Il miracolo del Gesù Bambino in quel Natale del 1947...

Era tornato dalla guerra il figlio del Mizzica, che ormai era dato per morto

CASALE MONFERRATO -

Che ci fosse qualcosa di strano al Betulin, quella domenica pomeriggio di metà dicembre del 1947, quando ormai l’atmosfera del Natale aveva impregnato persone e cose, lo si avvertiva a colpo d’occhio; gli avventori erano irrequieti, si alzavano e si sedevano tornavano ad alzarsi, parlottavano fra di loro in piedi in mezzo al locale o schiudendo la porta senza abbandonarne la maniglia per ridurre l’apertura al minimo (ma l’urlo. “…La filura!”, cadeva comunque come una mazzata),allungavano il collo, tenendosi con il corpo all’interno, per guardare sulla strada. Le carte dello scopone erano abbandonate sui tavoli, i bicchieri pieni, le piote di coniglio per cancellare i punti segnati con il gesso sulle lavagnette a quadretti, dondolavano nel vuoto appese tristemente allo schienale delle sedie.

La radio Everest, con il suo occhio magico verde che si apriva e si chiudeva come per ammiccare a qualche compare, era sistemata su una mensola fissata in alto trasversalmente nell’angolo fra la strada e la cucina. Stava trasmettendo la replica del concerto sinfonico-vocale (andato in onda sulla rete azzurra il martedì sera dopo il radiogiornale) “Martini e Rossi”; ma nessuno, e la cosa aveva dell’incredibile, seguiva le melodie della grande orchestra Rai di Torino diretta dal maestro Mario Rossi; ed anche gli acuti di Giacomo Lauri Volpi –tenore- ed i gorgheggi dei soprani Lina Pagliughi e Rina Gigli, si perdevano nel vuoto. 

Il Cin aveva interrotto il suo perenne andirivieni fra un tavolo e l’altro per rabboccare i quartini e far sparire, con lo straccio umido e violaceo per il servizio,le macchie di vino; aveva persino rinunciato ad annaffiare, con l’acqua attinta alla potabile all’angolo della strada, la segatura pressata che bruciacchiava nella grande stufa cilindrica in mezzo allo stanzone.

“Rende di più…” spiegava il Cin a chi gli faceva osservare che “ già la segatura è pet-pet, poi se ancora la bagni…dentro è come fuori…”.

“Bagnata, la segatura rende di più – mormorava ancora il Cin intendendo che si consumava più lentamente- e poi –aggiungeva sottovoce quasi fra se e se – …e poi, meno fa caldo e più bevono…”. 
Salvietta a pendibraccio, macramè legato al collo, bretelle aperte sul corpetto, il Cin sbirciava, senza uscire sulla strada, fuori della porta.

“Muccola! Che non sento…” dice alla moglie, bloccandola anche con un secco gesto della mano spalancata, che dalla soglia della cucina gli chiede: “Che capita?”.

Dall’altra parte della strada il calzolaio Ernesto (ma noto universalmente come ‘Brucletta’ per via del piccolo chiodo a testa larga che teneva continuamente, giorno e notte, in un angolo della bocca) aveva lasciato il deschetto di ciabattino, al quale normalmente era inchiodato giorno e notte ed era sulla soglia del suo bugigattolo, incurvato in avanti per non inciampare nel lungo grembiule di cuoio sul quale appoggiava le tomaie prima di inchiodarle sulle forme di legno. Fra le mani, annerite dalla pece e solcate dai segni dello spago sottile che serviva per cucire la tomaia alla suola, teneva una lesina ed una bottiglia rotta.

“Sta per sformare una suola…- osservò il Centu- deve essere per le scarpe della Ciapatela…quelle hanno fatto la guerra del Giappone…(ed intendeva dire: tanto sono vecchie ed usurate) ma tutti gli anni, sotto Natale, le fa risuolare”. 

“Sformare una suola” era uno spettacolo, una vera opera d’arte che il Brucletta annunziava con una consolidata liturgia; si alzava dallo sgabellino esclamando, mentre si fregava con soddisfazione le mani, “Ci siamo!…”; e affacciandosi sull’uscio, sputava, centrandolo con precisione millimetrica, sul tombino in mezzo alle due lose della strada. Afferrava quindi una bottiglia vuota e, percuotendola contro lo spigolo del muro, la rompeva; recuperato il vetro più consistente, lo passava e ripassava sulla suola rifatta della scarpa dandole, con un lavoro lungo e paziente, la forma arcuata del piede.
(Oggi, un lavoro così non lo fa più nessuno, nemmeno per le scarpe di D’Alema).

