La scomparsa di Renato Rustico, indimenticato portiere nerostellato

Aveva 89 anni, lunedì i funerali nella chiesa di Santo Stefano. Riproponiamo un ritratto scritto dall'amico Gianni Turino

CASALE MONFERRATO

Nella notte fra venerdì e sabato è mancato Renato Rustico: aveva 89 anni (era nato il 5 settembre del 1925). Rustico è stato, nell’immediato dopoguerra, portiere del Casale e, poi della Pro Vercelli. I funerali si svolgeranno domani lunedì alle 15, 30 in Santo Stefano a Casale Monferrato. Riproponiamo un ritratto del grande sportivo scritto da Gianni Turino, che avevamo già pubblicato nell'estate scorsa.

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L'ultima volta che ci siamo parlati, mi disse che era consapevole di aver ormai percorso l'ultima curva della Sua corsa e di avere imboccato il rettilineo d’arrivo; “speriamo- aggiunse- che sia una volata lunga…”.

Tutti viviamo con la spada di Damocle dell’ultima curva.

Però quando succede ad una persona cara od una persona verso la quale nutriamo un grande stima e un profondo affetto, resti colpito “percosso e attonito”, incredulo. (I sentimenti verso Renato Rustico – stima ed affetto profondi - in me sono maturati fin da quando bambino – stretto alla mano di mio papà appena tornato dalla guerra – lo vedevo sul campo ma che non erano condizioni dalla Sua bravura sportiva ma dal fascino che esercitava la Sua persona, la Sua sostanziale umiltà, modestia: Modesto e umile non sono sinonimi di mediocre, anzi; Dante diceva che umile è modesto è colui che non sia adiroso, né sciocco, né vano ma saggio, sapiente, valoroso e prudente”. E’ la persona che non si auto incensa perché questo lo ritiene miserevole ed è consapevole del suo valore ma che spetta agli altri esprimerlo.

Renato Rustico è stato questo: un grande uomo (della cui amicizia sono profondamente onorato) e poi un grande portiere.

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Capita a volte per riuscire a star soli con i propri pensieri, di ricercare, fra i boschi lungo il vecchio Po, le persone, i sentimenti, le sensazioni che un giorno sono stati tuoi compagni di viaggio.

Ed ecco che senti il calore di quella mano, la mano di tuo padre, che ti accompagna alla partita, di quella mano che sentivi soffrire quando l’arbitro mandava tutti negli spogliatoi, perché la doveva allargare per consentirti di volare via; e lui avrebbe voluto che questo momento non giungesse mai; quella manina nella sua manona che era stato il suo sogno fra la morte della guerra.

Ma i tre fischi finali giungono, e non solo nelle partite di calcio, sempre; e un bel giorno, tu che volevi spiccare il volo, risenti la nostalgia di quella stretta che pareva imprigionarti, soffocarti; e vorresti non essertene liberato mai.

Risenti quelle voci, quelle risa, quei commenti, quel boato, quell’urlo immenso che si leva all’improvviso ed è gol, così come mai più l'hai udito nonostante le tue centomila partite... E ti pare d’un tratto che quelle voci, quei sentimenti, quelle persone, quel vecchio campo da football siano lì in carne ed ossa attorno a te.

Ti fermi. Il cuore ti batte nella gola; tendi l’orecchio per riconoscere, per ascoltare... ...Ma forse è il vento fra le fronde...

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Conobbi Renato Rustico una domenica di fine aprile (o inizio maggio?) del 1946. Normalmente la domenica mattina di buon’ora mio padre mi caricava sulla canna della bicicletta per il settimanale “ pellegrinaggio” alla fonte della Morana.

La fonte della Morana era frequentatissima dai casalesi. Era un acqua che sprigionava un forte odore di uova marce. Il Cichin Bagian attribuiva l’odore ad altro; ma qui non è il caso di fare il pignolo.
“L’acqua della Morana – diceva mio padre e con lui il suo grande amico il Mario Artuffo imbianchino – fa bene, depura. Ma alla Morana mio padre ed il Mario io li ho visti solo sbaffarsi biove con mortadella innaffiate di vino bevuto al muso dal doppiolitro con lungo sorso seguito da un rubusto sospiro di soddisfazione; quasi un gemito di piacere.

“L’acqua – spiegavano – la berremo un’altra volta perché dopo queste biove ti fa venire le rane nella pancia”.

Io non ho mai visto quell’altra volta; però han sempre detto, mio Papà e il Mario, che l’acqua della Morana fa bene, depura…

Ma quella domenica, il Mario non c’era.

