot” ma “uri” perché alle quattro erano già nella stalla a pulire le bestie ed a mungere le mucche.
Le famiglie erano numerose perché i campi necessitavano di tanta manodopera e già a sei anni i bambini erano maturi per il lavoro; nelle cascine si viveva tutti assieme: nonni, figli, nipoti . 
Il piccolo Luigi, Bigin, era cresciuto sull'aìa e poi , dopo la seconda, cominciò a lavorare in campagna; frequentò anche, saltuariamente- quando pioveva- la terza e ne superò gli esami brillantemente tanto che la maestra Bradamante Teresa si era sentita in dovere di salire al Fontanone per parlare con i suoi genitori.

IL BIGIN DEVE STUDIARE» -MA IL NONNO: «NO!...»

“E’ un ragazzo intelligente” disse la Maestra a papà e mamma - deve continuare nelle superiori, fare anche la quarta e la quinta .. ».
Ma il nonno, nonostante le occhiate imploranti della nuora (il figlio, il padre del Bigin, stava in silenzio con il capo abbassato) scosse la testa e disse «No ... ». Era un «no» inappellabile e la mamma del Bigin passò notti e notti a soffocare nel cuscino lacrime disperate e impotenti; era inutile coinvolgere il marito succube di regole ataviche, immutabili, soprattutto intoccabili.
La mamma del Bígin si chiamava Elsa ma tutti la conoscevano come Firmina perché così presero a chiamarla, appena nata, i genitori per far piacere alla «magna» che si chiamava appunto Firmina, era «tota» ed aveva molto del suo sotto al sole ed anche un bel gruzzolo alla posta; ma nonostante l'espediente, la magna, quando morì, lasciò tutto a frati e suore. 
La Firmina pensava alle sere d'inverno quando rammendava, alla luce del focolare, le calze e sentiva il suo Bigin leggere cose fantastiche; i greci, i romani, quel generale che passa le Alpi con gli elefanti, supera mari e monti, ma poi si ferma davanti a Roma; quel generalone che metteva in riga il mondo solo muovendo le ciglia e poi si fece prendere per il naso da una donna, la regina di Egitto..., e perse tutto... E qui la Firmina sorrideva di compiacimento fra sé e sé continuando a sferruzzare; sapeva bene che le donne, appena hanno un briciolo di possibilità, ottengono ogni cosa; è per questo che gli uomini, aiutati dai preti, le avevano sempre tenute da parte... Ma ora anche questo sollievo era finito; il Bigin rientrava nei ranghi, sarebbe cresciuto come tutti gli altri: campagna, stalla, la domenica a messa e la bevuta all'osteria...

NASCE UNA NUOVA FABBRICA A VALLE DELLA CHIESA

Ma un giorno, dopo pochi mesi, all'inizio di giugno del 1905, successe qualcosa di strano. Giù, un po' più a valle della chiesa parrocchiale dove i prati cominciavano a scendere verso il Po, sembrava fosse successo il finimondo. C'erano un mucchio di persone che si agitavano, piantavano pali, scavavano fossi, prendevano misure. 
«Vai a vedere ... » disse la Firmina. Il Bigin partì come un fulmine lasciando, in mezzo ai campi di erba medica macchiata del rosso dei papaveri e dall’azzurro timido dei fiordalisi, una scia che sembrava fosse passata la losna. Quando tornò, disse di soppiatto alla mamma: «Sono forestieri, parlano strogoto, fanno una fabbrica...
Il Bigin, appena poteva tagliare la corda dalle grinfie del nonno, andava giù al Ronzone a vedere i lavori della fabbrica che cresceva a vista d'occhio; c'era una marea di uomini con picconi e pale, martelli e chiodi, seghe e lime, che spianavano il terreno e alzavano palizzate. Li dirigeva un personaggio imponente, un uomo grande e grosso con baffi e capelli giallicci che sparava ordini secchi come fucilate in una lingua incomprensibile. 
Quella marea di uomini provenivano quasi tutti dal Veneto e dal Trentino- allora ancora territorio austriaco-; dovevano impiantare un grosso stabilimento per la produzione di un nuovo ritrovato che avrebbe rivoluzionato la tecnica delle costruzioni: un impasto di cemento e fibre corte di amianto depositate in sottili strati successivi e compresse fino ad ottenere una perfetta e completa incollatura; un materiale robustissimo, leggero, incombustibile, inalterabile al gelo ed alle intemperie, facile da posare in opera anche perché può essere segato, inchiodato, bucato. Un materiale, con cui si realizzavano lastre piane ed ondulate e tubi, praticamente indistruttibile, eterno: Eternit; una vera rivoluzione per l’edilizia.
Perché dal Trentino e dall'Austria fossero sbarcati al Ronzone è presto detto: le colline del Ronzone erano piene di marna da cui si ricavava il cemento ed il cemento era la componente indispensabile, con l’amianto, per la lavorazione dell’Eternit ( detto anche, tecnicamente: fibra in amianto/cemento). Eternit fu un nome che divenne subito popolare e che veniva pronunciato con l'accento sulla “ I” finale e che mutò radicalmente la vita ed i rapporti sociali ed umani in tutto il Casalese.

