I saraceni: dalle invasioni all'integrazione

Prosegue il lungo racconto di Patria Montisferrati dedicato alle incursioni belliche nell'Alto Medioevo

CASALE MONFERRATO

Per quanto riguarda l'entroterra piemontese, pressapoco nello stesso periodo in cui i francesi agirono militarmente contro i Saraceni, fu Arduino il Glabro, primo marchese della marca Arduinica a contrastarne l'avanzata e infliggere le prime sconfitte.

Anche in precedenza ci furono alcuni episodi bellici non favorevoli ai Saraceni, come l'aggressione alla città di Acqui nel 936 d.c., dove la reazione della nobiltà locale e della popolazione, che come in poche altre località si era organizzata per reagire efficacemente e collettivamente per costituire un fronte coeso militarmente (un'organizzazione di difesa che oggi potremmo definire di “pronto intervento collettivo”),era riuscita a sconfiggerli e farli ripiegare.

Non sappiamo se questi Saraceni provenissero da Frassineto, ma siccome le cronache dell'epoca riferiscono di un numeroso esercito, è assai difficile che fossero i Saraceni stanziati in Provenza, ma potevano essere gli stessi che avevano recentemente assaltato e saccheggiato Genova, provenienti dal Nord Africa con molte navi e quindi si doveva trattare di una potente spedizione militare a scopo di scorreria.

Si sa infatti che la spedizione navale su Genova provenisse dal Nord Africa, ad opera dei Fatimiti del Maghreb comandati dall'ammiragio Safian Ben-Casim, ed era composta da oltre 200 navi provenienti sia dalle loro basi in Tunisia che dalla Sicilia. Si trattava quindi senza ombra di dubbio di una potente spedizione militare con un numeroso esercito a bordo.

Mentre invece i Saraceni stanziati ormai da molti decenni in Provenza, oltre ad avere difficoltà a creare un forte esercito essendo ormai dispersi in molteplici località, distaccamenti e presidi militari, non avevano alcuna convenienza a farlo e a devastare le città, visto che le costringevano a pagare loro dei pesanti tributi.

Inoltre era risaputo che la loro violenza bellica sopperiva lo scarno numero, contavano cioé molto sulla paura ed il terrore che incutevano, in quanto non erano mai numerosi; infatti le prime sconfitte che subirono derivarono proprio dalla finalmente organizzata capacità reattiva e dalla coesione delle popolazioni locali che intervennero da ogni direzione ed in netta superiorità numerica rispetto agli aggressori, che, per quanto feroci e determinati, soccombettero alla forza del numero e dell'accerchiamento.

Molti Saraceni in seguito agli eventi sopra descritti, soprattutto quelli finali e risolutivi dell'ultimo quarto di secolo, vennero catturati e resi schiavi, altri si convertirono ed i loro discendenti dapprima vissero in aree marginali sotto forma di clan autonomi denominati “Berberi”, e poi gradualmente si integrarono con gli autoctoni, come dimostrato dall'onomastica, da una molteplicità di nomi di origine e derivazione saracena che progressivamente si diffusero in Piemonte.

Anche loro contribuirono in tal modo a creare le tradizioni locali sui saraceni, frutto di folclore, fantasia, miti e leggende, pervenute fino a noi ed alimentate da tantissimi luoghi comuni e studi e ricerche molto approssimative, condotte soprattutto nel corso del '700 ed '800 da storici locali (riprese, rimaneggiate e pubblicate ancora pochi decenni fa da altri storici, perpetuando l'errore iniziale) per i quali bastava che un toponimo si riferisse ai Saraceni anche indirettamente e che nel luogo i contadini lavorando la terra rinvenissero delle ossa umane o delle “fosse comuni” o dei sepolcreti, per convincersi che si fossero svolte battaglie contro i Saraceni.

È il caso ad esempio di alcune località nel territorio di Vinchio nell'astigiano, in particolare nel bricco dei Saraceni, contrada dei Saraceni e nella vicina valle della Morte di Cortiglione, oltre all'attuale borgo di Belveglio che sorge in una località che nell'Alto Medioevo era denominata “Malamorte”, luoghi dove in seguito ad alcuni scritti di studiosi locali dei secoli sopracitati, ci si convinse, senza alcun riscontro minimamente oggettivo, si fossero svolte battaglie contro i Saraceni, condotte immancabilmente dal conte Aleramo (all'epoca non ancora marchese).

In realtà sia i toponimi che i ritrovamenti ossei avevano tutt'altra spiegazione, cui si pervenne solo recentemente quando furono alcuni storici qualificati a dedicarsi all'interpretazione dei dati disponibili. Si iniziò con il rilevare che in zona erano avvenute ben due battaglie, ma in Pieno Medioevo, quindi secoli dopo, tra monferrini ed astigiani e poi tra savoiardi e monferrini, quindi le ossa potevano essere conseguenza di esse, e non attribuibili ai Saraceni.

Per quanto riguarda i toponimi si scoprì che nel Codex Astensis, da me già citato diverse volte in articoli precedenti e che consiste in una raccolta trecentesca di cronache e documenti medioevali riguardanti la città di Asti, nel 1211 d.c. compare un atto di cessione di diritti giurisdizionali che fa riferimento ad un certo Saraceno di Malamorte, che deteneva diritti di signoria su questa località, quindi è probabile che i toponimi derivassero da un antroponimo, cioé che i luoghi abbiano assunto il nome dal signore locale. Infatti l'esistenza di un villagio denominato Malamorte è attestata in un documento fin dal 1165 d.c.. Sarebbe uno dei tanti casi di Saraceni che si sono integrati nelle comunità locali raggiungendo anche posizioni ragguardevoli.

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