'Il Monferrato degli infernot' in mostra al Castello

Sabato 9 settembre, alle 18, l'inaugurazione: settanta fotografie e un video con intervista alla 92enne Luigina Zai

CASALE MONFERRATO

Sabato 9 settembre alle ore 18, sarà inaugurata, nelle sale del secondo piano del Castello del Monferrato, la mostra ad ingresso gratuito “Il Monferrato degli Infernot”. Curata da Mariateresa Cerretelli, l’esposizione segue la recente pubblicazione, a opera dell’Ecomuseo della Pietra da Cantoni e con testo critico della stessa Cerretelli, del volume omonimo che raccoglie immagini di sette fotografi: Luciano Bobba, Ilenio Celoria, Gabriele Croppi, Maurizio Galimberti, Cosimo Maffione, Jacques Pion e Nicola Sacco i quali, secondo il loro stile, hanno interpretato gli infernot attraverso il loro obiettivo.

Il percorso espositivo della mostra è costituito da circa 70 fotografie e da una video intervista alla novantaduenne Luigina Zai, che, attraverso la sua testimonianza, spiegherà ai visitatori il rapporto tra infernot e cultura del vino in Monferrato.

L’Ecomuseo della Pietra da Cantoni ha tra i suoi principali obiettivi quello di diffondere la cultura attraverso azioni che possano portare alla conoscenza del Monferrato degli infernot anche al di fuori dei propri confini.

Gli infernot sono piccoli manufatti, scavati nella pietra da cantoni, e destinati alla conservazione delle bottiglie di vino che nel 2014 sono stati riconosciuti Patrimonio dell’Umanità dall’Unesco (zona 6 del sito denominato “Il paesaggio vitivinicolo di Langhe, Roero e Monferrato”). La peculiarità di questo sito non è solo legata agli infernot in quanto architetture tipiche del territorio, ma soprattutto perché essi rappresentano l’elemento che unisce cultura materiale e immateriale: l’infernot è l’anello che unisce cultura del vino, paesaggio e memoria.

La mostra sarà visitabile fino a domenica 24 settembre il sabato e la domenica dalle 10 alle 13 e dalle 15 alle 19. Nei giorni 9, 15, 16, 17, 22, 23 e 24 settembre l’esposizione sarà aperta anche in orario serale dalle 21 alle 23,30. L’apertura pomeridiana, dalle 15 alle 19, avrà luogo anche venerdì 15 e 22 settembre.

INFERNOT D'ARTISTA

di Mariateresa Cerretelli

In alto, il profilo delle colline monferrine delicate e ondeggianti, rastrellate da pennelli ordinati, intinti nelle variazioni tonali del verde, del giallo e del bruno.

In basso, sotto la terra, gli Infernot, architetture magistrali, in Pietra da Cantoni, scavate e modellate nel tempo da maestri anonimi e sapienti, ricolme ancora di voci, di risate e di sussurri, di ricordi conviviali a lume di candela, di racconti e di parole incise sui muri, spazi inaspettati, custodi di una storia territoriale così preziosa da diventare il 50° sito italiano, iscritto nella lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco.

Per celebrare un tale tesoro, oltre alla documentazione iconografica già realizzata negli anni, mancava un tassello fondamentale: il contributo dell’arte.

Ed ecco allora l’appello lanciato a un gruppo di artisti che operano con il mezzo fotografico.

Ognuno è stato chiamato a leggere con gli occhi, con la mente, con il cuore e naturalmente con l’espressione del proprio linguaggio, la bellezza e la memoria di questi luoghi densi di fascino e di vita rurale. E la presentazione dei progetti così diversi e personali ha prodotto un caleidoscopio di visioni, denso di luci, di ombre e di armonie che si misurano sulla scala delle emozioni.

Luciano Bobba scopre sui muri, nelle nicchie, tra i corridoi e lungo le gradinate degli Infernot, le tracce di una vitalità contadina d’antan. E rianima gli ambienti con le ombre del passato, in una sequenza suggestiva di presenze/assenze. La sua iPhonegraphy ricalca le scene di un teatro già vissuto e ai suoi attori, custodi di un’epoca trascorsa, imprime una gestualità danzante.

Ilenio Celoria, passando dalle strette aperture si è addentrato come un esploratore artistico, nella profondità degli spazi, dedali geniali costruiti da mani votate alla terra e ha impresso un ritmo costante, alternando il focus sui dettagli per allargarsi ai diversi piani di quest’articolata geometria architettonica.

Gabriele Croppi si è trovato davanti a un mondo sotterraneo, saturo di oscurità ma i rimandi cinematografici e letterari della sua cifra stilistica l’hanno guidato ad aprire la densità del buio e ad amplificarla nello spazio dell’immaginazione, rievocando gli incontri e i convivi tutti al maschile che rispecchiano la tradizione di queste cantine. E l’illuminazione delle candele ne amplifica la potenza scenografica e l’atmosfera straniante e surreale.

Maurizio Galimberti imprime agli Infernot con i suoi Readymade una sorta di rinascita. Utilizza Polaroid Vintage scadute, dai colori morbidi e delicati e aggiunge con la sua manipolazione la profondità della visione. Così una realtà monferrina non visibile e nel sottosuolo, patrimonio della cultura contadina, si valorizza nell’unicità delle immagini, dove il timbro aggiunge un elemento di scrittura. E la sua ispirazione rimanda al principio di Italo Calvino “riciclare le immagini che già esistono per andare a una nuova visione”.

Cosimo Maffione mette in luce nel suo progetto l’ascolto del suolo, la sacralità della vinificazione, la fatica dell’uomo, la solennità silenziosa di luoghi segreti dove l’età del tempo è marchiata dai segni rugosi e ancestrali alle pareti e dove il passaggio dell’uomo profuma di antico e di prezioso. Ma il vino è vita ed è proprio l’albero di vite che si staglia tra le sue fotografie a ergersi come simbolo di una terra madre che non avrà mai fine.

Jacques Pion intraprende un viaggio con la macchina del tempo. Passato-presente-futuro. Si scendono le scale di accesso agli Infernot e s’incontra un vortice metaforico. E tutto scorre con un senso di pace e di benessere e risuona lungo la straordinaria luce del bianco e nero che illumina il viso di una signora novantenne, testimone di un diario personale, si sposta sulla silhouette della figlia che avanza nel luccichio delle candele e ci avvolge nel turbinio di un gioco tra ragazzi per perdersi nell’era che avanza.

Nicola Sacco scrive un reportage di rinascita dei siti monferrini, senza dimenticarne l’aspetto storico, sociale, umano e territoriale. È la luce che accompagna lo sguardo attraverso i corridoi, penetra nelle nicchie e illumina come un ricamo i ripiani arredati da bottiglie fino a ritrovarsi davanti a una botte apparecchiata, un invito a ridare smalto oggi ai gesti di ieri, quando era vivace la convivialità degli Infernot. O si sofferma davanti a un libro per non dimenticare mai il valore di un patrimonio.

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