MI CHIAMO BIGIN”; “AH!, BIGHIN…”

Un giorno il Bigin si sentì afferrare, mentre, sdraiato dietro un albero scrutava i lavori, per un orecchio e, quando si girò, vide con terrore baffi, capelli ma soprattutto gli occhi dell'uomo grande e grosso che comandava tutti.
«Che facere tu quivi?!?... » scandì secco con una voce da mangiafuoco, l’omone biondo.
« …Guardavo!....” rispose tremando il Bigin
«Come te chiamare? ... » disse ancora l'uomo dai baffi e dai capelli biondi.
Il Bigin tremava dalla paura, ma trovò la voce, sia pur fievole, per rispondere:
« ... Bigin.. . - disse - mi chiamo Bigin ... ».
«Ah, Bighin ... bravo Bighin ... »
Ed ecco spiegato come il Bigin divenne per sempre e per tutti "Bighin".

DUE LIRE DI PAGA E LA DOMENICA FESTA

L'austriaco grande e grosso con baffi e capelli biondi, prese subito in simpatia il piccolo Bighin e gli offrì un lavoro: aiutare i manovali per quattordici ore al giorno con due lire di paga; la domenica, festa.
La Firmina seppe tener duro in casa; due lire al giorno non le aveva mai viste in vita sua, e disse - provocando un terremoto di silenzio al vecchio suocero: « Vi piaccia o non vi piaccia, la risposta è sì ... ». Quelle due lire diedero alla famiglia del Bighin una indipendenza che fino a poco prima era del tutto impensabile; consentì alla Firmina di separare le camere per la sua famiglia da quelle della comunità e cucinava solo più per il marito ed il figlio. Poi, batti oggi, batti domani, usò anche qualche lacrima e poi, per fargli passare il Rubicone, anche qualche altro argomento più squisitamente femminile, finì per convincere il marito -il Ciabot- a chiedere, ed ottenere, un posto all'Etemít che intanto aveva iniziato la produzione. 
Il Ciabot faceva il turno notturno che allora era dalle 9 di sera alle 7 del mattino; e così a casa nelle ore libere riusciva a seguire anche i lavori in campagna.
Il Bighin era la mascotte dell'azienda. Alle scuole serali , prese la licenza di quinta (il Bighin era perplesso sul come il sussidiario parlasse degli austriaci che lì in fabbrica erano invece tutte gran brave persone). La vita in famiglia, che prima era chiusa e fondata sul silenzio, si modificò completamente e fu solo allora che il Bighin poté dire di avere un padre e di conoscere veramente la madre. 
Qualche anno dopo, sempre alle serali, frequentò anche la sesta e la settima.
Il Bigin, ormai Bighin per tutti, lavorava sodo e bene; in breve tempo divenne capo operaio. Per questo fu esentato dal servizio” militare quando scoppiò la Grande guerra.