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“Cosa succede – urlò la Mafalda (detta anche la V2 per via delle sue forme areodinamiche) sporgendosi sul parapetto del balcone dall’altra parte dello stradone- che succede ?, perché tutta questa gente fuori?…”

Il Brucletta alzò il capo di quel poco che gli consentì di soffermarsi, con lo sguardo, sulle gambe della Mafalda generosamente in rilievo fra le ringhiere del balcone.

“Guardami un po’ negli occhi, galantuomo!” esclamò perentoria la Mafalda tirandosi giù con una mano l’orlo della gonna che subito si ritrasse sopra il ginocchio, , con il tacito compiacimento del Brucletta. 
Il quale mormorò, scuotendo il capo ma con un sorriso di implicita ammirazione:“Che iena però è ancora un gran bel pezzo…”.

“Uei, ma che succede? “ urlò ancora la Mafalda; e il Brucletta, guardando ora al punto giusto, allargò le braccia facendo una smorfia con la bocca come per dire:

“E che ne so?!…”.

Sullo stradone che brulicava di gente, si era fermato il camion elettrico dell’Eternit che, alla velocità massima di dieci chilometri l’ora, faceva la spola fra il magazzino di piazza d’armi e lo stabilimento del Ronzone; il Carletto, che lo guidava, abbassò il finestrino per chiedere informazioni e colse l’occasione per buttare un’occhiata fra le ringhiere del balcone su cui era affacciata la Mafalda

“A lui non dice nulla !- biascicò l’Ernesto- anzi sorride…; brutta cosa invecchiare ed avere, di sempre giovane, solo il cuore…”.

Era uscito sul marciapiede, armato del coltellaccio di servizio e con il grembiule che gli svolazzava sulla pancia debordante, anche l’Ercole, il macellaio dai grandi baffi a manubrio che al confronto quelli di Vittorio Emanuele II sembravano disegnati con la matita copiativa. Pesava la carne, dopo averla avvolta nella carta paglierina che ne assorbiva il sangue, su una grande bilancia a due piatti; su quello di sinistra, sistemava i pesi, cilindri di piombo sormontati da un pirulin che ne favoriva la presa; su quello di destra faceva volare il pacchetto previo un’ampia parabola che sfiorava il soffitto; mentre i due piatti salivano e scendevano ben lungi dal bilanciarsi perfettamente in orizzontale, l’Ercole stabiliva il peso anzi il “Buon peso…”.

“Quando-va bene-commentava mia nonna Linda- il chilo dell’Ercole sono otto etti…quando va bene…”.

“Cosa sta succedendo? – si informò fermando la Duina che usciva dal verduriere Corino con due grosse verze (sarebbero servite per ammorbidire il “pieno” degli agnolotti di Natale) - qui sembra che abbiano tutti il fuoco di Sant’Antonio …”.

“Deve essere successo qualcosa di grosso-rispose la Duina fermandosi vicino all’Ercole per poter controllare come si sarebbe evoluta la questione- hanno tutti la fregola…”.

Solo il cavallo del Jaku continuava imperterrito ed indifferente trascinando il carretto pieno di ghiaia gocciolante sulla quale era sdraiato, apparentemente intorpidito, il carrettiere.

Era fresco reduce dall’officina dove il maniscalco Lepo gli aveva rinnovato i ferri. L’officina era in realtà un grosso cortile con un portico ed una stalla molto ampia dove il Lepo teneva tutte le asie che gli servivano per il lavoro ed anche un sacco di cianfrusaglie accumulate negli anni e buttate alla rinfusa perché “non si sa mai possono sempre servire...e quando servono, se non ce l’hai, che fai le compri?...”.

Al bordo del portico ma già nel cortile, d’estate, ed a filo della stalla d’inverno, il Lepo piazzava la forgia mobile sulla quale arroventava i ferri e non c’era bambino del Ronzone che non fosse quotidianamente ingaggiato (termine che può fuorviare: l’unica ricompensa era la ...”soddisfazione e non c’è soldo che la paghi...”) per soffiare sui carboni, rendendoli ardenti, con il mantice.

