La leggenda delle Grotte dei Saraceni di Ottiglio

Un capitolo a parte di Patria Montisferrati dedicato a un luogo, meta anche delle ricerche di speleologi spesso improvvisati

CASALE MONFERRATO

Altro esempio di tradizione focloristica locale con attinenze storiche sono le famose caverne o “Grotte dei Saraceni” di Ottiglio nel Monferrato di area casalese, più precisamente nel colle di San Germano (Valle dei Guaraldi) tra il borgo di Ottiglio e la suggestiva frazione di Moleto, al confine coi comuni di Frassinello ed Olivola, alle quali si sono dedicate nel corso soprattutto degli ultimi secoli svariate decine di studiosi e ricercatori (alcuni improvvisatisi anche archeologi e speleologhi) e si sono scritte miriadi di pagine, a partire dalla fine del XVI secolo fino ai giorni nostri, nei quali grazie alla tecnologia sono disponibili anche alcuni video in internet e filmati andati in onda in trasmissioni televisive nazionali.

Le più antiche origini delle cavità ipogee ottigliesi risalirebbero all'esistenza di un Mitreo, cioé un luogo dedicato al culto di Mitra, quindi di epoca romana. Successivamente in epoca Alto Medievale sarebbero state occupate dai pirati Saraceni, come risulterebbe dalle cronache locali del comune di Frassinello Monferrato, e poi durante le Guerre del Monferrato (Guerre di Successione del Monferrato, la prima iniziò nel 1612 d.c. e la seconda nel 1627 d.c.) divennero rifugio di disertori e sbandati che trasformandosi in banditi e divenendo una minaccia per la sicurezza pubblica, il Senato Ducale del Monferrato ordinò che fossero sigillate, e la tradizione locale tramanda che a causa di questo provvedimento alcuni individui siano rimasti murati vivi coi loro cavalli.

Ipotesi priva di senso in quanto non risulta che l'intervento sia stato effettuato repentinamente e ricorrendo ad esplosivi ma con prolungate operazioni di movimento e scarico di terriccio negli ingressi delle caverne, che si suppone fossero almeno una mezza dozzina, essendo il sito ipogeo all'epoca ancora integro e molto esteso, e quindi le possibilità di fuga sarebbe state molteplici.

Occorre precisare che se le cavità non sono state interamente esplorate in epoche recenti (si presume che la tecnologia disponibile potrebbe favorire i sondaggi),oltre che per gli interventi storicamente sopra documentati, è per motivi geologici, trattandosi di cavità tufacee, cioé arenarie calcaree, dalle quali si estraeva e lavorava, fino a tempi ancora recenti, la famosa “pietra dei cantoni”, denominate popolarmente ma impropriamente “blocchi di tufo”, con le quali si sono costruite le tipiche cascine e case nel Monferrato di area casalese e per la quale è stato creato l'Ecomuseo omonimo, situato a Cellamonte, suggestivo borgo monferrino dove le abitazioni di pietra dei cantoni sono dominanti e ben conservate.

Tali sopradescritte cavità sono prodotte dalle falde di acqua potabile e sulfurea, soggette pertanto a frequenti infiltrazioni d'acqua, smottamenti e crolli ed all'apertura di camini di sfiato che le rendono anche pericolose, strette e spesso ostruite, dalla conformazione irregolare ed instabile.

Ormai le vie di accesso rimaste sono solo due pertugi ed all'interno dell'ipogeo i crolli negli ultimi secoli devono essere stati numerosi, oltre agli incalcolabili danni arrecati dai suoi “frequentatori, di cui accennerò nel paragrafo successivo, che complicarono ancor più la situazione.

È ritenuto tecnicamente estremamente pericoloso inoltrarsi in queste cavità e chi lo fa mette sicuramente a repentaglio la propria vita, meglio precisarlo nel caso qualcuno fosse tentato.

Nonostante questi rischi per l'incolumità di chi si insinua in questi ipogei, tra il finire del XIX secolo ed il secolo scorso si è perso il conto di quanti individui, gruppi, intere famiglie, si siano dedicate ad esplorare ma soprattutto scavare, spesso in maniera approssimativa ed illogica (intralciando e vanificando precedenti lavori di scavo),per trovare nuovi accessi e collegamenti tra le gallerie occluse, alla ricerca di fantomatici tesori ivi sepolti, spendendo anche ingenti quantità di denaro per compiere tali operazioni e sondaggi. Interventi perlopiù vani e maldestri effettuati da decine di improvvisati archeologi, che per non faticare a portare fuori il materiale di risulta lo scaricavano nei vani interni ritenuti non utili ai loro scopi.

Senza contare anche i conflitti insorti, le beghe, diffide e querele causate dalla violazione di proprietà privata e dalle rivalità reciproche. Molto probabilmente questi improvvisati archeologi e minatori si devono essere basati su alcuni scritti ritrovati e ritenuti antichi e credibili o su memorie orali pervenute loro in modi ritenuti riservati ed esclusivi. Fonti che non si sa con certezza a chi possano essere originariamente attribuibili e della cui serietà ed attendibilità è lecito nutrire dubbi, le quali riferivano di Saraceni (Berberi) rimasti imprigionati all'interno delle grotte con il loro bottino, in seguito al crollo dell'ingresso e di alcune gallerie.

Occorre altresì precisare che soprattutto nella seconda metà del secolo scorso, si sono avvicendati nell'esplorazione delle gallerie alcuni Gruppi Speleologici provenienti da diverse località del Nord Italia, senza peraltro mai pervenire ad alcun risultato di rilievo, confermando le difficoltà oggettive connesse al luogo, che non si presta a facili esplorazioni.

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