«ROSANNA VUOI SPOSARMI? …» (LEI AVEVA DUE OCCHI SCLENT…)

…Poi una sera d'estate alla Morana …
Quella sera era andato alla cascina della Morana formalmente per ritirare, a
nome del padre, delle sementi di fava …In realtà era per incontrare la Rosanna che lì 
abitava. 
Il Bigin e la Rosanna erano cresciuti assieme all’asilo e poi al catechismo ed erano anni che si scambiavano occhiate furtive durante la messa delle dieci e mezza in parrocchia.
Qualche volta, con scuse diverse, riuscivano persino, sfidando le occhiate fulminanti delle suore e delle nonne (e l’ironia degli amici che avevano mangiato la foglia),a fermarsi e balbettare – come è sempre successo dai tempi dei tempi quando un ragazzo ed una ragazza sentono tremare le gambe ed abbrustolire il cuore mentre si guardano negli occhi- qualche amenità sul tempo o sulle scarpe nuove o sul parroco che , dicendo messa, aveva dato uno scappellotto al chierichetto; e così via per delle ore.
Una domenica dopo la Messa, approfittando della ressa attorno a due giovani sposi, erano riusciti ad appartarsi in un angolo della chiesa ed il Bigin aveva osato toccare, con la sua mano, la mano della Rosanna…che , invece di ritrala, gliel’aveva ancora più accostata ( e da allora il Bigin- che dall’emozione se n’era fatto, come è sempre successo a tutti in simili condizioni, uno stisin nei pantaloni- non si era più lavato quella mano per non perdere il tepore –e tutto il resto- di quella carezza). 
Chiuso rapidamente con il fattore il discorso delle fave, il Bigin e la Rosanna si sedettero dietro al pozzo in fondo al cortile, in un punto che si spalancava sulla campagna inondata dalla luce arancione della luna piena. Su in alto dondolavano, aggrappati al cielo pieno di stelle , i carrelli della teleferica gonfi di calce strappata alle miniere delle colline e destinata ai forni delle cementerie, dai campi saliva assordante ma dolce il cricchìo dei grilli, sopra il grano già indorato si accendevano e si spegnevano le lucciole e sembrava che il cielo si fosse abbassato con luna e stelle in mezzo ai filari delle viti…
Non si sa come, ma dopo aver parlato delle “ondulate” per i tetti, dei tubi per le fogne, della luna che era indietro di un mese , della pioggia “… che non si decide è bel guaio per la campagna…”, della nonna che soffriva di bronchite…, il Bigin trovò la forza, fra una raschiata e l’altra della gola, di dire alla Rosanna che pensava giorno e notte a lei e dormendo sognava lei , che non poteva più vivere senza lei e che il cuore battendo diceva sempre Rosanna Rosanna…
....La quale, sorridendo dolcemente con le labbra schiuse, allungò una mano e gli accarezzò lentamente il viso fermandosi, con le punta delle dita, sulle labbra …
“Anche mi…” sussurrò lei ponendogli l’altro braccio attorno al collo e posandogli la testa sulla spalla (e il Bigin quasi svenne).
“Con il posto che ho all'Eternit che ti garantisce, piova o faccia sole, la paga -disse il Bigin tutto di un fiato come se temesse di udire le sue parole- possiamo mettere su famiglia…possiamo sposarci…”. La Rosanna sgranò due occhioni "sclent" che sembravano castagne, tanto erano grandi e marroni e non disse nulla che è la formula classìca delle donne per dire di "sì". Si sposarono ed affittarono casa - due stanzette 4 x 4, il cesso in fondo al cortile- nel palazzo dell'australiano al Rotondino, proprio sotto al canaletto.