L’operazione del rinnovo ferri al cavallo era affascinante; il Lepo, mentre il garzone,il settantenne Giotu, sollevava la gamba del cavallo, si coricava di schiena a terra e forzava un punteruolo affilatissimo nello zoccolo per poter smuovere i chiodi arrugginiti che poi estraeva con grande fatica aiutandosi con sacramenti variopinti che costringevano le donne del cortile a “segnarsi” ed a recitare l’“Atto di dolore”. Quindi si rialzava e, recuperati dalla forgia con lunghe pinze i ferri nuovi che intanto si erano arroventati fino a confondersi - come colore- con la brace, li piazzava rapidamente sullo zoccolo del cavallo fissandoli con chiodi, pure arroventati; mentre con una vigorosa martellata li conficcava, il Giotu, con una precisione da cecchino, gli sputava sopra in maniera che il chiodo, raffreddandosi al contatto con la saliva, si stabilizzasse. 

Prima di svoltare verso la draga, il cavallo del Jaku si fermò, come era solito, davanti al Betulin, che della Draga era dirimpettaio, per consentire al suo padrone di fare il pieno.

Il Jaku saltò giù dal carretto e si infilò nell’osteria appoggiandosi subito al banco.

“Ma che succede?…-urlò battendo il bicchiere sul tavolo- oggi non si beve ?”

Nessuno si mosse e pure il Jaku finì per trovarsi in mezzo allo stradone, che si era ancora più affollato, per cercare di capire qualcosa

“Ma è forse tornato il duce ?” esclamò.

Nessuno gli rispose; allora, fatta una smorfia con le labbra come per dire: “e chi ci capisce qualcosa ?”, si accese il mezzo sigaro sfregando lo zolfanello sul sedere dei pantaloni di fustagno; poi, appoggiandosi con il piede al raggio della ruota e facendo leva con le mani sulla sponda, balzò sul carro.

“Jiu…andiamo- disse al cavallo- qui sono diventati tutti matti…sarà l’aria del Natale…”.

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...Ma non erano diventati tutti matti. Quel pomeriggio era successo qualcosa di impensabile: di colpo si era sentito un rombo, come passasse la Mille Miglia, ed uno sgommare di ruote.

Dall’Alfa erano balzati sei militi che, senza nemmeno chiudere la porta della macchina, erano corsi verso la casa del Fidlin.

Che il Fidlin fosse strano ed avesse il vizio di non tenere la bocca chiusa era risaputo; al tempo della “Buonanima”, quando nei paraggi doveva passare qualche pezzo grosso, veniva prelevato e mandato in villeggiatura per tre o quattro giorni in Via Leardi dove per i questurini era come uno di famiglia( e da dove tornava, mangiando due volte al giorno più la colazione, un po’ meno “fidlin…)

Ma quei tempi parevano passati ed il Fidlin, che non aveva perso l’abitudine di lanciare strali contro quelli che lui chiamava “culocadrega”, era stato lasciato tranquillo.

“Ci risiamo – commentò il Guercio che tornava dalla pesca vedendo i poliziotti che bussavano contro il portone del Fidlin gridando “ aprite!”-. Ha tutti questi guai perché parlava e continua a parlare a sproposito…”.

“ No!- lo interruppe il Jin che gli si era affiancato- perché parla a proposito…”.

“Ma che fate? – l’urlo era del Salvatore, detto Salvo, brigadiere della “volante” che stava sopraggiungendo in bicicletta -lasciate perdere quel portone… il Mizzica abita dall’altra parte della strada…”.

Spiacque al Fidlin di non essere lui il ricercato, ma il brigadiere bussò alla porta del Mizzica i“ Uno che ha studiato ed è venuto su dal tacco prima della grande guerra -spiegava il Jin- ; insegnava alle serali e abitava in via Roma, poi, quando gli è morta la moglie, ha lasciato tutto ed è venuto qui al Ronzone con il suo bambino ; e da allora lavora come cottimista all’Eternit ed è più ronzonese dei ronzonesi…anche se, invece di cuntac!, continua ad esclamare : mizzica!...)”. 

Parlottarono un attimo poi il Mizzica salì sull’Alfa che ripartì sgommando mentre il brigadiere l’inseguiva in bicicletta.

Tutti si chiesero cosa mai avesse combinato il Mizzica.