“Salta sulla canna – mi disse mio padre – che andiamo alla stazione; il treno per Vercelli parte fra mezz’ora”.

Quasi svenni dall’emozione. Il treno! Non avevo ancora sei anni ed il treno io l’avevo solo visto dal cavalcavia quando con mia mamma andavo al Camposanto.

Lasciò la bici al deposito.

“Dieci lire – gli chiese il custode passandogli la contromarca. “Dieci lire!- bofonchiò mio padre - prima della guerra, dieci lire era la paga di due giorni di lavoro…”

Salimmo sul treno: nel lungo scompartimento c’erano delle bellissime panche in legno lucido.
“Che bello!- esclamai- è tutto così il treno?”

“No , solo qui, in terza classe”

“E perché siamo in terza classe?”

“Perché non c’è la quarta…” e nella risposta di mio padre non c’era ironia.

Era un treno speciale che portava i tifosi a Vercelli dove il Casale avrebbe incontrato i bianchi della Pro per un’importante partita di Coppa Italia.

Fra Casale e Provercelli l’incontro era sempre uno scontro perché aveva nel suo DNA una antichissima storia di rivalità spesso condita di assedi, distruzioni e di tutto quello che porta co sé la guerra.
Poi per secoli Casale aveva preso il soppravvento e per lungo tempo fu la seconda città del regno sardo. Poi la Pro comincò a vincere scudsetti, il Casale uno solo; e , come se non bastasse, Vercelli fu fatta capoluogo di provincia al posto di Casale. Cose da fine del mondo!

C’era una lunga fila alla cassa del “Robbiano”.

“Quando siamo alla cassa, tieni le ginocchia piegate …” mi sussurrò mio padre. L’accorgimento aveva una sua spiegazione perché i bambini sotto il metro entravano gratis.

Le gradinate erano stracolme “Piene come un uovo…”

Mio padre – stranamente- con i vicini parlava in italiano.

“Qui se si accorgono che siamo di Casale – spiegò - ce le suonano…”

La partita fu entusiasmante. Io, che nelle partite sotto al canaletto o all’asilo giocavo portiere seguivo con ammirazione il portiere del Casale, un tipo magro, scattante che saltava in mezzo ai pali come un grillo e sembrava volare senza forza di gravità quando il pallone passava nella sua area.
“Sembra Bacigalupo…- dissi tirando per una manica mio padre.

“E’ Rustico!- rispose mio padre- Non ha gena di nessuno, nemmeno del tuo Bacigalupo”.

Poi ad un certo punto l’arbitro indicò il dischetto del rigore in area vercellese. Salì dalle gradinate un boato che nemmeno durante i bombardamenti.

Il giocatore del Casale, non rammento chi, segnò; l’arbitro indicò il centro campo e poi vidi all’improvviso Rustico partire come una spia, correndo come una saetta, verso gli spogliatoi. Era successo che i tifosi della Provercelli avevano invaso il campo per protesta contro l’arbitro.

Anche mio padre ritenne prudente prendermi per mano e partecipare all’invasione.

“Per non dare nell’occhiò…” si spiegò in seguito.

Fu in quell’occasione che vidi per la prima volta Rustico; che poi continuai ad ammirare – sentimento che dura tutt’ora – anche quando passò alla Pro Vercelli (con un memorabile derby a Casale vinto casualmente dai nero stellati che si erano accordati, per ragioni di salvezza della Pro- di perderlo)

Rustico, nel suo ruolo, è stato un grande. Oggi come oggi sarebbe uno dei migliori portieri della serie A; ed anche allora in serie A sarebbe finito se non fosse stato per veti familiari - credo- che privilegiavano innanzi tutto il Lavoro. Questo non lo scrivo solo ora ma l’ho scritto decine di volte anche su fogli nazionali importanti.

Ogni tanto, Rustico ed io, ci sentiamo e la sua voce al telofono mi fa rieccheggiare quel boato del lontano aprile (o maggio?) del 1946 al Robbiano di Vercelli.

Mi accorgo, nel dare una rapida rilettura, di aver buttato giù un pastrocchio; e ne chiedo scusa soprattutto a Rustico.

Ma questo capita quando per scrivere intingi la penna in quel vecchio, balordo, sbirolato, sgangherato, malandato ma immenso calamaio che è il cuore.

Nella Foto: Valerio Bacigalupo, portiere del grande Torino caduto a Superga il 4 maggio del 1949 A destra, con la stella cucita sul cuore, Renato Rustico

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Gianni Turino
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