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CASALE MONFERRATO

Com’è nato l’italiano che parliamo oggi?

L’Italiano appartiene al gruppo delle lingue romanze, cioè tutte quelle che sono derivate dal latino, come anche lo spagnolo, il francese, il romeno e altre.

In particolare, l’italiano come lo parliamo oggi è il risultato di una base latina, che via via nel corso dei secoli si è trasformata da latino a “volgare” fino a diventare l’italiano dei gironi nostri, ma che ha subito tante influenze quanti sono Popoli che hanno conquistato la nostra penisola.

L’italiano di oggi ha inglobato termini della lingua greca, dell’antica Gallia, dell’Osco Umbro, e si tratta ancora di una lingua in continua mutazione dovuta alla commistione con parole inglesi e americane, francesi, arabe, con tante minoranze e dialetti ancora vivi e gelosamente custoditi, lingue ufficiali come il friulano e il sardo, che rendono l’Italia uno scrigno unico di patrimonio e diversità linguistici.

Ma le radici dell’italiano vanno ricercate ancora più lontane, in quel gruppo di lingue virtuali, cioè di cui non sono mai state ritrovate tracce scritte, che sono le lingue indoeuropee, cioè il ceppo linguistico da cui sono nate tutte le lingue d’Europa e dell’Asia.

 

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Dalle lingue indoeuropee al latino

Prima dei Greci, e dei Romani, dal quarto millennio a.C. in poi, l’Italia fu abitata da alcune tribù di origine indoeuropea, i quali portarono una lingua che si trasformò rapidamente assumendo quelle dei popoli che venivano sottomessi.

Ma furono l’Impero Romano, con la sua supremazia a livello mondiale, e la diffusione del Cristianesimo, a gettare le basi per la nascita della nostra lingua, che nel corso dei secoli si è allontanata sempre di più dal latino classico per prendere forme e vita propria.

 

I relitti linguistici

Ancora oggi l’italiano dipende in gran parte dalla sua origine latina, soprattutto per ciò che riguarda il lessico, cioè è le parole.

Gran parte delle parole sono infatti di origine latina, con tante eccezioni, che in linguistica si chiamano relitti, e che sono parole mutuate da altre lingue, come il greco, il celtico, la lingua gallica, l’etrusco, il ligure.

Ma perché si utilizzavano i “relitti?” semplice: non esistevano parole in latino per descrivere quella cosa. Qualche esempio? Parole come betulla e benna sono nate in seguito alla conquista della Gallia da parte di Giulio Cesare, e ai rapporti sempre più stretti tra queste due popolazioni e le rispettive lingue.

 

L’indovinello veronese

Se pareba boves alba pratalia araba et albo versorio teneba et negro semen seminaba “.

All’inizio del Nono secolo, questo enigmatico testo scritto a lato di una pergamena arrivò dalla Spagna a Verona. Si chiama perciò indovinello veronese e rappresenta il primo esempio di volgare, cioè l’antenato più prossimo del nostro italiano.

La traduzione suona più o meno così:

“Spingeva avanti i buoi, solcava arando un campo bianco, e teneva un bianco aratro, e seminava nero seme”.

Gli studiosi concordano che la soluzione dell’indovinello sia la descrizione dell’attività della scrittura, perché buoi rappresentano le dita, il campo il foglio, l’aratro la penna e il seme l’inchiostro.

 

Dante e Petrarca: i fautori del volgare

Il volgare diventò ben presto la lingua più parlata in Italia, grazie soprattutto a due illustri poeti come Dante Alighieri e Francesco Petrarca, che con le loro opere dettarono le regole del volgare nelle composizioni scritte.

Il modello linguistico più importante per italiano recente è il dialetto fiorentino, che diventa la base su cui creare il nuovo italiano. I massimi esponenti della nascita della nostra lingua sono, oltre a Dante e Petrarca, i poeti Giovanni Boccaccio e Pietro Bembo.

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