“Dietro a quella faccia cordiale ed a quei modi gentili, io ho sempre pensato che ci fosse un filibustiere…” commentò una voce subito zittita.

Ma anche altri obiettarono che “ Se è inervenuta la polizia avrà i suoi buoni motivi, per i galantuomini come noi, mica si muove….”.

“In effetti il Mizzica deve averla combinata grossa; se no- stabilì il Centu- non si sarebbe mossa tutta quella gente…Ma chi l’avrebbe mai detto !…”.

“E’ l’acqua cheta che rovina i ponti!…” esclamò il Gildo che aveva cantato in gioventù nel coro del Municipale e poi del Politeama e non mancava mai, le poche volte che apriva la bocca, di citare qualche romanza d’opera o di operetta.

“Io l’ho sempre detto-disse l’Ernesta che invece non aveva mai detto nulla- è vent’anni che lo dico: nel Mizzica gatta ci cova…”.

Poco per poco ma con progressione costante, le critiche al Mizzica aumentarono di intensità e di qualità ...

“Succede spesso nella vita: quando hai bisogno che qualcuno ti dia una mano, ti trovi solo come un cane solo…” biascicò il Jin disgustato da tutte quelle meline “da ipocriti”.

“Potevano almeno fargli passare il Natale, povero uomo…”disse la Duina che era sopraggiunta con le due verze sotto il braccio.

“Brutto Natale!- commentò il macellaio Ercole rientrando nel negozio- brutto Natale…”.

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Invece fu un gran bel Natale.

Il Mizzica era stato prelevato e portato in prefettura perché al comando della polizia ferroviaria di Alessandria si era presentato un tizio senza documenti, ma con moglie al seguito, che si era qualificato per suo figlio.

“Sono il Maestro elementare Spitaleri Antonio, detto Tonino, sottotenete carrista del III reggimento cavalleria corazzata, reduce dalla Jugoslavia…; questa è mia moglie Zlata…”.

“…Molto lieto…Ma, la prego, esponga meglio le sue generalità: data di nascita, paternità, ecc.

“…Certo: Spitileri Antonio nato a Casale Monferrato il 7 ottobre 1920 ed ivi residente in via Rotondino n° 6; figlio di Salvatore e fu Pautasso Teresa…”

“Certo…Lei risulta arruolato il 9 gennaio 1941 ed assegnato come sottotenente di complemento al terzo reggimento artiglieria corazzata il 4 giugno dello stesso anno…Promosso tenente il 4 settembre del 1941 ed inviato in Iugoslavia … Lei risulta dapprima disperso, poi, in mancanza di notizie, dato morto in combattimento…” disse il commissario dopo aver sfogliato diverse carte. 

“Il Mio reparto – spiegò il Tonino - cadde in un agguato dei partigiani titini, che fecero un macello; io rimasi gravemente ferito sotto un cumulo di cadaveri; sarei morto se non avessi avuto la fortuna di venire ‘raccolto’ da un coppia di contadini che mi rifugiarono nella loro casa, mi curarono poi mi ospitarono con generosità ed affetto; marito e moglie erano meravigliosi e la figlia… e la figlia , come si può dire, …più ancora…; e sa come succede, signor commissario, …la paglia vicino al fuoco…”.

Il Commissario gli fece cenno con il capo che immaginava; specialmente ora che aveva visto. 

“…Successe che la figlia del contadino mi fece andare in zolle e zucchero…e lì sono peggio che dalle parti di mio padre…: quando vai in zolle e zucchero, la sposi o finisci in Via Negri…mi sono spiegato…”.

Il commissario annuì: aveva capito.

“Ma io sono contento, perché sono innamorato pazzo… e lei pure; però...però, sa commissario, c’è un guaio; io morivo dalla nostalgia e volevo tornare a casa e far conoscere la mia sposa ai miei; là, tra l’altro, tira brusca perché c’è miseria nera... ma qui…ma qui signor commissario…ho, avevo…., non so..., ho.... avrei.., è da anni che per via della guerra abbiamo perso contatto..., una fidanzata; c’eravamo giurati amore eterno…poi questa bufera che ci ha travolti tutti... La Silvana, la mia morosa, mi diceva sempre che se io non fossi tornato si sarebbe uccisa… (il commissario fece un ampio gesto con la mano come per dire: hai voglia!…) non vorrei, sa commissario… adesso che torno sposato...”.