ERA GIOVANE E CARINA

Anche la Rosanna, nonostante che il Bighin dicesse che «le donne non dovrebbero lavorare» («ma le spese erano tante ») fu assunta all'Eternit; prima in reparto a sformare le ondulate, poi fu inserita all'ufficio spedizioni a fare le "bollette".
Lei era carina e giovane ed i "capi" erano uomini importanti e pieni di cortesie che sapevano parlare bene e che avevano fatto le scuole alte. «Signora di qui, Signora di là...» ed anche se gli interessati sono sempre gli ultimi a capire certe cose, venne un giorno in cui il Bighin "sentì" che qualcosa si era rotto e niente era più, con la moglie, come prima. Lei aveva sempre gli occhi grandi e marroni ma non erano più "sclent" come quella sera alla Morana.
Capì, il Bighin, perché lo mandavano spesso in trasferta («Bighin se non vai tu il nuovo deposito non parte più...»); e cominciò a pensare che l'essere diventato "assistente" dipendesse non proprio solo dai suoi meriti di lavoro. Ed allora lui e la Rosanna decisero di andare ognuno per la propria strada; ma il Bíghin continuò a pensarla giorno e notte e gli rimase sempre il rimpianto di non aver fatto nulla per un falso senso di dignità o di orgoglio o forse di timidezza... quando, passata la buriana, le loro strade avrebbero potuto rincontrarsi.

« L 'ETERNIT MI HA DATO TUTTO…. »

Ma, nonostante la sua amara vicenda familiare, rimase sempre attaccatissimo , anche in pensione, alla “Ditta…”

«L'Eternit mi ha dato tutto, gli devo tutto» mi disse un giorno mentre, seduto dall'Erminia, stavo fischiando con due dita in bocca al passaggio del turno delle due che smontava. Il primo turno del mattino - dalle sei alle due pomeriggio - era essenzialmente femminile e centinaia di donne sfrecciavano in bicicletta, fra lazzi ed esclamazioni lungo Ronzone. Su tutte primeggiava la "VU 2"- così chiamata per le sue forme aereo-dinamiche - che pedalava sempre tenendo la gonna raccolta sulla sella ben sotto il sedere sì da esibire, nella pedalata, dalla "a alla zeta", le pregevoli lunghissime gambe. 
«... Mi ha dato tutto, gli devo tutto all’Eternit; come gli devono tutto queste migliaia di persone che ora vi lavorano e che così possono vivere serenamente formandosi la loro famiglia»- sospirava fra se e se -… Nella vicenda di mia moglie la ditta non c'entra nulla; ... è andata così... perché così doveva andare... le donne non dovrebbero lavorare in fabbrica... ; non ho avuto figli e Dio sa quanto avrei voluto... ma da lei..., solo da lei…. Bastava... basterebbe anziché chiudersi ed irrigidirsi nella presunta offesa -sforzarsi di capire... di parlarsi.. E’ meglio, caro fiulin, nella vita pentirsi per quello che si è detto che per essere stati zitti quando si aveva qualcosa nel cuore da tirar fuori….».
Ma le sue parole si persero in un uragano di fischi perché stava passando la VU 2 con annessi e connessi. Fu un bene perché il Bighin fece in tempo a tirar fuori iì fazzoletto ed asciugarsi gli occhi; ed io , ostentando un super impegno nel fischiare , feci fìnta di non essermi accorto di nulla...

VOLLE IL MANIFESTO AL ROTONDINO 

Andò poi ad abitare a San Lorenzo al mare dove un tempo, mentre era lì ad impiantare un magazzino per l’Eternit, aveva acquistato (“per in toc ad pan…” spiegava),un vecchio casolare di pescatori: una stanza sotto ed una sopra , dietro alla chiesa proprio sulla punta più avanzata verso il mare da dove vedeva passare i transatlatici “come se fossero lì…”.
E lì morì , stroncato in pochi mesi da uno strano accidente che gli aveva devastato i polmoni, raccomandando al nipote di far affìggere i manifesti al Rotondino.
Perché era al Rotondino che il suo cuore si era fermato nelle due stanze sotto al canaletto illuminate dagli occhioni marroni e sclent della sua Rosanna.

Gianni Turino
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