Le albicocche Km0 di gennaio: quando la natura ci mette sotto esame!

Il Punto di Claudio Galletto

CASALE MONFERRATO

Era gennaio quando un frutticolore monferrino si è sentito porre questa domanda da un suo cliente: “Avrei voglia di albicocche: ne ha, vero?” Passi la voglia di frutta non di stagione… ma si tratta di uno sfizio che certamente non può essere soddisfatto in pieno inverno da un produttore delle nostre colline. Quando poi la stessa persona si è rivolta nuovamente all’agricoltore esordendo con un “Allora delle arance le ha?”, il già attonito coltivatore monferrino deve essersi anche un po’ rattristato. Eppure queste richieste che possono sembrare, a mente lucida, “estrose”, sembrerebbero, secondo gli operatori del settore, non così rare come ci si potrebbe aspettare e ciò non può che invitare a riflettere sul tema della conoscenza dell’alimentazione o più in generale della natura e dei cicli della nostra Madre Terra che ci ospita.

Mai come in questi ultimi anni un benaccolto desiderio di ritorno al “green”, di alimentazione sana, di sostenibilità si è fatto sentire così forte, venendo recepito anche dal mondo della comunicazione. Sono nati blog, testate, inserti speciali, programmi tv, rubriche social per fornire una “sana” informazione… sulla scia di una crescente “eco-vita” di cui molti sembrano sentire il bisogno. Un desiderio che, talvolta va di pari passo con la ricerca di recuperare conoscenze specifiche come dimostrano le domande del consumatore al produttore di frutta in Monferrato. Se da una parte le etichette “bio”, “eco”, “km0” si sono moltiplicate e si sono inaugurati reparti e scaffali speciali per accontentare gli estimatori di una vita più “sostenibile”, dall’altra, a volte, emerge la necessità di entrare più addentro alle dinamiche di tempo e spazio della natura… tornare davvero alla terra con la volontà di riapprenderne le basi e colmare un distacco che in alcuni casi, nella società pre-Covid19 sembra essersi creato, come dimostra il non sapere che le albicocche non possono crescere in collina a gennaio o le arance non sono mai state coltivate in Piemonte per via della latitudine.

L’esempio frutticolo non è affatto l’unico che ispira questa riflessone. Recentemente qualcuno chiedeva ad un viticoltore di Monferrato se il Cortese e lo Chardonnay fossero vini rossi o bianchi e, in un’altra conversazione, si domandava ad un apicoltore come fosse andata la produzione di miele nell’inverno passato. All’estate 2019 risale invece la richiesta insistente di tartufo bianco al tavolo di un’osteria con atteggiamento meravigliato alla risposta negativa del ristoratore che tentava di spiegare come il “Tuber Magnatum Pico” cresca e possa venire “cavato” soltanto fra l’autunno e l’inverno, in base ad un calendario di raccolta regionale. Ci saremo per caso allontanati troppo dalla nostra essenza umana? O abbiamo talvolta più semplicemente recepito una tendenza senza addentrarci più in profondità nell’informazione legata alla natura e all’alimentazione?

Posto che i ritmi del pianeta non sono cambiati (ma siamo cambiati noi)… chissà che la riapertura graduale post-pandemia possa risultare una buona occasione per ripartire dalla natura? Ben vengano allora le domande che finora abbiamo riportato (e molte più) perché vanno a riarricchire il nostro bagaglio alla voce “food and nature”. Non c’è miglior modo per imparare che andare sul posto, osservare e chiedere, senza paura. Già perché ripartire (davvero) dalla natura non è uno spot, non è soltanto un discorso “politically correct”. Noi siamo natura e la natura siamo noi. E in fondo conoscere la natura significa conoscere anche sé stessi. 

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