I nostri grandi uomini: Adriano Russi

Un nuovo amarcord firmato da Gianni Turino

CASALE MONFERRATO

Sembra ieri quel 29 settembre del 1957.

Nell’aria ci sono ancora i fremiti dell’estate ; il cielo è azzurro, il sole caldo…ma già avverti, dell’estate, gli ultimi sussulti ed i primi refoli dell’autunno.

Era il periodo dell’”asiatica”; un’influenza che ti stroncava le gambe e la schiena sembra trafitta da un letto di fachiri; la febbre galoppava attorno ai quaranta gradi; non riuscivi a deglutire ed il solo pensiero del mangiare era un incubo che ti mandava in tilt ; era già un problema sorbirsi un goccio d’acqua…

Fu un’epidemia terribile che il mondo pagò, nei due o tre anni che dilagò, con un contributo di ben oltre un milione di morti.

Io me le ero cavata con dieci giorni di letto con la febbre che, raccontava mia mamma, mi faceva straparlare e perciò dire qualcosa di sensato.

Ero stato incastrato dalla febbre a metà settembre e ce la misi tutta a venirne fuori perché il 29 dovevo andare assolutamente a Torino, dove al Filadelfia, si sarebbe disputata la partita Torino- Roma.

Non potevo mancare per due ragioni, perché nella Roma esordiva il nerostellato Egidio Morbello da Balzola e perché il mitico direttore di Tuttosport, Carlin (che io avevo conosciuto alcuni mesi prima alla Baia del Re in occasione della presentazione del primo “Caligaris”),mi aveva affidato un compitino: quaranta righe sul giocatore che più mi aveva colpito.

Il 28, abbundandis abbundandum, presi un plonso dalla bicicletta e mi lacerai l’arcata sopraccigliare sinistra: “Sanguina come un ciciù – sentii dire dai primi soccorritori – bisogna portarlo in Clinica”.

Mi tamponarono la ferita con un panno imbevuto di alcol (ne avverto ancora oggi il tremendo bruciore) e Geminiani, detto Gem, mi caricò sulla canna della bicicletta; fece un casino alla reception perché mi curassero subito; alle urla intervenne il dottor Rossi che rimarginò il tutto con quattordici punti di sutura.

Così incerottato il giorno dopo salii sul treno comodamente seduto sulle panche di legno della terza classe, che però da qualche mese era stata abolita, per ragioni sociali, ed era diventata “seconda”: lo scompartimento era di terza ma il biglietto lo pagavi di seconda. Le riforme in Italia avvengono sempre così, l’unica cosa che cambia è il prezzo.

Il Filadelfia era gremito all’inverosimile: trenta mila spettatori; sugli spalti eri schiacciato come acciughe sotto sale e se ti fosse venuto un malore, non se ne sarebbe accorto nessuno, perché non potevi cadere.

La Roma schierava all'ala destra l’oriundo uruguagio Alcide Ghiggia che nel 1950 aveva mandato in lutto i duecento mila del Maracanà segnando il gol della vittoria uruguaiana contro il Brasile.

Il Torino scendeva in campo fortemente rimaneggiato (appunto l’asiatica) e schierava con il numero 11 (ma che in realtà giocava in posizione di mezz'ala, come se avesse ilnumero 10) un atleta dal fisico possente: lessi il tabellino ed l’undici del Torino si chiamava Russi. Il nome non mi diceva nulla, ma la struttura atletica mi affascinava.

***

La partita finì sullo zero a zero. Scesi negli spogliatoi sperando di incontrare Morbello; ma c’era una confusione indescrivibile, impossibile avvicinarsi.

Seduto al di fuori di quella baroonda tutto solo , il gigante con il numero 11.

Mi presentai e dissi perché ero lì; lui mi squadrò. “ ma quanti anni hai ?” mi disse “ "Quasi diciassette”

“Ed io ventiquattro”.

Fui affascinato dai suoi occhi, occhi buoni, semplici puliti. Attraverso quegli occhi potevi leggere la sua anima.

“Non mi hai sentito nominare vero?.. ho esordito due domeniche fa – continuò vincendo il mio imbarazzo – con l’Alessandria come mezzo sinistro (allora – quando la numerazione delle maglie era una cosa seria e non una carnevalata come oggi – si diceva così, cioè con il numero dieci); mi hanno espulso per una mia reazione ad un fallo. Oggi ho avuto un’altra opportunità perché l’asiatica ha messo a letto molti titolari….Non ti chiedo cosa pensi della mia prestazione….io sono friulano ho il calcio nel sangue , ho giocato anche in meridione poi mi ha voluto il Torino. La serie A è un sogno…Non puoi andare avanti nella vita senza sogni…ma poi devi arrenderti alla realtà..e oggi ho capito…”

“Sicuramente avrà – io gli davo del lei – avrà altre opportunità per far valere le sue capacità; secondo me lei è centroavanti e non mezz’ala…”

Parlammo ancora per un po’, poi Russi fu chiamato dall’allentaore torinese, uno straniero, mi pare slavo.

Lo rincontrai l’anno dopo al Casale di cui divenne rapidamente una bandiera; e lo fu per diversi campionati fino a quando fu fermato da un brutto incidente…

Fu sempre un simbolo per i nerostellati sia come allenatore della prima squadra che delle giovanili.

Diventammo amici anche senza frequentarci molto...

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Lo incontrai per l’ultima volta, nell'ottobre di alcuni anni fa, al Salone Tartara per l’inaugurazione della mostra fotografica e di una mia pubblicazione su Ghibli.

Parlammo a lungo davanti a una bottiglia di acqua minerale, non gasata e non fredda.

“L’arrivo a Casale dal Torino, sembrava una cosa provvisoria invece è diventata definitiva grazie al calcio mi sono divertito ed ho poi sono stato favorito per un posto all’Eternit…”

Mentre parlava osservavo i suoi occhi, limpidi e sinceri come quella volta, ma offuscati dalla stanchezza: anche la sua voce era stanca. Il suo fisico conservava i lineamenti dell’antica possanza, ma aveva un qualcosa che pareva denotare grande sofferenza…

Io non gli chiesi nulla,

“Ti ricordi – ora anch’io gli davo del tu – ti ricordi Adriano quel giorno negli spogliatoi di Torino –Roma?…”

Sgranò gli occhi e disse “ Ma perché quel ragazzino eri tu?”

“Ero io…”

“Eri molto timido ma ho subito capito che eri in gamba…”

“Grazie Adriano, lo prendo per un complimento...”

“Ti ricordi quello che ti dissi e cioè che i miei sogni nel calcio si spegnevano quel giorno…”

“Invece è proprio per il calcio che, venendo qui a Casale, ho realizzato il sogno più bello della mia vita: sposare mia moglie…”

I suoi grandi occhi luccicavano ed anche i miei.

“Arrivederci Adriano…”

“Arrivederci Gianni”

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Fu l’ultima volta che ci incontrammo.

***
Forse Adriano Russi non è diventato il grande calciatore che sognava da giovane...

Certo è stato un grande uomo.

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