Era un timore infondato perché la “sua” Silvana, così appurò in un amen il commissario che si era attaccato al telefono, aveva trovato consolazione ben prima che il Tonino fosse dichiarato disperso e poi morto e si era sposata, fin dal ’43 con un mediatore di Caresana (che aveva trent’anni più di lei ma aveva anche “un portafoglio a bocca di coccodrillo).

Tonino tirò un sospiro di sollievo e alla moglie brillarono i grandi occhi color verde mare .

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Il Mizzica, come lo vide, rimase pietrificato; non riuscì nemmeno a piangere e nemmeno ad abbracciare la giovane e bella nuora dal nome strano: Zlata.

“Hai fatto buon viaggio?... Hai già mangiato?”, chiese al figlio; e queste furono le uniche parole che gli uscirono dalla bocca.

Ci fu gran festa al Ronzone.

Tutti - credenti e mangiapreti, bianchi, rossi, blu, neri, bartaliani e coppiani, granata e juventini- dicevano che era stato un miracolo del Gesù Bambino ed il giorno di Natale fu allestito, nella stalla del maniscalco Lepo, dove per l’occasione il Renato Bagian aveva dipinto sul muro un grande presepe con la Madonna e San Giuseppe che erano i ritratti del Tonino e di sua moglie Zlata, un pranzo, che fu anche una cena, eccezionale. 

Il macellaio Ercole aveva offerto la carne per il “pieno” degli agnolotti ed il suo concorrente Ubertis l’arrosto per il sugo, mentre il droghiere Eusebio, abbondante noce moscata; per il vino ci pensò, generosamente, il cavalier Morano, detto Muranon per la sua stazza imponente (calzava il 49 di scarpe); in extremis il salumaio Cusè, che aveva appositamente fatto la festa ad un maiale, portò una basla di ciccioli ed un mastellino di sanguinaccio mentre i panettieri Raselli e Ravarino sfornarono quattro cestoni di biove.

Le donne si misero ai fornelli, anzi alla stufa, subito dopo la messa di mezzanotte; sembrava un’impresa impossibile ma poco dopo mezzogiorno il grande tavolone (assi da muratore sistemate su cavalletti messi insieme nella notte dal falegname Dusio) era pronto coperto da lenzuola da casermaggio, in funzione di tovaglie, prestate - con posate, stoviglie , pentoloni e bicchieri- dalla vicina caserma del genio pontieri; per sedersi, utilizzarono panche della chiesa.

Fu un Natale straordinario. Ognuno portò quello che aveva preparato per casa sua. Non c’era la neve ma la galaverna, illuminata dal sole, brillava con la luce dei diamanti sugli alberi e sui fili dell’alta tensione e disegnava sui campi arabeschi di fiaba. Nella stalla del Lepo c’era un grande calore, una soffusa dolcezza che toccava gli animi ed inondava i cuori; ad ognuno, pareva di essere tornato fanciullo e risentiva dentro di sé le carezze calde e timide e piene d’amore e di pudore della mamma. Il ritorno di quel ragazzo creduto morto in guerra, era per tutti come un rinascere perché portava con sé il soffio ristoratore e travolgente della speranza. Sembrava, quel giorno nella stalla del Lepo, che il messaggio lanciato dal Bambino dalla grotta di Betlemme , spazzando via gli odi della guerra e della lotta politica che pure infieriva feroce in quei tempi, avesse finalmente e definitivamente conquistato il mondo con la pace e la serenità degli uomini di buona volontà;; … ed il futuro era lì a portata di mano...

Il Parroco al momento del brindisi parlò ancora del grande regalo del Gesù Bambino, perché “…Chi era perduto è stato ritrovato, chi era morto è resuscitato… “.
Fu un autentico tripudio per Tonino e la moglie (“ Sembra una madonna di Filippo Lippi” –commentò

il Parroco che, santamente , non era insensibile al fascino muliebre di Zlata ).

“E’ molto simpatica –sussurrò il maniscalco Lepo- però ha un nome strogoto”.

“Ha due occhi grandi e verdi come il culo di una bottiglia” sussurrò il Muciot che la osservava, di sottecchi, estasiato. 

“ Per una così- commentò il Brucletta- sarei andato volontario in guerra…” .
Tutti dicevano un gran bene del Mizzica (“Una persona istruita che si è adattata a fare l’operaio come noi…”).

