La battaglia di Nicopoli e l'ennesima dimostrazione dell'arroganza dei francesi

La quarta puntata di Patria Montisferrati dedicata all'arco lungo e alla qualità delle armi nelle battaglie medioevali

CASALE MONFERRATO

Alcune istituzioni militari addirittura scomparirono quel giorno, come la componente militare dell'Ordine di Sant'Antonio Abate di Vienne (Confrérie de Monseigneur Saint Antoine de Barbefosse, come amavano essere chiamati, mentre popolarmente erano identificati come i Cavalieri del Tau o del fuoco sacro, i cui simboli erano un tau d'oro ed una campanella d'argento).

Nel braccio armato di quest'Ordine confluirono molti cavalieri templari dopo che il loro Ordine fu aggredito e distrutto dal re di Francia Filippo il Bello con la complicità papale, in quanto i legami tra loro erano forti, soprattutto nelle componenti culturali ed esoteriche.

Il braccio armato dell'Ordine del Tau era già stato falcidiato dalle Crociate del Nord cui aveva recentemente partecipato a fianco dei Cavalieri Teutonici, ed a fatica gli “antoniani” riuscirono a mettere insieme l'ultimo contingente militare di cui disponevano per partecipare alla battaglia di Agincourt, per l'onore della Francia, guidati da Englebert d'Enghien signore di Kastergat.

Trovarono tutti una morte eroica quanto vana, attorno al loro stendardo nero con tau azzurro.

I nobili francesi furono quindi costretti e prendere atto che erano fuori della realtà con la loro arroganza ed anacronistica pervicacia, l'investitura divina non bastava più a legittimarli.

Fattori determinanti nella battaglia furono ovviamente l'impiego dell'arco lungo inglese, in particolare la precisione e velocità di tiro, ma anche il timore che l'arma incuteva al nemico, il quale spesso alzava lo sguardo al cielo per cercare di vedere e schivare le frecce, allentando l'attenzione e distraendosi fatalmente dalla foga della battaglia.

In seguito alla battaglia di Agincourt la Francia in pratica divenne quasi un totale possedimento anglo-borgognone.

Un'altra battaglia avvenuta pochi anni prima di Agincourt, ed estranea al contesto della Guerra dei Cent'anni, dimostrò per l'ennesima volta la tracotanza ed ottusità dei francesi, ma con l'aggravante di indurre ripercussioni che non si limitavano solo al loro territorio ed ai loro possedimenti e privilegi, ma che metteva in pericolo l'intero continente.

Mi riferisco alla battaglia di Nicopoli, detta anche crociata di Nicopoli, un conflitto avvenuto nel 1396 tra gli schieramenti franco-ungarico ed ottomano.

Gli ottomani erano in piena espansione e stavano sempre più riducendo l'impero bizantino ad un regno regionale attorno a Costantinopoli, avendogli sottratto nel 1389 quasi tutti i Balcani, rendendo il regno di Ungheria l'ultima frontiera che sbarrava la strada all'invasione dell'Europa e la potente repubblica di Venezia temeva di perdere le colonie ed il controllo dell'Adriatico.

La battaglia avvenne in seguito all'ennesima proclamazione papale di una crociata contro i turchi (con il potere della Chiesa sempre più indebolito e sfiduciato per via dello scisma d'Occidente, con due papi che si contendevano il potere maledicendosi a vicenda tra Avignone e Roma).

Tuttavia, nonostante le premesse non fossero favorevoli al successo dell'ennesima crociata, una tregua nella guerra dei Cent'anni tra Inghilterra e Francia consentì al sovrano di quest'ultima, Carlo VI, di trattare con Sigismondo re d'Ungheria per organizzare una spedizione.

Gli inglesi parteciparono solo simbolicamente con un contingente di appena 1000 armigeri, Il potente duca di Borgogna Giovanni I ne dispose circa 10 mila, ed altri 6000 provenivano dai principati germanici. Il grosso dell'esercito era costituito dal re d'Ungheria, circa 60 mila uomini, rinforzati dai contingenti di Mircea principe di Valacchia, un principato che, come riportato da miei precedenti articoli, ha condotto guerre continue contro l'impero ottomano, soprattutto alcuni decenni dopo, sotto la guida del voivoda Vlad Țepeș, maturando una notevole esperienza sul campo e conoscendo perfettamente le tattiche militari ottomane.

Mircea era il condottiero giusto da sfruttare in questa guerra, egli propose di svolgere alcune missioni di ricognizione per studiare la consistenza e la disposizione dell'esercito turco, per poi adottare le tattiche più idonee, e re Sigismondo lo sapeva bene che aveva ragione, anche se per motivi di status non poteva cedere il comando a lui, pur riponendovi fiducia.

Ma la controproducente e geniale soluzione disfattistica, l'unica in grado di favorire il nemico, giunse per l'ennesima volta dall'arroganza ed ottusità dei francesi, che per rango e prestigio non volevano certo cedere il passo ed il comando, non dopo tutte le aspettative poste in questa spedizione, per cui il duca di Borgogna Giovanni (che così tanto aveva investito personalmente in questa spedizione),pur disponendo direttamente sotto il suo comando di poco più di diecimila uomini d'armi (l'esercito ottomano si stima fosse di oltre 100 mila unità),con temeraria incoscienza ed imperizia, senza alcuna conoscenza del nemico e competenza bellica specifica, procedette senza indugio con la sua cavalleria pesante contro l'ottima organizzazione bellica ottomana, costituita da linee di picchieri, arcieri e balestrieri perfettamente sincronizzati ed addestrati, disponendo inoltre di truppe d'élite, i Giannizzeri, ottimi arcieri e cavalleggeri che erano schierati per ultimi, pronti ad intervenire al momento opportuno per capovolgere le sorti della battaglia o per infliggere il colpo finale e mortale.

Tra l'altro i francesi li favorirono oltre misura, perché eseguirono un assalto in salita, il massimo dell'intelligenza tattica, arrivando in cima sfiniti e trafitti dalle frecce, trovandovi ancora praticamente intatto la maggioranza dell'esercito ottomano composto da decine di migliaia di unità perfettamente addestrate, equipaggiate e riposate.

Inoltre le truppe ottomane disponevano di arcieri dotati del famoso arco turco, una variante dell'arco composito (detto anche riflesso e ricurvo),più compatto e versatile del longbow, poteva essere utilizzato anche a cavallo, garantiva maggior potenza, precisione e velocità rispetto al longbow, raggiungendo anche i 600 mt di gittata in battaglia e con una rapidità di tiro che sarebbe stata raggiunta solo nella seconda metà dell'800 con le carabine a ripetizione. L'efficacia di questo arco indusse alcune potenze sovrane e regionali ad adottarlo, tra cui la Repubblica di Venezia.

Quando arrivò re Sigismondo poté solo prendere atto della disfatta francese ed inveire contro il duca di Borgogna per non averlo ascoltato e non essersi coordinato con lui.

(4 di 5 – continua)

Claudio Martinotti Doria
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