“Io l’ho sempre detto, è vent’anni che lo dico- commentò l’Ernesta-: il Mizzica è un grande galantuomo…”.

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Come tutte le cose belle, anche quel Natale finì in un soffio.

“E’ sempre così…- esclamò il Parroco scuotendo il capo e allargando le braccia- Afflictis lentae, celeres gaudentibus horae…Caro Tonino tu che hai studiato il latino…”.

“Reverendo… il latino…; in quell’ inferno che è la guerra…, è già tanto non dimenticare chi sei…”.

“Andiamo ..: domani, anzi stamattina, ho la prima messa alle cinque…”
La torre batteva l’una del giorno di Santo Stefano quando, nella strada, tutti si strinsero attorno agli sposi. Dal cielo, appena solcato da brandelli di nuvole bianche che si rincorrevano fra un mare di stelle, la luna piena inondava la notte della sua luce tenue e misteriosa. In lontananza ronfavano i forni delle cementerie e le ciminiere si stagliavano con il loro pennacchio grigio mentre i vagoncini della teleferica, carichi di marna, parevano tuffarsi nel vuoto. 

D’un tratto, l’imbianchino/tenore Siro (non c’era matrimonio, nel casalese, senza l’Ave Maria cantata dal Siro in latino) intonò “Tu scendi dalle stelle”. Si unirono al coro anche il Jin e il Cichin Bagian che, nonostante fossero mangiapreti (“l’ultima volta che siamo stati in chiesa- spiegavano- è per il battesimo; ma non avevamo il libero arbitrio…”) nell’uomo Gesù credevano fermamente “In quanto fondatore del partito socialista”.

Poco per poco i le voci si spensero e, uno alla volta , si avviarono verso casa. Sembrava che, con il loro incedere lento e quasi forzato, quegli uomini e quelle donne volessero fermare il più possibile gli attimi appena vissuti ma vagamente avvertiti irripetibili ; c’era in loro la confusa premonizione che quanto li aveva uniti in quei giorni - la comprensione, la tolleranza, la solidarietà, l’amicizia disinteressata- nonostante quanto ci si era detto al momento dei saluti, non si sarebbe più rinnovato; ed anche quella partecipazione che aveva unito tante persone di idee diverse, si sarebbe persa negli egoismi e nei particulari della vita quotidiana…

Anche il Mizzica si era- lentamente e guardando ad ogni passo indietro- avviato, lasciando soli il figlio e la nuora ( “Bella e sembra anche brava…Se ci fosse la mia Teresa!…Buon Natale Teresa, aspettami…”) con il Parroco.

“Si, Reverendo – dobbiamo sposarci ancora in chiesa…sa com’è…là…da quelle parti, la chiesa non esiste più…; lo vorrei fare prima possibile perché…, perchè la mia Zlata…mi capisce reverendo…”

“ …Avevo già capito…Lo faremo una delle prossime domeniche lassù in parrocchia…”

“Riservata…reverendo…la cerimonia…”

“Alla prima messa, solo con i testimoni…il campanaro ed il sacrestano…”

Come è bello il mio Ronzone…sospirò il Tonino – chissà reverendo se ce la faremo…- aggiunse stringendo la sua Zlata.- Chissà !...” 

“Vedrai – gli sussurrò il Parroco- che il ricordo di questi anni terribili, presto svanirà e ci sarà per tutti un futuro di serenità e di pace; e di benessere; e poi nella vita bisogna far proprio il motto degli orologi a muro: ‘Horas non numero nisi serenas’, contare, ricordare solo i momenti belli… Tu riprenderai a fare il maestro, e ti vedo già, metto la mano sul fuoco perché conosco bene la tua capacità e la tua volontà, direttore…”.

“Buona notte reverendo…”

“Buon Natale, sposini….a domani, direttore…”.

GIANNI TURINO 

Come nei racconti di Mark Twain, la storia, dopo il finale , ha il finalissimo (Passati pochi mesi, il maestro Antonio Spitaleri con la moglie in attesa di erede, visto che per il suo passato di ufficiale dell’esercito italiano e di anti- titino non riusciva a trovare lavoro ,qualsiasi lavoro, tornò con la moglie Zlata in Jugoslavia a fare il contadino; al figlio che nacque diedero il nome del Mizzica (che era anche quello di Gesù): Salvatore.

Gianni Turino
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